La guerra dei morti (Romanzo Fantasy)
di
Stefano Baccolini
3.
Il generale Balar, nel suo accampamento nei pressi della città di Alaysia, appariva estremamente teso e preoccupato. Certo, non era raro che il generale lo fosse, ma la tensione che lo attanagliava era, in quella occasione, quasi palpabile anche da parte dei suoi stessi collaboratori. Da qualche giorno era giunta notizia della terribile sconfitta patita ad est e il re e la sua corte esortavano il generale in maniera sempre più pressante a portare a termine la missione. I più ritenevano che queste esortazioni riguardassero la guerra contro Alaysia, la quale, effettivamente, era durata ben più del previsto. Gli Alaysiani si erano dimostrati avversari temibili e la loro superiore conoscenza del territorio, unita alla particolare conformazione dello stesso, quasi completamente ricoperto da boschi e foreste, aveva impedito una rapida avanzata delle truppe milesiane. Ora, però, la campagna era virtualmente vinta e sola la capitale, ormai posta sotto assedio, opponeva resistenza agli invasori.
Le preoccupazioni del generale erano dettate, però, non solo dalla situazione contingente. Il Ladro d’Anime, a dispetto di ogni ottimistica previsione di Licia, non si era fatto vedere e Balar poteva anche intuirne le ragioni. La guerra in atto, caratterizzata da piccole scaramucce e battaglie isolate, non poteva certo accattivare un mago abituato ad assistere a scontri di ben altra entità. Balar, per un attimo, irrise il primo consigliere. Egli, probabilmente, aveva escogitato il suo piano d’invasione osservando una mappa. E in effetti il regno di Alaysia era ben poca cosa paragonato al suo potente vicino, ma gli Alaysiani avevano avuto il buon senso di non affrontare le truppe di Balar in campo aperto. Nonostante tutto, il generale trovava divertente una tale insipienza da parte di una persona così abile ed astuta in politica.
L’assedio alla capitale rappresentava, ormai, l’unica occasione per poter contattare il Ladro d’Anime. Ma se avesse fallito? Si chiedeva di continuo. Certamente il suo regno sarebbe stato sconfitto e già questa prospettiva bastava ad atterrirlo: nei suoi incubi peggiori poteva vedere orde di morti scorazzare per Mileto e massacrarne gli abitanti. Che ne sarebbe stato allora, della sua famiglia? E che fine avrebbe fatto lui? Forse, in quel caso, avrebbe comunque trovato una morte prematura per mano del boia reale. Infine si decise a scacciare questi nefasti pensieri: in fondo il modo migliore per determinare il suo destino era approntare per il meglio i preparativi per l’assalto finale alla capitale. Doveva fare in modo che fosse un attacco massiccio, insomma una di quelle grandi battaglie che erano assolutamente mancate in quel conflitto. Avvertì uno dei tanti portaordini presenti nel suo quartier generale di contattare tutti gli alti ufficiali del suo esercito per quella sera.
Poche ore dopo il tramonto, dunque, tutti gli ufficiali convocati erano riuniti nella sua tenda e molti non poterono che meravigliarsi della sobrietà in cui viveva il generale. L’arredamento, infatti, ad eccezione di un ampio tavolo ed alcuni scranni collocati lì per l’occasione, comprendeva soltanto uno spartano giaciglio, ed un paio di soprammobili oltre, ovviamente, alle armi. La tenda, evidentemente, era stata progettata per ospitare la presenza ben più “invadente” di qualche grande nobile o del re in persona, essendo ampia a sufficienza da contenere tutti i convenuti, ma, per le esigenze del generale, era del tutto superflua.
Balar, senza alcun preambolo, prese immediatamente la parola e iniziò ad illustrare il suo piano, quando, all’improvviso, l’ingresso di un uomo lo costrinse ad interrompersi. Egli indossava una tunica scura, tipica dei druidi, con un cappuccio che copriva completamente il suo viso e ne nascondeva i lineamenti. I presenti, allarmati, misero mano alle spade temendo che fosse un assassino venuto ad uccidere il generale o qualcuno di loro, ma Balar ordinò di riporre le armi: egli aveva riconosciuto quello strano visitatore.
