Ero carbonaio
di Franco Santamaria
L’ho finito di fare il carbonaio, maledetto mestiere fatto fino a qualche giorno fa, quando sono stato preso rinchiuso buttato qui dentro. Ecco che sono in prigione come mi dicevano quei miserabili. Contenti? Ora sono contenti che io sono finito qui dentro, me li sento proprio addosso questi muri, non c’è neppure la luce. Il freddo c’è invece, che nervi! me li manda a pezzi i nervi questo freddo, che se fosse una persona… non si vede nemmeno, devo strofinarmi i piedi l’uno contro l’altro e devo strofinarmi le braccia con le mani. Correre niente, la cella è piccola, i muri mi sono addosso e sono costretto a girare sempre su me stesso. Mi gira la testa pure se sto fermo! Quando facevo il carbonaio, non sentivo tanto freddo, ero sempre in mezzo alle fiamme e in mezzo alla brace. E quando non facevo carbone, non lo sentivo lo stesso tanto freddo. Mi muovevo, andavo in cerca di macchie o facevo un’altra cosa. E poi la notte, d’inverno, accendevo il fuoco nella capanna e mi coprivo tutto insieme con la coperta e altra roba addosso.
Mò invece, eccomi a sbattere per cristo i piedi, a strofinarmeli l’uno contro l’altro, sono come due pietre. Mi devo strofinare pure le braccia con le mani e poi le gambe, con le mani.
Pure i pensieri sono disordinati per il freddo, non si fermano a pensare una sola cosa o se si fermano, ci vuole tempo per capire cosa penso. I pensieri s’attorcigliano come le fiamme quando c’è il vento forte, quante volte le ho viste le fiamme che s’attorcigliano per il vento forte.
Sulle braccia c’è segnato il mio maledetto mestiere, strisce di qua strisce di là, come i rami stessi delle macchie che bruciavo. Ci sono le bruciature che, a furia di strofinarmi le braccia con le mani, le ho fatto rompere e sanguinano. Mi fanno male. Sono le ultime, quelle di qualche giorno fa.
Cosa ho fatto ho fatto, se lo meritava quella gentaglia. Ma non solo quella gentaglia, tutti dovevo bruciare!
Il carbonaio! Certo, tutti quanti parlano di me, fuori; dicono: il carbonaio è in prigione, il carbonaio ha bruciato nel fuoco Carmela Linati e suo padre, il vecchio Linati. Dicono: il carbonaio ha bruciato pure la loro masseria e voleva bruciare il paese, è scomparso finalmente quel maledetto, dicono. Maledetti loro, tutti quanti! E lo sai con quanto disprezzo lo dicono, che io ho bruciato questo e ho bruciato quest’altro, e lo sai con quanto piacere lo dicono, che io sono finalmente scomparso, quei brutti vermi?
Il carbonaio il carbonaio, pure qua dentro mi hanno chiamato carbonaio in questi giorni passati, certo mi chiameranno ancora così, quest’altra accozzaglia di vermi che sono i carabinieri.
Una croce inchiodata in fronte, maledizione, ma non lo sono più, per cristo santo, sono in prigione!
M’innervosisce questo freddo, pure il buio. Voglio dire che odio la gente e il freddo m’impedisce di pensare e di ricordare bene cosa mi hanno fatto. Pure il freddo io odio.
Si permettono di chiamarmi carbonaio. Ho voglia di strozzare chi mi chiama così. Sempre, ma è finito, no? è finito quel maledetto mestiere. Sono in prigione e ci starò chissà quanto tempo, qui dentro, i muri addosso, il buio e il freddo. Puah! per dio gli sputerei a tutti in faccia, li smidollerei.
Mai pace, ma cos’è la pace? Me ne parlava Carmela, e lei, la troia, m’ingannava.
Mi dicevano, quanti pugni gli avrei dato per questo: in prigione devi finire, in prigione devi andare per stare bene, tu.
Una settimana, o quanto?, che ci sto qui, e non ho visto che questi muri, domande e domande e freddo. Ho pure fame o forse no, ho freddo e odio. Fuori mi sfamavo con la frutta e altra roba rubata qua e là, o con i mozziconi di pane duro che mi davano in cambio del carbone.
Non finisce bene, no, non finisce bene! Ma che dico? mi viene da ridere che ho detto non finisce bene. Perché, quando mai ho provato qualcosa di diverso? Fuori o qua dentro, è uguale; il male, l’ho inchiodato addosso, io.
Il male. E io l’ho ricambiato: tu un pugno a me e io un pugno a te; tu mi vuoi ammazzare, a me, e io ti brucio, ti brucio!
