Lettera d'amore
di
Angela Rizzo

Carissimo,
soffia un fortissimo vento di scirocco e lo sento attraversare il fogliame degli alberi, scuotere le imposte, generare scompiglio come una divinità collerica. Ho spento la luce e assaporo la sicurezza del letto, circondata dal contorno dei mobili che si stagliano nella penombra.  Sai che non mi piace dormire nell’assoluta oscurità: voglio intravedere, attraverso le persiane socchiuse, il chiarore dei fanali della strada, che amo più di quello lunare, così freddo, lontano dall’uomo e indifferente alla sua sorte. Tu, invece, amavi il buio assoluto e chiudevi ermeticamente le imposte, avvolgendoti nell’involucro di un riposo che non concedeva alcuno spiraglio al mondo esterno. Eppure, quante volte hai vegliato sotto la luminosità del cielo notturno! Imprigionato nella tua divisa, durante la guerra e durante la pace, chissà quali pensieri hai inseguito!
Sento l’impulso di chiamarti, ma devo soffocarlo. Troppe volte sono caduta nella ragnatela della nostalgia e ho cercato un contatto con te, puntualmente delusa dal silenzio.

Gli anni sono trascorsi così in fretta! Avevi ragione tu quando mi spiegavi che la vita è una precipitosa corsa verso un traguardo non desiderato, al quale si arriva senza fiato, con il rimpianto di non avere soffermato lo sguardo sui particolari del cammino percorso. Ti ascoltavo distrattamente, spesso annoiata, con l’arroganza e l’ignoranza di chi crede di avere davanti a sé il mondo intero. Adesso sì, adesso che il tempo mi ha insegnato abbastanza e ha piegato la mia superbia, adesso sì che m’interesserei alle tue riflessioni. E’ tardi. L’orologio sul comodino esegue fedelmente il suo compito e continua a scandire le ore, i minuti, i secondi con la stolida precisione del boia che prepara il cappio,  del comandante che  ordina il massacro  delle sue truppe, del chirurgo che esegue scrupolosamente un intervento di cui conosce a priori l’inutilità. La forza del vento è aumentata. Qualcosa rotola nel balcone del piano soprastante, un sibilo carico di minacce turbina tra i palazzi del quartiere e diviene frastuono.Ti voglio bene, più di quanto immaginassi quando vivevamo insieme e dividevamo le consuetudini e i gesti ordinari di una vita apparentemente banale. Ti voglio bene e mi manchi più di quanto avessi creduto!

Chissà come il mare è flagellato stanotte dalle sferzate del vento, quel mare così limpido nelle stagnanti giornate estive in cui, insieme, ne gustavamo il refrigerio.
E’ importante galleggiare e tu mi istruivi in questa importante conquista. Sentivo la tua mano sicura sotto la schiena e l’invito a lasciarmi andare.
E grazie a te, ho raggiunto l’autonomia e la capacità di abbandonarmi con fiducia all’abbraccio dell’acqua, con la stessa sicurezza del feto che si muove nel liquido amniotico. Nella vita è essenziale non sprofondare mai nei flutti del caotico divenire e cercare di emergere, assecondando le forze naturali.
Dove sei? Mi hai abbandonata proprio quando ero già pronta a sfrondarmi degli orpelli inutili e futili dell’orgoglio, a chinare il capo non per vigliaccheria, ma perché davanti a me balenava la verità del nostro essere.
La tua espressione pensierosa, i tuoi silenzi, le lacrime che furtivamente asciugavi… Che ne sapevo, allora, che eri stato un’aquila e che, a poco a poco, la vita ti aveva trasformato in un uccello prigioniero?

Le  barriere  della  reticenza  sono  ormai  crollate sotto l’impeto di una forza nuova e sento il bisogno di farti comprendere quanto importante tu sia e sia stato per me, una necessità tanto più angosciosa quanto più mi rendo conto che non mi ascolterai.
Ed ecco subentrare in me una rabbia sorda, che forse lenisce la sofferenza. Credevo di poterla dominare stanotte, ma  si  fa  strada  nella  mia mente insonne e comincia a muoversi lentamente, poi aumenta il ritmo della sua danza e assume le forme di una baccante sfrenata. Le tempie mi pulsano e mi sembra che il cervello sia martoriato dal rullare di mille tamburi. Finalmente riesco a ritrovare la calma, ma non è altro che una sterile freddezza che anestetizza le emozioni.
L’idea di sentirsi defraudati, traditi, abbandonati è un efficace antidoto al veleno del rimpianto. Sei un egoista che ha dimenticato il passato e gode i piaceri di un’esistenza nuova, oppure stai attuando una crudele vendetta nei miei confronti, servendoti di quel silenzio che spesso ho usato con te.
Sai bene quanto ferisca la presenza assente e muta dell’altro, quanto uccida più di una parola sgarbata!

Hai tratto forse spunto da quel Dante, i cui versi sempre mi citavi? In questo caso ti obietterei che stai usando in modo ingiusto la legge del contrappasso perché io tacevo, ma ero lì con la mia fisicità: tu non taci semplicemente, tu non ci sei.
La pioggia scrosciante che adesso sento riversarsi sulla terra riuscirà probabilmente a calmare la furia del vento, così come sta placando il mio assurdo furore. Come un balsamo dolce, dona sollievo al dolore e mi riporta alla razionalità. L’oscurità della notte ha il potere di esacerbare i pensieri, rendendoli simili ad affilate fruste con le quali ci flagelliamo, come eremiti che cercano la santità attraverso la punizione del corpo. Immaginare che tu in qualche modo voglia punirmi è soltanto un infantile espediente per tentare di trasformare il dolore in risentimento.
La verità è una sola: non riesco ancora ad abituarmi alla tua lontananza. Mi piacerebbe vederti ancora alle prese con i passatempi ai quali ti dedicavi nel tempo libero.
Quelle assurde e improbabili composizioni floreali! Eri convinto di avere il pollice verde e mai più potrò osservare le bizzarrie barocche delle tue piante.

Non sapevi cuocere neppure un uovo ma ogni anno, puntualmente, ti affannavi nella preparazione della marmellata di uva che riversavi in un’infinità di barattoli. Nessuno aveva il coraggio di assaggiarla, ma tu la consumavi regolarmente, più per puntiglio che per piacere: non avresti mai ceduto all’umiltà di riconoscere la tua goffaggine nel campo culinario!
Se tu tornassi, però, spalmerei volentieri su larghe fette di pane quella poltiglia, che mai riusciva a raggiungere la giusta consistenza, e ti farei compagnia nel sacrificio. Tutto questo e altro farei e non so come dirtelo. E’ inutile che venga a cercarti in quello strano posto in cui mi dicono tu abbia preso dimora. So benissimo che non sei là. Tu vivi altrove, non sei tu quello che resta in quel freddo loculo. Aiutami a trovarti e ricordati che ti voglio un bene infinito, papà.



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