“Erano anni che non ci vedevamo mago” esordì il generale.
“Ah sì? Io, invece, in questi anni ti ho osservato spesso, nell’esercizio delle tue funzioni, per così dire. E adesso non so se considerarmi lusingato o disgustato per questa pagliacciata che avete organizzato in mio onore.”
Ovviamente nessuno degli altri ufficiali sapeva a cosa si riferisse il mago e osservavano il nuovo arrivato con un misto di stupore ed indignazione. Un giovane tenente, con il volto arrossato dalla rabbia, intervenne:
“Chi è costui, generale? Chi lo ha fatto entrare? E come si permette di rivolgerle la parola in questo modo?”
“Ebbene, signori” disse il generale” vi presento il Ladro d’Anime.”
A questo annuncio seguirono immediatamente espressioni di meraviglia accompagnate spesso da gesti scaramantici più o meno eleganti (tra i soldati non poteva certo essere popolare un personaggio simile).
“Anch’io sono lieto di conoscervi signori. Dovete scusare i miei modi, ma, ultimamente, ho avuto a che fare più con i morti che con i vivi. Per me rappresenta già una novità non dover abbassare lo sguardo per osservare un uomo negli occhi.”
Poi si rivolse direttamente a Balar dicendo: “direi, generale, che questa riunione non ha più motivo di essere, dal momento che domani non ci sarà nessun attacco, dico bene?”
“Per favore signori, intervenne il generale, abbiate la compiacenza di lasciarmi, devo parlare con il mago a quattr’occhi.”
Molti fecero obiezione a quell’ordine ma lo sguardo deciso di Balar tacitò immediatamente ogni opposizione e borbottando gli ufficiali uscirono dalla tenda.
“Bene, mago, adesso che siamo soli possiamo parlare liberamente : il mio re mi ha incaricato di contattarti per affidarti un’importante missione. Un esercito di non morti guidato da un potente stregone di nome Remigio minaccia i nostri territori orientali. Noi non siamo in grado di fermarli.”
“E quindi volete il mio aiuto” lo interruppe il mago.
“Precisamente” gli rispose il generale.
“Remigio….., rifletté ad alta voce il Ladro d’Anime, “senza dubbio un avversario potente e pericoloso… Se anche accettassi quale sarà il mio compenso? Oro? Gemme?”
“Qualsiasi cosa tu voglia, o meglio, qualsiasi cosa il mio re sia in grado di darti.”
“O voglia darmi” lo interruppe nuovamente il mago.
Balar non seppe dare una risposta a queste ultime parole. Attese, dunque, in silenzio che il mago prendesse una decisione: egli non era una persona religiosa ma, in quel momento, fece appello silenziosamente a tutti gli dei che conosceva perché lo spingessero ad accettare.
Infine il Ladro d’Anime sorrise beffardamente al generale, almeno così gli sembrò dal momento che Balar poteva distinguere ben poco del suo volto, e disse:
“Accetto. Del mio compenso parleremo in seguito.”
Poi, in tono distratto, aggiunse: “erano anni che non facevo più una buona azione..da quando..ah sì… quando mi venne chiesto di guarire un bambino.”
“E ci riuscisti?” gli domandò il generale
“Certamente. Ero ancora molto giovane allora e la mia conoscenza della dottrina magica ancora incerta e fui costretto a fare ricorso alla forza vitale di un cavallo per guarire il piccolo. Sfortunatamente la famiglia del bambino era molto povera e l’animale rappresentava il loro unico bene. Ricordo ancora le parole di sua madre: mi disse che era ancora abbastanza giovane per “sfornare” altri figli, ma che lei e suo marito non potevano assolutamente fare a meno di un cavallo per lavorare i campi.
