Amori d'altri tempi
di Franco Morra
Si viveva realmente in quell’epoca in un altro mondo ed in una etá molto diversa. Era senza dubbio un’etá ipocrita e bigotta, di donne e di uomini pietosi a modo loro che si coprivano le parti superiori del corpo: capo, faccia, collo e spalle con veli e pesanti vesti, laciando scoperte il piú delle volte, come i corazzieri di sua maestá la regina inglese, le parti inferiori alle naturali ventilazioni.
Era l’epoca in cui nei sentieri incantati dei nostri boschi circolavano liberamente libelli di tutte le speci. Quando le nobildonnne si intrecciavano nei capelli rose e gelsomini a profumare la loro bellezza e nelle purpuree tuniche si lasciavano imboccature strategiche affinché gli amanti potessero mettere le mani a piacimento.
Non dovremmo nemmeno ricordarla quell’epoca, soprattutto dura per le donzelle che non potevano scegliere il proprio fidanzato e dovevano chiedere il permesso ai genitori, i quali neanche a farlo apposta giá avevano deciso il proprio candidato.
Sopra le ridenti colline della nuova terra stava appollaiato un villaggio, che non era altro che una comunitá di pastori e contadini, chiamato la “Torre”. Si usava aggiungere al sostantivo il nome di un santo, pero nel nostro caso il santo non l’avevano ancora trovato.
Questa comunitá era dominata in quel tempo dall’intransigente marchesa Matilde di Robilant la quale, dopo che suo marito conte Duccio era partito per la Terra Santa al seguito di Federico Barbarossa, esercitava a suo capriccio, con autoritá assoluta, il ‘ius primae et consecuentis noctis’ sopra la rigogliosa gioventú maschile del nostro e dei paesi a noi vicini..
In quell’epoca alla “Torre” viveva Brunetto lo Greco, di ventitré anni, di aspetto vigoroso e prestante, di carnagione colorita, di capelli castani chiari, sempre spettinato.
Brunetto, durante una festa, fece promessa di matrimonio a Marianella Mora : un fiore appena sbocciato sulle sponde dei nostri boschi e figlia del capitano degli alabardieri di sua signoría la Marchesa.
Brunetto che non aveva raggiunto il primo gradino del traino e mai aveva visto la marchesa, fu gentilmente invitato a corte ed avendo capito il motivo dell’invito, rifiutó con la stessa gentilezza il favore.
In un secondo momento, dagli scudieri di sua signoría, gli fu imposto sia con minacce e sia con inviti, di recarsi inmediatamente al castello. Con tutto questo Brunetto, sfidando le minacce, dopo due giorni fu arrestato come un vile criminale e chiuso senza misericordia in un’orrida cella al pian terreno della fortezza, a pane e acqua.
Marianella, informata del fatto, corse al castello, pianse inutilmente sopra il petto paterno e, disperata, con l’aiuto di un’amica, si preparó a trascorrere con il suo amato, i suoi giorni e le sue notti, allo stesso modo di Brunetto.
Le fu preparato un gran sacco di foglie e di paglia di fronte alla porta del carcere e, cosí, alimentandosi del poco che il padre e l’amica le portavano, bevendo le proprie lacrime, cominció il doloroso calvario, con il viso sempre rivolto alla negra quercia.
Si trovava in un corridoio umido e oscuro, peró era sempre un tetto che la riparava dal sole e dalla pioggia e sopra la sua testa c’era una finestra chiusa in forma di ogiva, dove potevano entrare di giorno i raggi del sole e di notte i raggi della luna. La parete sinistra fungeva da muro delle celle allineate una all’altra e la parete destra era una muraglia di mattoni che la separavano dalla piazza d’armi da dove, a tratti, giungevano gli schiamazzi dei soldati della marchesa o il gracchiare di un corvo e infine, l’eterno mormorío del fiume non lontano che discendeva alla foce.
