I  Malafrusculi.
Storia costumi e tradizioni nei modi di dire
della Sicilia sud-orientale

di Paolo Monello


“A certu, iddu è da cumacca…”: quante volte lo abbiamo sentito (o anche detto!), magari senza conoscerne il preciso significato, ma intuendo trattarsi di uno “raccomandato”.  Oppure “ficinu i cosi a fratisca”. O anche: “Si fici a cruci cca manu manca”. “Ma cui, chidu? Ma vattinni, chidu è santu ca nun sura!” etc. etc.

Quanti di questi modi di dire ancora oggi sono diffusi e conosciuti nel loro significato? Molto più di quanto si creda, ma sempre meno di un tempo. Ed ora, a rinfrescarci la memoria, ma soprattutto a chiarirci meglio significato e origini di tali frasi viene di nuovo “I  Malafrusculi. Storia costumi e tradizioni nei modi di dire della Sicilia sud-orientale” (Caltanissetta 2005, Edizioni Lussografica), seconda edizione riveduta, opera del dr. Salvatore Bucchieri. Intellettuale vittoriese serio e preparato, per lunghi anni stimato direttore del 4° Circolo Didattico “Gianni Rodari”, l’autore arricchisce notevolmente il panorama della produzione saggistica vittoriese degli ultimi anni, con un prodotto di qualità
.
Che affronta il tema difficile delle origini e del significato dei modi di dire della Sicilia sud orientale, partendo da quelli vittoriesi (perché i Vittoriesi sono il risultato del continuo stillicidio di arrivi, durato tre secoli, di genti provenienti in grandissima parte dall’area sud-orientale dell’Isola e anche da Malta). Ma lo fa non dal punto di vista linguistico (in parte trattato da Consolino 1988), bensì storico, cercando per ognuno di darne la probabile origine e fornendone il significato. E’ quindi un lavoro che partendo da un modo di dire specifico va a ritroso nel tempo, alla ricerca di usi e costumi ormai scomparsi, frutto a loro volta di ricchissime stratificazioni storiche.

Un lavoro di attenta ricerca filologica, che ha avuto come premessa un accurato e scrupoloso spoglio dei testi dei maggiori studiosi di storia, folklore, linguistica, della Sicilia e non solo, come è possibile constatare dalla bibliografia, vasta ben 8 pagine. Il volume raccoglie modi di dire completamente sconosciuti ai giovani e giovanissimi e solo parzialmente noti e usati dai loro genitori. A parte la voce “malafrusculi” che dà il titolo all’opera, che denomina i diavoli che secondo un’antica credenza iblea spingevano alla lussuria e al peccato nelle calde ore pomeridiane (per questo si vietava ai bambini di uscire durante “u filuvespiri”, cioè tra l’una e le tre del pomeriggio), è possibile “gustare” altre numerosissime voci e saperne le origini e i significati.

Ma perché proprio i modi di dire? Perché a giudizio dell’autore,  a differenza dei proverbi,  ”che affrontano sempre temi universali con l’intento di formulare giudizi e fornire valutazioni sulle principali circostanze della vita”, i modi di dire “non esprimono sentenze perché non si pongono finalità morali o pedagogiche in senso stretto; hanno origine in eventi storici, non necessariamente con la S maiuscola, ed esprimono semplicemente dei traslati, delle metafore, o anche paragoni espliciti”. Mentre “il proverbio è il risultato di un processo di pensiero...dal particolare all’universale, in quanto elabora una proposizione generale ed astratta sull’esperienza di casi particolari”, il modo di dire “è invece frutto della creatività e del pensiero…che si concretizza in una metafora”.

Fatta questa precisa ed opportuna distinzione, l’autore ci fa intendere i motivi della sua preferenza per il tema scelto: “La metafora è congeniale ai poeti e agli scrittori, ma è congeniale al popolo per la sua semplicità strutturale e per la sua incisività espressiva. Le metafore popolari vengono elaborate spontaneamente sulla base di eventi, situazioni, comportamenti noti e condivisi. Esse sono correlate con la storia, le tradizioni, le credenze comuni e perciò diventano patrimonio di tutti”. Dunque storia del popolo siciliano, delle genti viventi nella parte sud-orientale dell’Isola ha voluto fare il dr. Bucchieri, donandoci un amorevole contributo alla cultura del popolo vittoriese, alla conoscenza e alla tutela delle sue “radici”. Cosa sarebbero oggi le nostre conoscenze del mondo contadino ibleo, senza le ricerche di Serafino Amabile Guastella, che in parte le trasmise a Giuseppe Pitré? Cosa sarebbe la nostra storia senza le ricerche sul dialetto vittoriese del prof. Giovanni Consolino?

Partendo dai modi di dire di Vittoria, l’opera abbraccia l’intera storia della Sicilia. Alcuni modi di dire sono esclusivi di Vittoria (ad es. “nn’avi tanta racina appisa!”, per dire di chi “ha già tante di quelle disgrazie!”, modo di dire chiaramente legato alla produzione vinicola; oppure, “cci finiu com’o palazzu ‘i Pinnitu”,  edificio rimasto esemplarmente incompiuto, in via Roma; ma anche “e cchi parunu, i tri ra taledda!”, famoso dipinto del pittore vittoriese Giuseppe Mazzone sulla Passione); ma altri sono riferibili all’intera Sicilia (“privu ra vista i l’uocci”, giuramento di ordalia legato all’antichissimo mito pre-greco dei Palici di Mineo; o “cch’è latina sta maccia”, modo di dire anch’esso di origine sicula; “furriarisi lecca e la mecca”, cioè girare tutto il mondo, antichissimo “relitto” linguistico arabo; “cuntari i tri g-ghiorna o fistinu”, riferito al famoso festino di Santa Rosalia a Palermo, arrivato tra il Cinque e il Seicento  ai massimi splendori  etc. etc.). E tanti altri modi di dire che la curiosità dei lettori scoprirà, con un godimento intellettuale leggero e ricco di contenuti allo stesso tempo. Storia della Sicilia, dunque.

Ma un filone particolare, che si inserisce negli studi dialettali, con il risultato di avere il grande merito di salvare dal naufragio dell’oblio tante particolari espressioni dell’intelligenza del nostro popolo. Dando un esempio di studi valido anche per il futuro. Perché se ha ragione il dr. Bucchieri nell’affermare che i modi di dire sono un distillato della fantasia, della creatività  e della saggezza di un popolo in una data epoca, ciò significa anche che ogni epoca produce i suoi “modi di dire”. E poiché è difficile che il dialetto sparisca, ci saranno sempre nuovi modi di dire, frutti dei tempi nuovi, espressi ancora in dialetto siciliano. La lingua infatti è in continua evoluzione e in Sicilia accanto all’”italiano regionale” si parlerà sempre una forma di dialetto siciliano più o meno infarcito di termini moderni, che pur escludendo dall’uso termini indicanti oggetti o situazioni ormai non più attuali, conserverà sempre l’antica struttura sintattica così come si è formata in epoca normanno-sveva.

Per cui domani, persino gli sms, i “messaggini” via telefonino, tutto ciò che oggi ci appare “strano” o scorretto sintatticamente e che si materializza su Internet o in televisione, potrà produrre nuovi modi di dire, che mi auguro possano essere studiati anch’essi con gli stessi acume, amore e cultura usati dal nostro autore.
Il volume è arricchito da numerose foto d’epoca, che completano l’opera con un tocco di raffinatezza e, direi, di grande bellezza.  

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