“Che vergogna! Nulla giustifica un atteggiamento simile da parte di una madre.”
E tu che facesti?”
“Beh, visto che ci teneva tanto feci in modo che partorisse un puledro.”
“Che cosa hai fatto???” sbottò il generale incredulo “Quindi l’hai uccisa.”
“In realtà non l’ho mai saputo: immagino abbia avuto, quanto meno, un parto difficile.”
E accompagnò queste parole con un’isterica risata. Il generale guardò il mago come se si trattasse di un pazzo, ma se si fosse preso la briga di ascoltare ed andare al di là delle apparenze, avrebbe notato anche l’amarezza contenuta in quella risata.
“Lasciamo perdere” concluse il generale. “Dimmi, invece, cosa ti ha spinto a raggiungere il mio accampamento qui ad Alaysia?”
“Vedo che non hai perso il tuo vezzo giovanile di fare troppe domande: comunque, avevo alcuni sospetti sulle vostre intenzioni di contattarmi. Solo un idiota avrebbe intrapreso una così inutile campagna militare in un momento simile…. E il tuo re e il suo primo consigliere sono molte cose, ma non sono certo stupidi. Per inciso, voi non siete stati i primi a cercare di ingaggiarmi ma avete avuto l’indubbio onore di riuscirci.”
Queste parole fecero affiorare tutta una serie di inquietanti interrogativi in Balar: egli si chiedeva quali fossero le reali intenzioni del mago e soprattutto cosa avrebbe chiesto in cambio del suo aiuto.
L’improvvisa irruzione di un messaggero, però, riscosse bruscamente il generale dalle sue riflessioni. Il messo proveniva dalla capitale e portava un dispaccio da parte del re. Rotto il sigillo di ceralacca, il generale lesse attentamente il messaggio e il suo volto si scurì.
“Brutte notizie?” domandò il mago
“Purtroppo sì”, rispose Balar “i non morti di Remigio hanno invaso le province centrali e sono a pochi giorni di marcia da Mileto.”
4.
Alla luce delle preoccupanti notizie provenienti dalla capitale, una prosecuzione della campagna contro Alaysia era impensabile. Una logica soluzione sarebbe stata quella di accordarsi con gli Alaysiani per ottenere quantomeno una tregua. Il generale era, però, titubante non avendo ricevuto alcuna direttiva da parte della corte e temendo che una sua iniziativa potesse essere strumentalizzata dai suoi nemici . Il mago, dal canto suo, insistette non solo perché i combattimenti avessero fine, ma che fosse anche stabilita una pace definitiva. Egli tacitò i dubbi di Balar ricordandogli i termini del suo ingaggio che gli davano, in pratica, un’ampia facoltà decisionale in quella situazione. In fondo, comunque, ciò non dispiaque affatto al generale, che aveva considerato quella campagna una follia sin dall’inizio, perpetrata, oltretutto, in spregio al comune diritto delle genti. Per redigere la bozza del trattato egli si affidò ad un giovane scrivano e aspirante retore di scuola asiana che dopo un’intera giornata di febbrile lavoro presentò a Balar un manoscritto di ben ventiquattro pagine. Egli stava appunto esaminando quella bozza insieme a lui, quando il Ladro d’Anime comparve nella sua tenda spaventando non poco il giovane.
“Buona giornata generale” disse il mago ”Sei già al lavoro così presto?”
“Sì purtroppo: il testo del trattato non è ancora stato ultimato ed ho appuntamento con un inviato Alaysiano al tramonto di oggi.”
“Veramente generale” protestò debolmente lo scrivano” il trattato è qui pronto davanti a lei.”
“E secondo te io dovrei considerare accettabilequesta roba? Se avessi un nummo (moneta bronzea di scarso valore) per tutti gli “imperciocché” che hai inserito qui sarei sicuramente più ricco di un senatore. Ti avevo dato uno schema di massima da seguire. Che ne hai fatto?”
