Il pennato e Pianto d'un suddito medioevale

di Salvatore Armando Santoro


Il pennato

Quanti rami ha tagliato
il pennato,
trasportato in un cesto,
ha spezzato
i rametti più secchi,
nella stufa
ha infine bruciato,
il pennato.

Quante stecche sottili
ha spaccato,
il pennato,
sempre lui,
defilato,
con il collo fasciato
e col gancio portato assai bene,
non dimostra l’età
c’ha limato,
il pennato.

Si scompone ogni tanto,
fa sprizzare scintille
mai poi torna curato,
sempre in gamba
affilato,
il pennato.

Mi commuove:
anche i pezzi più grossi
con un colpo azzeccato
lui, sì, sa tagliare le cose,
le rifila assai bene
e non teme nessuno,
non appare neppure seccato,
il pennato.

Poi rimane sospeso nel buio,
ed aspetta la brutta stagione,
e riposa, oleato,
il pennato.

(Boccheggiano 03/02/2006 0.45)



Il pianto d’un suddito medioevale

Il mio mondo lo vedo,
e rido e sogghigno
mentre il Messere
pensa ch’io non capisca.
Ma il dolore
(oh, paura ancestrale)
e i ceppi
e l’offesa d’una cella
lurida,
ancor più miserabile
della stalla in cui vivo,
mi terrorizza il pensiero.
Almeno respiro l’aria del bosco,
e la terra che zappo,
e la polvere lavo
con l’acqua del fiume
o della fonte.
E la brezza del vento,
quella sì,
nessun me la leva
e ne la carezza del sole
o della donna che giace al mio fianco
con l’ossa rotte
di fatica e di pianto.
E la rivolta,
quella non tace silente.
E serpeggia nell’animo,
la mente avvolge
e di brividi intensi
l’attraversa.
Ma l’impotenza m’azzoppa
ed il riso ipocrita dei vicini
m’addormenta.

             (Boccheggiano 14/10/2005 12.06.50)


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