“Il Codice da Vinci” ovvero “un codice per vincere”
di Franco Pilloni
Come nasca un bel libro (un capolavoro, nel sentire comune) non è facile dire, perché spesso cresce in fretta sull’onda di una emozione personale, qualche volta per un caso fortuito dovuto ad un incontro o a una felice intuizione di un momento. Più spesso lo scrittore lo pensa e lo ripensa, ci dorme sopra e poi ci ritorna perché non sempre le idee, i ragionamenti, i discorsi nascono col vestito della festa e sono presentabili in ogni circostanza, in considerazione anche dell’antica diatriba infinita che ci ricorda che non è importante ciò che si dice quanto come lo si dice, o anche esattamente l’opposto.
Dopo che è stato concepito ed ha esperito il suo corso prenatale, arriva l’ora per il bel libro di venire alla luce nel modo più naturale, passando per una tipografia e una casa editrice. Per la maggior parte dei casi succede, almeno da noi in Sardegna, che è l’autore stesso (indipendentemente dal valore estetico-letterario dell’opera) a finanziare in tutto o per quota parte le spese per la nascita e per il battesimo del suo lavoro.
Sono lontani i giorni della nostra giovinezza, quando leggemmo su questo stesso quotidiano, le vicende drammatiche, fortunose e romanzesche del manoscritto de "Il dottor Zivago" di Boris Pasternak, trafugato da oltre la cortina per mezzo di mani amiche e approdato nelle mani altrettanto amiche e sicure di un editore parigino. Quel bel libro ebbe uno strepitoso successo e fu pubblicato prima in lingua francese che in russo.
Le dinamiche del mondo di oggi (e da allora non è trascorso ancora mezzo secolo), specialmente con la straordinaria e irrisoria facilità di comunicare, fanno sì che il binomio bel libro-grande successo di vendita non sia più così scontato. Anzi, non lo è affatto, perché un bel libro (un cosiddetto capolavoro) viene costruito in silenzio da un uomo solo (e al silenzio spesso viene relegato all’infinito), mentre un best seller, (un capolavoro di vendite), è allestito in equipe con criteri scientifici e industriali, in cui scarso margine viene lasciato al sentimento.
Lo ha detto, spiegandolo così bene che l’ho capito anch’io, in una sua "bustina di minerva" un certo Umberto Eco, qualche settimana fa, sull’ultima pagina del settimanale l’Espresso e ad essa rimando ognuno che voglia carpire i segreti e ferrei meccanismi dell’editoria moderna.
Il discorso fatto dal Professore si attaglia come non mai agli ultimi campioni di vendite, sia nostrani che internazionali, come appunto "Il codice da Vinci" di Dan Brown.
Confesso che, contrariamente alle abitudini che mi portano lontano dai best seller e, ahimè, anche lontano dalle mode, ho letto con attenzione questo romanzo da intrigo internazionale per il solo e unico motivo che l’amico oristanese Gigi Sanna (quello di Sardoa Grammata, per intenderci) mi ha riferito che nel romanzo di Brown erano riecheggiate più d’una situazione di suspence che erano presenti nel mio romanzo "Labirinti & Soluzioni". Dico subito, per chiarezza, che il mio libro è uscito prima di quello di Brown e dunque è il suo che riproporrebbe alcune situazioni che io ho inventato. Ed escludo anche che Mr. Brown abbia letto il mio libro; né mai lo leggerà, suppongo, perché mi pare oltremodo improbabile che il frutto del mio lavoro trovi qualcuno disposto a tradurlo in inglese oggi, domani e mai, indipendentemente appunto dal valore letterario, come avviene per tanti altri scrittori in Sardegna.
Sarebbe importate discorrere di questo fenomeno in serenità e senza piagnucolare, ma rimandiamo l’argomento ad altra più provvida occasione.