“Ma generale” rispose lui “lo scritto che mi ha fornito era del tutto scevro dei necessari artifici retorici ed era, quindi, inadatto non presentando una forma adeguata alla solennità dell’evento”
“Si può sapere che stai farfugliando?” esclamò esasperato il generale
“Ti sta dicendo, in parole povere, che quello che hai scritto faceva schifo” disse il mago.
Il giovane arrossì violentemente ed iniziò a tremare temendo una reazione violenta da parte di Balar. Egli, però, si limitò a dire:
“Io sono soltanto un soldato, non un burocrate o un retore, ma questo testo, così com’è, non può andare: i termini dell’accordo non sono chiari e sembra più un’esercitazione accademica che un trattato.”
“Affascinante” intervenne il mago “veramente affascinante l’amore di voi Milesiani per le futilità. Il vostro regno sta cadendo in un baratro e voi vi preoccupate della forma di un testo.”
Poi rivolgendosi al giovane disse: “Vediamo un po’ questo capolavoro”.
Il mago dette una scorsa veloce al documento poi commentò:
“Interessante…. hai iniziato citando Isocrate poi hai copiato parola per parola l’inizio di una famosa declamazione di Quintiliano. Qua e là noto tracce degli storici Eforo, Teopompo ed altri che , ora, purtroppo, non ricordo.”
“E’ esatto, signore” esclamò ammirato lo scrivano “ma come avete fatto?”
“Chiunque con un minimo di cultura e padronanza dei testi antichi ci sarebbe riuscito. Ragazzo mio, a scuola non ti hanno insegnato che non è bello copiare?”
“Il plagio è la più importante manifestazione dell’erudizione di uno studioso” recitò lui quasi fosse un comandamento.
“Il concetto non è del tutto sbagliato, ma oserei dire che molti degli autori da te citati avrebbero avuto da eccepire sul modo in cui l’hai fatto”
Il mago, poi, stupì il giovane, ma anche il generale, fornendo alcuni utili suggerimenti e proposte per la redazione di un nuovo testo. Di fronte alla meraviglia dei due il mago spiegò:
“In fondo l’ars retorica e la magia si fondano entrambe su un delicato equilibrio di forma e sostanza. Che utilità può avere un discorso elegante se tratta temi inconsistenti. Per inverso chi presterebbe attenzione ad una declamazione scritta con un gergo da taverna. Nella magia questo equilibrio è ancora più importante perché coinvolge la vita stessa di chi l’esercita. Alcuni miei illustri colleghi danno all’inflessione e alla pronuncia di un incantesimo un’importanza eccessiva e si perdono tra di loro in interminabili dibattiti filologici. In un laboratorio o in una biblioteca ciò è sicuramente possibile ma cosa accadrebbe se si fosse coinvolti in una battaglia o semplicemente in una zuffa dove non sempre si ha il tempo o la tranquillità necessaria per simili fronzoli. D’altra parte quando si ha a che fare con particolari entità soprannaturali un errore di pronuncia può significare spesso la morte. Ciascun mago, dunque, a seconda delle circostanze, deve saper adottare un giusto compromesso tra questi due aspetti.”
Lavorando, dunque, di buona lena a due mani, il Ladro d’Anime e lo scrivano riscrissero nuovamente la bozza del trattato in tempo utile perché il generale potesse visionarla per l’approvazione finale. Balar ne rimase favorevolmente impressionato e poté, quindi, sottoporre il trattato all’inviato di Alaysia per quella sera.
Il povero ambasciatore rimase sconcertato di fronte alla generosità delle concessioni che gli venivano proposte e non poté fare altro che controfirmare il documento. Il mondo, in quel periodo, era veramente strano, pensò: prima il suo regno era stato invaso senza alcuna formale dichiarazione di guerra e, cosa più importante, senza alcuna giustificazione; poi, quando la sconfitta era ormai imminente, i Milesiani, di loro iniziativa, avevano intavolato trattative di pace. Forse una simile fretta era dettata dalla difficile situazione del loro regno, ma allora perché iniziare la guerra? Tutto ciò era un mistero e forse lo sarebbe sempre stato, comunque, in fondo, la cosa importante era che il conflitto fosseterminato.