Pure questo freddo, l’ammazzerei se fosse una persona, e pure questo figlio di troia di maresciallo e gli altri vermi che stanno qua dentro io odio. Vuole sapere, ancora, perché ho bruciato la masseria e quelle carogne. Figlio di puttana, mi guarda in modo schifoso, poi ride, poi mi guarda ancora in modo schifoso. Quanto schifo ha fatto in vita sua, lui e tutta la sua razza, vorrei sapere!
Detto e ripetuto mille volte, che ci perdevo? Non volevano un carbonaio in casa loro, lei pure non voleva sposare un carbonaio. Cambia, mi diceva, cambia mestiere. Con quanti modi falsi, s’è visto alla fine, s’è visto. Ho fatto bene a punirli, per forza!
“Più avanti, più avanti!”
“Che cosa più avanti, per tutti i santi!”
M’ha dato un violento ceffone e io non posso muovermi. “Non si bestemmia, si parla!”
La bava mi viene, maledetto, lo strozzerei. Non bestemmiare!… Tutti lo fanno e a me, pure questo m’è vietato fare? Non bestemmiare, pure Carmela me lo diceva, ma suo padre bestemmiava e lei zitta, non gli diceva niente; mio padre e mia madre bestemmiavano, tutti bestemmiano; che credi? pure quel degno di una coltellata nella pancia, il maresciallo, che non vuole sentirmi bestemmiare, per cristo, bestemmia. Allora? I suoi occhi sono fiamme, è furioso come tutti quanti, un cane legato a una catena con la rabbia. Nella masseria di Ciccio Regula c’era il cane con la rabbia, legato alla catena, talmente si voleva avventare contro di me che la mordeva, la catena. Fuma di continuo, un mucchio di brace che si spegne con l’acqua, è grasso di lardo. Poi ride come un pazzo e mi mostra i denti, più neri del carbone, si mischiano ai baffi quando lui ride.
“Più avanti, da quando eri piccolo!”
Gli avrei schiacciato di più il naso da cane, sono robusto, ho muscoli duri come la pietra. Mi tenevano legato alla sedia, quando mi sono alzato per ucciderlo quel maledetto, mi sono alzato con tutta la sedia. Altri due o tre sbirri che stavano ai lati (l’avevano, la paura di me!), mi hanno inchiodato con la sedia a terra, s’erano buttati addosso e s’appoggiavano con tutto il peso sulle mie spalle, quei figli di puttana!
Ho ceduto, non la finivano; per forza, non potevo difendermi. Ho voluto io parlare perché, tanto, che ci perdevo? Non me ne frega niente.
Ho raccontato tutto, da quando e come sono nato. Questo voleva dire con quel suo “più avanti, più avanti”.
“Da quando sei nato!” e io ho capito.
In un pagliaio, proprio a lato del fiume Sinni; e da piccolo, ero in fasce ancora, ho seguito mio padre e mia madre per le macchie nei fossi, a fare la carbonella. Ad andarci, mi ci costringevano loro; io invece volevo stare in paese come gli altri bambini, giocare, andare a scuola.
I bambini, li vedevo solo a distanza, li vedevo che giocavano insieme, io no invece che ero un maledetto, e qualcuno o tutti insieme mi gridavano: ciuccio ciuccio, tu non vai a scuola e fai il carbonaio! Cantando e battendo mani e piedi dietro di me. Ci avrei sbattuto la testa loro per terra.
Mia madre mi dava pugni o schiaffi in testa, quella troia, e mi tirava con forza appena muovevo qualche passo verso gli altri. Se non lo faceva lei, lo faceva l’altro.
Avevano sempre fretta di vendere quel sacco di carboni che portavano lei sulla testa, lui sulle spalle. Gridavano, carbone carbone, carbonella! Lei aveva la voce della pecora che viene scannata.
Però, neppure quei figli di zoccole volevano vicino un pezzo di carbone. Erano più straccioni di me, pieni di merda delle strade dove si buttavano a giocare.
Qualche volta riuscivo pure a vendicarmi, gli facevo lo sgambetto o gli davo uno spintone, quando venivano a curiosare vicino al sacco con i familiari che prendevano la carbonella. Oppure gli tiravo calci. Ero contento a vederli piangere, ma pure io avevo dalle bestie di mio padre e mia madre schiaffi e calci che camminavo zoppo, poi. Un giorno, alla masseria di Regula, dove c’era il cane con la rabbia, il figlio di Regula quasi l’ammazzavo, quasi l’ammazzo con un pezzo di ferro. Dàgli, dàgli, ammazzalo! mi veniva in testa.
Pure loro odiavo.
“Loro, chi?”
