Cocciaferrata

di Ugo Mazzotta


Seduto su una panca, un po’ in disparte, il commissario Prisco osserva con discrezione il piccolo gruppo di persone che attende l’inizio della messa funebre. In chiesa, oltre a lui, solo la bara ai piedi dell’altare e i pochi parenti del morto.


A Castel di Seta era così che chiamavano quelli di Pratello: “coc-cia ferrata”, gente dalla testa dura. Non era esattamente un compli-mento; del resto nonostante i due paesi, abbarbicati ai versanti opposti della stessa vallata e distanti sì e no un paio di chilometri, rappresen-tassero ormai un unico comprensorio turistico, i rispettivi abitanti tra loro si consideravano con la diffidenza dei nonni. Tradizioni.
Il vecchio però pareva aver voluto spendere la sua vita a meritar-selo quel soprannome, che ci si fosse messo d’impegno ad incarnarne il significato; e sì che lui a Pratello non c’era nemmeno nato: il padre aveva attraversato la vallata prima della sua nascita, e quando era mor-to gli aveva lasciato un’azienda agricola avviata. Lui aveva continuato a farla funzionare a modo suo, a testa bassa, senza guardare in faccia nessuno, agricoltori confinanti, braccianti o fornitori.
Aveva messo al mondo una figlia femmina e poi tre maschi uno dopo l’altro; i figli, dopo la morte della madre, avevano finito con l’andarsene mettendo su casa per conto proprio, visto che nemmeno con loro il vecchio era capace di modi cristiani. La figlia invece era rimasta; sposata anche lei, vedova presto e con una figlia a sua volta. Negli ultimi anni erano loro due a dare una mano al vecchio a far fun-zionare la baracca, e non andava nemmeno male. La terra era sempre quella, tanta e fertile, e c’era il bestiame, mucche, pecore e qualche cavallo; il vecchio chiamava tutto indifferentemente “le bestie”, con la sorda esse palatale di quelle parti.
Era di poche parole il vecchio, ma anche quelle poche gli riusciva di farle andar storte a qualcuno: per esempio a tutti quelli cui, dopo aver concluso un affare col massimo guadagno per sé, aveva detto, saccente e spregiatore: “Anche stavolta Cocciaferrata l’ha messo a quel posto a tutti”. Lui però non diceva “a quel posto”.
Per questo, quando gli erano andati a riferire che Cocciaferrata era stato trovato morto ammazzato, Prisco aveva capito che non sarebbero stati i moventi a fargli difetto nell’indagine.

Nessuno sembra far caso alle parole del parroco; tra i parenti pare al commissario che ci sia una specie di magnetismo inverso, un’invisibile forza che li tiene lontani. Invece di star raccolti intorno alla bara, si sono dispersi quasi abbiano voluto occupare il più possi-bile la piccola chiesa. Da una parte Eliana, la figlia, con la ragazzina. Dall’altra due dei fratelli, questi sì vicini, con mogli e due o tre bam-bini piccoli. Il terzo fratello, quello che viene da fuori, solo, s’è messo in fondo alla navata, quasi a ridosso del portale chiuso.