Poco dopo l’uscita dell’inviato, il mago fece la sua apparizione.
“Mi hai spaventato!” gli disse il generale ”Potresti anche usare la porta.”
“Chissà perché, ma la mia presenza inquieta i tuoi soldati.” poi domandò “Come è andata?”
“Bene, ha accettato punto, per punto, ma rimango del parere che siamo stati sin troppo generosi.”
“Avresti preferito continuare a combattere mentre Mileto va in pezzi?” domandò il mago
“D’altra parte mi sono limitato semplicemente a ristabilire la situazione com’era prima della guerra.”
“Ed ora cosa facciamo?”
“Che domande: ci prepariamo a partire per la capitale.”
“Ma avrò bisogno di almeno un altro giorno per smobilitare l’esercito!” protestò Balar “Senza contare che da qui a Mileto sono almeno due settimane di marcia a tappe forzate.”
“Non ti preoccupare di questo: andremo soltanto tu ed io e ti assicuro che impiegheremo molto meno di due settimane.”
5.
L’indomani mattina il generale comunicò ai suoi ufficiali l’intenzione di partire per la capitale in compagnia del Ladro d’Anime e, come prevedeva, la notizia venne accolta da molte voci contrarie. Il mago non aveva certo destato troppe simpatie tra di loro e molti si chiedevano quale fosse la ragione della sua venuta. Per attenuare questo dissenso Balar si decise a rivelare loro il ruolo che il mago avrebbe dovuto rivestire in quella guerra. Ma molti continuarono a nutrire diffidenza nei suoi confronti, un po’ per una naturale idiosincrasia dei soldati verso la magia, un po’ per l’oscura fama che accompagnava questo personaggio. Tra i militari, inoltre, tale nomea aveva acquisito una particolare connotazione e molti di loro erano convinti che portasse sfortuna avere a che fare con lui. Questo stato d’animo era particolarmente diffuso, come testimonia l’accoglienza che gli venne riservata in occasione della sua prima apparizione. In tutta onestà, però, molti di loro volevano sopratutto partecipare in prima persona alla difesa della capitale, ma il generale stesso si rendeva conto di quanto questa idea fosse folle: la sconfitta di Baltar aveva dolorosamente dimostrato che la crisi attuale non si sarebbe potuta risolvere con mezzi consueti; senza contare, poi, che era praticamente impossibile raggiungere celermente Mileto con tutto l’esercito.
Poco prima di mezzogiorno, dunque, il mago fece la sua apparizione nell’accampamento e si diresse verso la tenda di Balar
“E’ ora di partire, generale” lo chiamò
“Come vedi sono già pronto.”
Gli rispose di rimando lui uscendo dalla tenda
Egli, come d’abitudine, trasportava un bagaglio molto spartano e aveva rinunciato alla pesante armatura da battaglia per una leggera cotta di maglia.
“Molto bene, allora, possiamo andare.”
“Un attimo signori” urlò una voce da dietro le loro spalle.
Era lo scrivano che, correndo affannosamente, aveva attraversato tutto l’accampamento per raggiungerli.
Egli si fermò davanti a loro e, dopo aver ripreso fiato, si rivolse al mago con queste parole:
“Volevo porgerle i mie ringraziamenti. Ho imparato molto da lei. Accetti, per cortesia, questo piccolo dono” e gli porse uno stilo d’argento di ottima fattura che aveva ricevuto in regalo dai suoi genitori in occasione della sua ammissione alla scuola retorica.