Mio padre, mia madre. Mi costringevano, eccome!, ad andare sempre appresso. Nevicava? dovevo andare con loro; pioveva? dovevo andare con loro, di notte di giorno dovevo andare con loro. Mi costringevano a lavorare come lavoravano loro, quei disgraziati animali, e mi bastonavano, il sangue dalla bocca dalle braccia dalle gambe.
Brutti vermi, specialmente lui mi bastonava, mi tirava calci e frustate con un vinco di macchia. Sempre a portata di mano i vinchi di macchia! Poi prendeva a schiaffi mia madre; molte volte la minacciava con il coltello, a mia madre. Che nomi, padre madre, dovrei dire bestie e basta, due animali! e lei poi dava mazzate a me.
Lui mi frustò pure quando li vidi la prima volta l’uno sull’altra, quei maledetti.
M’avevano mandato a prendere acqua da bere nel fosso delle macchie, non sapevo niente di quello che combinavano. Li vidi e mi misi a piangere, lui sull’altra mi pareva che l’uccideva sulle frasche. Più là, altre frasche bruciavano.
Frustate, mi sentii male, vomitai per parecchi giorni.
Le altre volte mi tenevo nascosto dietro un cespuglio, dietro una macchia e osservavo, le frasche mi bruciavano nel cervello. Nella capanna, la notte, alzavo la testa e li guardavo. Ed era come se le frasche mi bruciassero nel cervello.
Un giorno, lei strilla e si stringe la pancia che si era gonfiata in quei tempi, non sapevo che ci aveva un figlio nella pancia, che ne potevo sapere io, allora? Vidi tutta la scena. Si getta sul letto di paglia, spalanca le gambe e l’altro gli tira fuori un coso che usciva dalle gambe tutto imbrattato di sangue.
Più tardi, di nascosto, andai a tirarlo dal posto dove l’aveva sepolto lui, il verme, e capii che quel coso era un bambino e che sono le donne a figliare.
L’ho odiato, mio padre, ancora di più quando una sera lei fu bruciata dalle fiamme, mentre buttava le frasche. Ardeva come le macchie che attizzava. Pure Carmela e il padre, ma loro di più con le fiamme stesse delle frasche. Lui invece cercò di spegnerla con secchiate di acqua addosso che io pure prendevo, me lo gridava lui, nel fosso. Poi si getta al fianco di quel tizzone spento, piange e bestemmia, piangeva come piangevo io quando lui mi bastonava. Diceva che non aveva più chi poteva aiutarlo e non aveva più con chi stare nel letto o sulle frasche.
Io pure piangevo, perché sapevo che se non c’era lei, io avrei di più lavorato.
Qualche volta mi passava per la testa di buttarci pure lui nelle fiamme, ma è morto d’improvviso, mentre tossiva forte e cacciava gli occhi di fuori. Ti odio, mi diceva sempre, e io non dovevo odiarlo?
Solo odio c’è, da tutte le parti e da ogni cosa. Questi muri al buio hanno odio contro di me e io ho odio contro di loro, questo freddo maledetto, che non si stacca da dosso, ha odio contro di me e io l’ho contro di lui, l’odio.
Soltanto odio e disprezzo mi hanno dimostrato, a me, e mi hanno allontanato come un cane che ha la rogna, bastonato se non avevo come difendermi. Come questi vermi di carabinieri. Se ne abusano, perché non posso difendermi.
E’ tutta una catena!
Carmela, come no?, anche lei! quello che mi diceva era soltanto falsità. Lo faceva per soddisfare con me la sua fessa, la sua fessa di ricotta, ecco perché si mostrava diversa.
A me il suo corpo mi piaceva, come no, pure il carattere, fino a quando non ha dimostrato che era, pure lei, uguale a tutti gli altri. Sapeva fingere. Era piccolina, portava le trecce a corona sulla testa al contrario di tutte le giovani che stanno in paese.
Prima, ci guardavamo tutt’e due con molto desiderio, che a me s’ingigantiva nella capanna quando stavo senza far niente. Allora, la immaginavo, quella cagna, come mia madre, con la veste tirata sulla pancia o completamente nuda, stesa sotto di me.
Poi, una volta, la trovai sola alla masseria e facemmo tutto quanto, quello che io già sapevo e lei più di me.
“Ti voglio sempre con me”.
Rideva invece la troia, faceva di no con la testa, poi rideva e faceva di no, poi mi disse: “Sì, ma devi cambiare!”
Già allora, mi disse: devi cambiare.
Ed io accettai. “Va bene, va bene, cambio”.