Il cadavere – non fosse stato per la confusione che lo circondava, che avrebbe per l’appunto fatto risvegliare un morto – lo si sarebbe detto comodamente sprofondato in una pennichella pomeridiana. Sotto un albero dalla chioma ampia e fitta che creava un’invitante pozza d’ombra nella campagna splendente di sole, se ne stava steso su uno di quei lettini da spiaggia di plastica bianca, un po’ girato su un fianco, la testa appoggiata su un braccio ripiegato. Solo una gamba sembrava contraddire quell’aria rilassata, penzolando un po’ fuori del lettino; ma si sa, talvolta anche nel sonno capita di fare movimenti scomposti. Sennonché sul bianco non proprio immacolato della camicia spiccava in pieno petto un manico d’osso chiaro e lucido, percorso da venature e rugosità scure. Che fosse il manico di un coltello era evidente; un coltello da caccia, probabile. Lì dove il manico veniva a contatto col petto del vecchio si vedevano due piccole alette d’acciaio trasversali, appena concave; della lama non si vedeva nemmeno un millimetro.
Il vecchio dottor Ferraro era chino sul corpo, la sua massa monu-mentale pesantemente appoggiata su un ginocchio piegato a terra vici-no ad un cartoccio di carta stagnola e ad una bottiglia in cui era rima-sto solo un dito di rosso al fondo. Prisco conosceva bene il medico le-gale: sapeva che nonostante la mole era incapace di movimenti goffi, e non si preoccupò. Per qualche momento l’unico rumore fu il frinire delle cicale.
— Ben data, per la miseria! — fu il primo commento di Ferraro. Aveva già minuziosamente, quasi amorevolmente esaminato il corpo del vecchio e si stava rialzando con qualche preoccupante scroscio delle ginocchia.
— Non c’è quasi sangue — a Prisco la cosa sembrava strana.
L’altro annuì distratto, concedendosi uno sguardo di sfuggita al sottile alone rossastro nel quale scompariva la lama del coltello.
— Niente di strano tutto sommato. A giudicare da come è andata in profondità la coltellata è stata tirata con energia, la ferita è stata mi-nima e se il coltello è affilato come credo, regolare. Aggiunga che a occhio e croce la punta ha perforato il cuore, per cui ‘sto disgraziato è morto sul colpo e il sangue ha cessato di circolare quasi istantanea-mente. Tutto sommato una bella morte, non se ne è nemmeno accorto. — Il viso rilassato e gli occhi chiusi del cadavere sembravano avvalo-rare l’ipotesi.
— Quindi dormiva — aggiunse Prisco.
— Certo. Se no le pare che si lasciava tirare una coltellata al cuo-re senza provare a difendersi? E poi — Ferraro accennò alla bottiglia a terra — con quello in corpo…
Intervenne l’agente Gubitosi, che a Castel di Seta ci viveva.
— Signor commissario, lo sanno tutti che Cocciaferra… — Gubi-tosi si interruppe arrossendo e riprese, dopo aver chiamato il vecchio per cognome e nome — insomma, che era quasi sempre ubriaco. An-dava a badare alle bestie, poi si metteva qui a mangiare, si faceva il suo litro e passava il pomeriggio a dormire.
Prisco si guardò intorno. La fattoria distava un paio di centinaia di metri; la strada quasi altrettanto, ed era un po’ nascosta alla vista da un basso boschetto che la costeggiava. Il paese vero e proprio era ad un mezzo chilometro di distanza.
— Lo sapevano tutti — mormorò scrollando il capo.

Il prete ha benedetto la bara con bruschi movimenti dell’aspersorio, e ora dondola con foga l’incensiere traendone esili pennacchietti di fumo. Il giovane in fondo alla chiesa pare pietrifica-to, non ha mosso un dito dall’inizio della messa e gli occhi gli sono rimasti puntati sulla bara, assenti. I suoi fratelli invece si agitano pa-recchio, un po’ per badare ai bambini che cercano di scappare di qua e di là senza smettere un momento di chiacchierare, un po’ perché sembra non vedano l’ora che la cerimonia finisca; entrambi non fan-no che guardare nervosamente l’orologio, mentre le rispettive mogli bisbigliano tra loro con magnifica indifferenza.
L’unica che sembra addolorata per la morte del nonno è la figlia di Eliana: una ragazzina sui quattordici anni dai corti capelli dello stesso nero della madre. Non è riuscita a trattenere le lacrime per tut-to il tempo, a tratti singhiozzando convulsamente, a tratti in silenzio, con una smorfia contratta e un pugno serrato contro le labbra.
La madre, anche lei nera di capelli e di lutto, sembra svuotata di forze e di emozioni, con lo sguardo che le vaga per le pareti della chiesa, evitando di soffermarsi sulla bara. Solo quando guarda la fi-glia cede alla commozione e pur senza piangere lascia che in faccia le si legga un dolore rabbioso.