Il Ladro d’Anime per la prima volta parve a disagio ma alla fine rispose:
“Non posso accettarlo, ragazzo: questo oggetto ti è evidentemente molto caro e , in verità, non saprei che farmene. Io sono un uomo d’azione non uno di quei topi da biblioteca amanti della polvere e delle pergamene incrostate dal tempo.”
Di fronte all’espressione rattristata del giovane il mago continuò:
“Devi scusarmi, ho parlato a sproposito, non volevo sminuirti. Gli dei o l’entità suprema che ha creato questo mondo ha affidato a ciascuno di noi una missione. Tutti, dal misero mendicante, al più potente dei sovrani ne hanno una che contribuisce, direttamente o indirettamente, al destino collettivo di ciascun vivente. Forse la tua si limitava alla redazione di quel trattato ma è anche possibile che tu sia destinato a ben altro. In quest’era difficile è importante che uomini come te riportino ai posteri gli errori e gli orrori del presente; senza contare…”
aggiunse il mago con un ironico sorriso “…che non mi dispiacerebbe essere finalmente dipinto come un essere umano e non come un demone.”
Rimasi colpito da queste parole: la mia vita era stata, prima di allora, priva di alcuno scopo. Avevo intrapreso i mie studi retorici più per pressione dei miei parenti che per una spontanea vocazione e con risultati, devo dirlo, non proprio eccellenti. Ora mi si offriva una possibilità straordinaria. In tutta onestà non so se il mago credesse veramente in ciò che diceva: forse le sue parole erano dettate da semplice compassione nei miei confronti; comunque, allora, le interpretai diversamente. La cosa che soprattutto mi riempiva di orgoglio era avere la possibilità di “riabilitare” la figura della persona che allora come oggi consideravo il mio maestro. Capii, infatti, che solo in questa maniera avrei potuto ripagare il debito di riconoscenza che avevo nei suoi confronti.
Il Ladro d’Anime e Balar stavano già per allontanarsi quando li prevenni dicendo:
“Un momento! Voglio venire anch’io con voi !”
“Lo escludo nel modo più categorico” intervenne il generale.
Ma rivolgendomi al mago dissi:
“Mi rendo conto che potrebbe essere molto rischioso partecipare alla vostra spedizione, ma se devo esserne il cronista non crede sarebbe meglio che io abbia la possibilità di assistere in prima persona agli avvenimenti. La prego, non vi sarò di intralcio.”
“Per tutte le potenze superiori, questo me lo sono proprio meritato!” osservò esasperato il mago
“E va bene verrai con noi.”
Poi, notando l’occhiataccia che gli aveva rivolto il generale commentò:
“in fondo, la tua spada potrebbe rivelarsi utile come il suo stilo: ti ricordo che non ci accingiamo ad affrontare avversari in carne ed ossa; anzi…..” aggiunse con una breve risata “…..oserei dire che hanno più ossa che carne.”
Con questo episodio inizia ufficialmente la mia carriera di storico. I miei lettori mi scuseranno se ho fatto inizialmente riferimento a me stesso in terza persona come avrebbero fatto gli storici antichi, ma mi è sembrato opportuno mettere in risalto l’incipit del mio ruolo. Per la stessa ragione preferisco soffermarmi ora sulla metodologia che seguirò nel mio racconto, anche se sono consapevole che ciò possa sembrare poco ortodosso, soprattutto tenendo conto che la maggior parte dei miei colleghi si occupa di questi temi all’inizio delle loro opere. Mi preme innanzitutto dire che sono stato testimone della maggior parte degli avvenimenti che narrerò; mentre, per quanto riguarda gli altri, mi sono affidato a fonti attendibili sia scritte che orali a cui, di volta in volto, farò riferimento per dar modo a chiunque di valutarne la veridicità .