Le guerre feroci dell’imperatore, del Papa, dei comuni, si effettuvano nelle valli ed in cittá: macchiavano di sangue i grande fiumi, peró non giungevano lassú nelle cime fortificate sulle colline dove vigilavano fortezze e uomini armati.
Il sole spuntava nell’est fra i picchi aguzzi, baciava nel percorso montagne e vallate e, all’imbrunire, calava ad ovest, nel lontano orizzonte fra le acque di un mare che non conosceva ancora.
Sopra le ridenti colline fra L’Albese ed il Monferrato, lá dove si innalzavano i castelli di conti e di marchesi, di vassalli e valvassini, appostati dietro le loro torri merlate, si combattevano ben altre battaglie. Di notte nel silenzio siderale potevi udire il galoppo di un destriero che fra castagneti e vigneti, fra noccioli e peschi in fiore, colpiva con i suoi zoccoli ferrati la dura terra e rimbombava nei cuori gentili amore, che a nessun amante amar perdona, lasciava dietro la sua groppa, tracce di lacrime e sangue.
Nel castello alto sopra la piú alta collina, seduta pensierosa sul trono di Duccio, vegliava Matilde di Robilant, vedendo sfumare la deliziosa giovinezza. E gettata sopra il suo sacco di foglie giaceva Marianella Mora con tutti i sensi in guardia, il viso in disordine e con la testa appoggiata alla dura porta di noce che la divideva dal suo innamorato; il piú bello di tutti, roseo come una mela matura, festaiolo ed aspettante, tirato adesso sopra una branda militare e abbandonato nel sonno dei giusti.
Marianella stava lí attenta e vigile. La divina provvidenza lo aveva affidato a lei sola per tutta la vita; perché dunque Matilde se lo voleva rubare? Non c’erano abbastanza uomini sulle colline? Brunetto, prigioniero e incatenato, continuava ad essere suo. Che cosa poteva costituire la miserabile porta per i suo amore? Non era un oceano, neanche un mare e nemmeno un fiume tempestuoso. Marianella era lí a un palmo dal suo fidanzato, preparata a difenderlo con le armi che una donna possiede.
Una notte, quando la luna si affacció al suo buco udí e vide la marchesa arrivare ai piedi del suo materasso, vestita solamente con una camiciola di seta, aveva la grande chiave della cella nella mano destra. Gli occhi della marchesa folgoravano come occhi di gatta selvatica e con voce alterata a bruciapelo domandó a Marianella:
-
Che fai, tu, costí?
-
Sono qui, madame, disposta a ucciderla, lei é una ladra.- e tirò fuori un pugnale
dalla coperta, che nei raggi lunari fiammeggió come un lampo.
La Marchesa, pallida e tremolante si dileguò nell’oscuritá del corridoio con passo spento. La luna continuava ad illuminare il cielo, il canto di un grillo solitario risuonava nei meandri del tetro corridoio e, nella piazza d’armi, scalpitavano gli zoccoli di un cavallo.
L’incidente notturno con la marchesa non ebbe ulteriori coseguenze. Si riannodarono le notti tenebrose e i giorni raggianti. Il profumo delle pesche si spargeva in ogni angolo del castello e penetrava anche negli oscuri corridoi.
Intanto Marianella aveva scoperto che le tavole di quercia, unite, che costituivano la terribile porta, con il passare del tempo, come succede, si erano ristrette e tra l’una e l’altra si stavano formando delle fessure. Una in particolare era abbastanza grande, attraverso la quale poteva introdurre il dito indice della sua mano e incontrarlo con un dito di Brunetto. Per questa fessura poteva chiamarlo e poteva fiutare i suoi aromi di
maschio e durante le notti isonni poteva dedicargli le sue parole d’amore.
Con il tempo, per mezzo del pugnale,Marianella riuscí ad ingrandire ancora un pó l’apertura delle tavole, con discrezione, naturalmente perché i carcerieri non si rendessero conto. Con questa spaccatura sognava Marianella nei suoi angosciosi dormiveglia e per questa spaccatura doveva aspettare Brunetto il saluto della sua bella. Non esiste montagna tanto alta e tanto grande che l’amore non possa appianare e non c’e rovere né acciaio tanto compatto che non lo possa dissolvere il fuoco della passione.