Che tutti fossero a conoscenza delle abitudini pomeridiane del vecchio era forse un’esagerazione di Gubitosi; tuttavia erano in parec-chi ad esserlo e, quel che è peggio, tutti quelli che per un motivo o per l’altro avrebbero potuto volerlo ammazzare – e non erano pochi. A dar l’allarme era stato invece uno che non s’aspettava di trovarlo cotto dal vino a dormire sotto un albero, un turista che s’era perso; gli era arri-vato davanti e ci aveva messo un po’ ad accorgersi del manico che gli sporgeva dal petto. A quel punto preso dal panico era scappato di nuovo sulla statale e aveva chiamato la polizia.
Dopo le prime indagini era saltato fuori che all’abbondanza di moventi non faceva contrappeso una pari quantità di alibi. Il figlio maggiore del vecchio, uno dei due che facevano ancora i contadini a Castel di Seta, era impegnato a raccogliere frutta: solo e disperso in un campo lontano da qualsiasi insediamento civile, ma non abbastanza dalla fattoria del padre. L’altro, che all’attività di contadino univa quella di cavallaro ad uso dei turisti, era in giro a pascere i cavalli. So-lo anche lui, e nemmeno lui troppo lontano dalla casa paterna; e in più le bestie, oltre a non poter testimoniare, erano tranquille abbastanza per essere lasciate qualche tempo senza sorveglianza a spelacchiare l’erba di un prato.
Il terzo figlio aveva suscitato non poche perplessità presentandosi sul luogo del delitto un paio d’ore dopo che il delitto stesso era stato scoperto, nonostante vivesse e lavorasse a Roma. Lui la cosa l’aveva spiegata dicendo che la sorella Eliana, non appena l’avevano avvisata della morte del padre, l’aveva chiamato sul cellulare e lui s’era preci-pitato. Il tempo, risicato, c’era; ma Prisco aveva dato disposizione di controllare i tabulati dei cellulari e quelli dei caselli autostradali. Elia-na ovviamente aveva confermato tutto; a sua volta l’avevano chiamata mentre stava pulendo e sistemando un chiosco di prodotti agricoli che aveva sulla strada, un po’ fuori del paese, una di quelle baracchette in cui si fermano i turisti alla ricerca di frutta e formaggi genuini. L’unica che l’alibi ce l’aveva era quella a cui tutto sommato nessuno l’aveva chiesto: la figlia di Eliana, che era stata ospite tutta la giornata a casa di una compagna di scuola.
E come se non fossero bastati i sospetti, per così dire, domestici, era saltato fuori che almeno uno dei contadini vicini aveva avuto col vecchio una lite un paio di giorni prima in un bar. Li avevano sentiti in molti abbaiarsi cattiverie e augurarsi cancheri e la cosa era arrivata fi-no alle orecchie dell’ispettore Triggiano, quello che sapeva sempre tutto di tutti. Per la verità di scenate di quel genere da quelle parti ne capitavano spesso ed era raro che durassero più dell’effetto del quarti-no che le aveva provocate; ma una volta venuta a conoscenza della po-lizia la notizia non poteva essere trascurata.
Il dottor Ferraro aveva chiamato Prisco per tenerlo a giorno degli ultimi sviluppi.
— Diciotto centimetri di lama, commissario… e che bell’oggetto! Se l’è preso un ispettore della scientifica ma mi sarebbe piaciuto te-nerlo per il mio piccolo museo privato. E come le avevo detto è entra-to come nel burro, fino al cuore. Il vecchio lo teneva bene quel coltel-lo, affilato come uno dei miei bisturi. Ah, dimenticavo: ho la prova che apparteneva a lui o comunque che è quello che stava usando.
— Veramente l’hanno già riconosciuto tutti. Ce l’aveva sempre in tasca, sa come sono questi contadini, ci faceva tutto. Del resto, se non bastassero le testimonianze, sulla lama la scientifica ha trovato tracce del suo pranzo, del grasso di salame.
— E io che speravo di stupirla dicendole che una fibra di quel sa-lame l’ho trovata io nel tramite della ferita!
Prisco percepì la sfumatura ironica nella voce del medico legale e continuò.
— Sulla lama abbiamo trovato anche granelli di polvere e terreno. Secondo me il coltello gli era scivolato di mano dopo essersi addor-mentato, ancora aperto, ed era finito per terra. Probabilmente l’assassino è arrivato, l’ha trovato così e non ha resistito alla tentazio-ne.
— Quindi non c’era premeditazione — interloquì il dottor Ferraro
— Mah, non è detto. Se chi ha ammazzato il vecchio lo conosce-va bene, sapeva che l’avrebbe trovato lì, sbronzo e addormentato, e che avrebbe avuto il coltello in tasca. O forse addirittura sapeva che aveva buone probabilità di trovarlo a terra, bell’e pronto ad essere usa-to.