Torniamo al libro di Brown per dire subito che, come semplice lettore visto che io non sono un critico letterario, mi è sembrato un po’ meglio di quanto avevo supposto pregiudizialmente. Ma solo un poco, perché a ricorrerlo mentalmente dopo averlo letto fino in fondo con attenzione, ci si accorge che è un libro senza anima, una cosa piuttosto grossa ma non grande, monotono nel senso di monocorde fino all’incredibile. Non si troverà una battuta salace, o almeno ironica, una scena che susciti emozioni né di tipo amoroso (e neanche erotico, per fortuna), né di tipo sentimental-famigliare. L’argomento è un impasto, scientificamente combinato fino all’esasperazione, delle più tetre speculazioni anticlericali, delle più disinvolte reiterazioni di antiche e logore leggende, di incongruenze notevoli sotto l’aspetto narrativo. I personaggi sono piuttosto cupi, incredibili e fuori dal mondo, tutti più o meno con un’idea fissa in testa come gli eroi dei cartoni giapponesi.
Uno dirà: ma è un triller, un romanzo per tenerti attaccato alla sedia a leggerlo!
Mica vero. Quante volte ti viene la stanchezza e la voglia di smettere perché alcune parti, evitabili in quanto assolutamente superflue, appesantiscono la narrazione e vengono stirate in lungo e in largo, affaticando il lettore impunemente!?.
Io so di ragazzi, cui il libro è stato regalato a Natale, che ancora hanno da terminarlo, perché si sono proprio stufati.
C’è ora, a distanza di mesi, l’alzata di scudi di alcuni prelati contro il libro, a causa dell’anticattolicesimo del romanzo (se ne legge in questi giorni da per tutto). Una querelle che viene allo scoperto con notevole ritardo, tale da indurre nel sospetto che si voglia piuttosto pubblicizzare un nuovo libro, eguale e contrario, già in bella mostra sui banchi delle librerie nostrane.
A me sembra esagerato lo sdegno dei prelati che hanno trovato l’onore dei tg nazionali, se è vero, come è vero, che alla fine del romanzo di Brown un vescovo dell’Opus Dei (congregazione di religiosi e di laici, sorta in Spagna all’epoca e sotto l’ala del Franchismo e allargatasi anche fuori dai confini, visto che il portavoce del papa attuale è proprio un esponente di quella congregazione) dal racconto viene fuori più che dignitosamente, dopo essersi profuso in calde lacrime come un agnello separato dalla madre, e dopo aver perpetrato inganni e agguati di sangue, in onore alla filosofia per la quale è il fine che giustifica i mezzi, a dimostrazione che aveva introitato più gli insegnamenti di Macchiavelli che quelli dei quattro evangeli. Spero dunque che gli esimi prelati, cui è concesso di "tutto sciogliere e tutto legare su questa terra", gli concedano il beneficio del perdono almeno in articulo mortis, per il ravvedimento finale di cui si è detto.
In conclusione, a mio parere l’interrogativo più grosso che suscita la lettura di questo libro è proprio nella sua struttura che, pur costruita a tavolino con metodi scientifici, lascia alquanto a desiderare in quanto, essendo la narrazione legata ad uno stramaledetto meridiano terreste, risulta d’obbligo attraversare stati e mari per movimentare ancor più il racconto, ma questi "spostamenti di cantiere" sono così gratuiti nelle motivazioni; scontati, banali o inverosimili nelle fattispecie in cui si evidenziano; incongrui e bisognosi di molte spiegazioni a supporto nelle modalità operative: sembrano episodi "appesi" al primo chiodo che è capitato sotto mano. A non parlare dei colpi di scena (forse sono due nel libro), di uno dei quali se ne parla così tante volte in precedenza, che anche il lettore meno scaltro capisce che qualche gatta sotto sotto ci cova: parlo ovviamente del mistero intorno alla fine della famiglia del personaggio femminile più importante, la cui psicologia pare scolpita nella rozza pietra, poiché viene trattata con mano da scalpellino, non certo da scultore.
Il mistero più fitto di questo best seller sta nel fatto che se ne sia parlato così tanto, senza che qualcuno sia entrato veramente nel merito. E ciò si capisce perché è difficile sparlare di Cesare, quando si è assidui della sua mensa, ma non abbastanza temerari per correre il rischio di digiunare o dire anche cose stupide, in un mondo in cui si è fatto veramente problematico il discernere fra il garbo e l’ossequio, fra lo sdegno e la furbizia di chi può. O anche fra il coraggio e la stupidità di noi lettori che, in conseguenza del richiamo di fischi ben modulati e ripetuti, ci lasciamo instradare verso pascoli dove l’erba sarà verde quanto mai, ma sgradevole come lampazzu.
Franco Pilloni