Matilde, la marchesa ostinata, passó un’altra notte ancora per l’infausto corridoio nella cui oscuritá poteva incontrare grilli ed altri insetti dello stesso genere.
Matilde scrutó Marianella e dall’alto della sua arroganza peró si sentí improvvisamente inerme e indifesa e…decise di non proseguire oltre.
Quando sarebbe arrivata la notte della vendetta?. Non poteva tardare. La vendetta delle donne é implacabile, eterna e infinita, possiede volti diabolici e risultati letali: lo sappiamo dalla storia e per nostra esperienza. Cosa progettava Matilde nella sua testa coronata? Cosa gli suggeriva il suo orgoglioso cuore di donna abituata al comando? Cosa aspettavano Marianella, Brunetto e i carcerieri che la conoscevano?
Ricominciarono a riallacciarsi i giorni, le lunghe notti con le incursioni di Matilde nelle gallerie e le tetre corsie del castello. Durante un’altra notte di luna Marianella Mora vide la terribile marchesa avvicinarsi di nuovo, scalza e silenziosa, con una spada sguainata nella mano destra. Marianella cacció il suo pugnale d’argento e aspettó l’attacco. Cosa poteva fare con un corto pugnale di fronte a una spada di doppia lunghezza? Peró la lunghezza dello spadone si confrontava con la prestanza ed il coraggio della giovine che aspettò la rivale accovacciata e vigile. Ma all’ultimo Matilde, ancora una volta, preferí ritirarsi.
La luna illuminava il cielo piú splendida che mai e la camicetta da notte della nobildonna rifletteva le sue forme che conservavano ancora il vigore e l’armonia della gioventú, soprattutto le le sue parti intime e delicate, i suoi seni sempre opulenti e le sue gambe slanciate che non avevano cominciato a declinare. Cosí Matilde si allontanó.
Marianella avrebbe potuto seguirla, rincorrerla e attaccarla alle spalle, ficcarle il pugnale nel voluminoso deretano; ma si ricordó di essere figlia di un cavaliere senza macchia e la lasció andare avvilita per il suo cammino .
Le crociate di Terra Santa costituivano solamente un sogno macchiato di sangue. I valorosi partivano con l’elmo in testa, il sorriso sulle labbra, il nome di Dio in bocca e le lance a destra. Peró dopo non ritornavano piú o, i pochi che ritornavano alle loro terre avevano i capelli bianchi , profonde ferite nel corpo e la fatica dipinta sulla fronte.
Matilde si allontanava per l’oscuro corridoio pensando forse al suo triste destino e alla sua bianca vedovanza che non poteva saziare con gli amanti di una sola notte. Ella era la triste Penélope senza tela, la donna che non poteva riempire il cuore né con Brunetto né con Aliberto perché aveva anche finito di sognare.
Nel paese si racconta che tre giorni dopo l’ultima apparizione di Matilde, un improvviso terremoto scrolló le verdi colline. Si dice che cadde un fulmine e altri affermano che strani fenomeni accaddero.
Quella notte Selene non abbandonó il letto profumato del giovane amante. Neanche Matilde uscí a passeggiare per i corridoi del suo palazzo.
Nel paese si udirono soltanto i fragori di un cataclisma. La porta di nero rovere che imprigionava Brunetto cadde squinternata sui propri cardini. La campana del santuario suonó a stormo. Si spalancarono le porte ferrate della fortezza e gli arcieri di guardia sugli spalti del castello saettarono le loro frecce mortali contro i fantasmi notturni. Nello stesso istante un cavallo di nero crine colpí con i suoi zoccoli il lastricato della piazza e partí, quale Pegaso, con le ali tese volando attraverso le ondulanti colline che si perdevano nell’infinito.
Brunetto e Marianella erano fuggiti per sempre!