I pesanti singhiozzi della campana a morto dilagano per la valla-ta e per il paese, costringendo gli abitanti a prendere atto che il vec-chio Cocciaferrata è morto, chi accennando una scappellata, chi con un pigro segno di croce; e accompagnano i parenti fuori della chiesa, verso il piccolo cimitero di montagna. Prisco non trova giusto andare oltre e rimane addossato ad un muro, a guardare il minuscolo corteo. Dietro il carro funebre i tre fratelli ora vicini, in coda le due nuore del vecchio e la marmaglia dei piccoli; in mezzo la ragazzina, che continua a guaire il suo dolore. La madre sembra ora in collera per quella sofferenza che sembra impotente se non a far cessare almeno a rendere sopportabile, ed è rimasta un passo indietro. Così quando la ragazza si volta per un attimo a cercarla, nei suoi occhi il commissa-rio riesce a leggere, più che dolore, paura. Inaspettatamente quel ri-mando di sguardi gli racconta una storia.

Non aveva avuto il coraggio di fermarla lì al funerale. Il giorno dopo aveva fatto in modo di trovarsi sulla sua strada e l’aveva fatta sa-lire in macchina. Era rimasto fermo lì dove s’erano incontrati, strada di campagna, poche macchine e ancor meno passanti.
Il commissario non sapeva come cominciare ma vide sul viso di lei la stanchezza e le si rivolse con gentilezza.
— Se si potesse chiuderla qui, che ne so, forse potrei pure far fin-ta di nulla — sapeva che non era vero, anche se quasi gli sarebbe pia-ciuto che lo fosse — ma non si può. Non la puoi lasciare così, Elià, quella è una bambina, quasi. Non può crescere con questa cosa dentro, ha bisogno di aiuto.
La donna cominciò un pianto immobile.
— Non è colpa sua quello che è successo.
— Lo so, lo so. Ma è successo, e se lasci che cresca con questo magone in corpo ne fai una disgraziata. Devi lasciare che l’aiutino.
Ci fu un lungo silenzio, poi la voce di Eliana si sciolse in un la-mento acuto e monotono.
— C’ero passata pure io… lo ha fatto pure a me quel vigliacco. Io ero un po’ più grandicella di mia figlia, me lo ricordo ancora… “mo’ che tua madre è morta tocca a te fare la donna in questa casa”… così, come se dicesse tocca a te cucinare, ma non era quello che voleva di-re… e quanto è durato! Mi sposai perché la smettesse, e la smise… ma quel poveraccio di Giovanni morì pure lui… ‘sta casa ci fa fuori tutti quanti… e mi lasciò sola con quello schifoso… e la ragazzina.
Le parole rotolavano insieme alle lacrime, inarrestabili.
— Con lei ha cominciato … aveva cominciato… un mese fa. Quando me ne sono accorta mi sono sentita morire… l’ho capito subi-to che le aveva fatto la stessa cosa… me lo ricordo come mi sentivo io, quella cattiveria che mi schiacciava l’ho riconosciuta subito, gliel’ho vista in faccia a mia figlia! A quella creatura… Volevo parlar-le, ma non ci riuscivo… e vedevo che lei voleva parlare, ma non sape-va come.
Eliana si soffiò il naso.
— Quel giorno stavo alla baracca. Sono andata a casa senza sape-re perchè, pensavo di parlargli a quel vigliacco, non lo so… ve lo giu-ro, non lo so cosa volevo fare. Quando sono arrivata stava dormendo come sempre, come una bestia sfamata. C’era il coltello a terra vicino alla bottiglia… e l’ho preso.
Smise di piangere, si soffiò ancora il naso.
— Io queste cose ve le scrivo pure commissà… ma voi mi pro-mettete che aiutate a mia figlia. — Non era una domanda, ma la pro-posta di un patto; Prisco annuì.
— Non mi vorrà più vedere — la donna scosse piano il capo — mi odierà.
Anche Prisco dondolava con dolcezza la testa.
— Io credo di no, Elià. Andiamo ora.


http://www.commissariatobellanapoli.it

Invia i tuoi commenti a commenti@villanovastrisaili.
Short-story del mese
Marzo 2006
Ritorna a Narrativa

Home