Devi anche parlare con mio padre e con mia madre, mi disse ancora, devi cambiare e devi parlare con mio padre e con mia madre. Io dicevo sì, sì, cambio e voglio parlare con tuo padre e con tua madre, perché voglio sempre provare questo piacere stando con te.
Ero già caduto nella sua falsità, di quella lì; già in quei momenti, mi aveva fatto dimenticare gli sputi, le bastonate, l’odio di tutti quanti. Mi teneva legato alla sua catena, ormai.
Bruciai il pagliaio vicino al fiume per stare con lei più spesso, mi feci un altro pagliaio vicino alla sua masseria. Anche qui c’erano macchie per fare la carbonella, davo metà carbonella al padrone delle macchie, metà la vendevo.
Quando era sola alla masseria, veniva lei a cercarmi, il fumo delle frasche che bruciavano si vedeva da lontano.
Carmela mi parlava come di un fuoco, della speranza come un fuoco che era dentro di me.
Così mi veniva da pensare che forse ero solo io ad odiare. Forse sono io una bestia, mi dicevo, e Carmela mi fa sentire diverso con le sue parole e le sue maniere.
Mi aiutava a fare la carbonella, trascinava le frasche, m’insegnava a dire tante cose, a fare tante cose che io non sapevo, per essere sempre stato scacciato come un cane. Mi diceva: devi cambiare mestiere e carattere, non devi essere così cattivo con le persone, gli uomini non sono cattivi come tu credi, gli uomini scherzano; tu invece, basta che ti guardano per prenderli a pugni, tu invece, basta che una foglia si muove per staccarla dal ramo, soltanto perché in quel momento pensi che gli uomini ti odiano.
“Tu odi pure la foglia e la stacchi!” mi diceva con quella voce calma e ingannatrice. Per stare con me, per divertirsi con me, mi ripeteva tutte queste cose. Diceva anche: i miei genitori non vogliono un carbonaio in casa e poi, così cattivo.
La facevo pure parlare io! Già odiavo il mio mestiere e dopo le sue parole l’odiavo di più. Il carbonaio! Maledetto mestiere, sempre col fuoco, sempre sporco e bruciato, sempre nero più dello stesso carbone, sempre con i vestiti a pezzi e bruciati, sempre affamato e odiato, guardatemi guardatemi come sono! chi fa il carbonaio? soltanto un disgraziato, soltanto una bestia!
“Va bene, cambio mestiere, perché l’odio, questo mestiere. Faccio il contadino o il pastore” e mi mettevo a imitare il pianto degli agnelli, mbeee mbeee, e poi gridavo alla pecora della mia testa: via di là, non entrare nel seminato, via!
“No, il pastore no, ce l’abbiamo già il pastore, devi imparare a lavorare la terra come mio padre e i miei fratelli. Perché pure io devo avere la porzione di terra”. Mi parlava con voce molto calma, mi accarezzava e mi baciava e mi diceva piano piano: “Un gattino devi diventare, il mio gattino buono”.
Ma se c’è odio, non si può cambiare questo odio con altre cose inventate. Solo l’odio e la falsità, altro che!
Pure Carmela, pure lei mi odiava, m’ingannava, false le sue parole, falsi tutti quei suoi modi. L’ho visto, sì, che l’ho visto!, quando ci sorprese suo padre, quel miserabile di Giovanni Linati.
Stavamo dirimpetto alle fiamme, che si torcevano per il vento forte, è odioso il vento quando tira forte, ti brucia la faccia e le mani. Dico a Carmela: “Questa è forse l’ultima carbonella che faccio”; dico: “Voglio parlare subito con tuo padre e tua madre. Sono cambiato, no? Il carattere l’ho cambiato, un lavoro lo voglio chiedere a loro nella masseria, un lavoro qualsiasi, così come vuoi, non faccio più il carbonaio”.
Questo dico a Carmela, allora appare lui. Urla, corre verso di noi con il bastone alzato, corre e bestemmia, il sangue negli occhi, no, le fiamme negli occhi!
Carmela fugge grida piange. La voglio trattenere, andare incontro all’altro per dirgli di calmarsi, serpente odioso, dirglielo subito che voglio sposare Carmela, con il bastone mi colpisce mi colpisce mi colpisce. Maledetto, odio odio odio, allora! tutto un inganno, ti spacco la testa, ti butto nelle fiamme e pure a te, ti butto nelle fiamme, brutta puttana, ti odio, serpente, tu mi bastoni mi bastoni, va nelle fiamme, sono carbonaio, sì, sono carbonaio carbonaio e tu pure nelle fiamme, puttana, nelle fiamme! Io sono un carbonaio!
© Franco Santamaria (da “Se la catena non si spezza”, Bastogi ed., Foggia 2005)