Per quanto riguarda i dialoghi, ovviamente, è impossibile per me riportarli parola per parola, ma, statene pur certi, che ho cercato per quanto possibile di tramandarne l’essenza. Dal punto di vista formale ho scelto, volutamente, uno stile sobrio che ritengo il più adatto ad una narrazione storica. Non troverete, dunque, nel testo, inutili orpelli retorici ma neppure eccessive divagazioni di carattere descrittivo. Il lettore non dovrà temere, quindi, la presenza di “imperciocché” e di altri termini ormai caduti in disuso e non crediate che per una persona educata all’ampollosità sia stato un sacrificio da poco.
6.
La morte non è la fine di tutto ma è l’inizio di una nuova vita, forse migliore o forse peggiore, ma sicuramente diversa. Una vita che trascende i semplici limiti umani e che va al di là dei cinque sensi a noi noti. Una vita nella quale concetti come il dove e il quando non hanno significato. Con questi presupposti si potrà ben comprendere lo smarrimento ma forse sarebbe più corretto definirlo un senso di limitatezza che colse Apophis il Sommo al suo risveglio. Egli non era nuovo a simili evocazioni: Remigio lo aveva convocato spesso per apprendere da lui i suoi segreti, incantesimi innominabili che egli stesso non aveva osato tramandare per la loro pericolosità ma che era stato costretto a rivelare spinto dai necromantici poteri di quello stregone. Mai, però, sino ad ora, aveva osato richiamare in vita il suo corpo limitandosi ad evocare il suo spirito. Ora che ritornava in possesso delle sue spoglie mortali non poté far altro che constatare amaramente la miseria dell’esistenza umana. L’abilità degli imbalsamatori aveva potuto fare ben poco per arrestare l’implacabile morso del tempo che le spezie e i profumi di cui era stato cosparso aveva soltanto mitigato. Per la prima volta in migliaia di anni lui, che era stato uno dei più grandi stregoni mai vissuti, si sentiva vulnerabile rinchiuso in quell’involucro scricchiolante che una volta era stato il suo corpo. Non poteva vedere, né sentire, né toccare alcunché: i suoi sensi erano muti….ma poteva odiare: come osava quel miserabile che orgogliosamente si definiva un mago, infliggergli una simile umiliazione. Si aggrappò spasmodicamente al suo odio per non cedere al fiume di disperazione che l’avvolgeva. Fece, dunque, ricorso ai suoi poteri, cercando di dipanare la nebbia che obnubilava la sua memoria per trovare un modo per migliorare la sua condizione. In passato aveva avuto al suo servizio centinaia di Golem a cui aveva donato una vista e una voce artificiale. Sfruttando, quindi, il medesimo principio, diede alle sue orbite vuote ricoperte di pezzi di giada una nuova luce. Poi fu la volta della sua voce, che, dopo migliaia di anni, scaturì innaturale dalla sua gola riarsa:
“Che tu sia maledetto, Remigio, che vuoi ancora da me?”
Il mago, che aveva osservato con interesse i cambiamenti del suo corpo, disse:
“Notevole, veramente notevole, ma dopotutto non dovrei stupirmi, mi trovo di fronte nientemeno che al terribile Apophis.”
Apophis il Sommo, noto anche come il Re stregone, tiranneggiò su un vasto impero per circa un migliaio di anni. La sua crudeltà e il suo potere erano leggendari. Nonostante ciò egli trovò la morte in modo abbastanza banale per mano di un eunuco; il quale, soffrendo per la sua condizione e attribuendone a lui la causa, orchestrò una terribile vendetta ai suoi danni. Apophis era al tempo perennemente circondato da incantesimi apotropaici che gli davano una protezione pressoché completa da attacchi “convenzionali” e magici. Questa protezione non era, però, assoluta, come ebbe modo di constatare l’eunuco stesso rovesciandogli addosso consapevolmente una coppa di vino. Osservando, dunque, la bevanda che imbrattava i suoi vestiti ebbe finalmente la prova di quello che in precedenza sospettava solamente: lo scudo difensivo dello stregone era inefficace contro i liquidi. Per ucciderlo, dunque, utilizzò una buona quantità di acido contenuto, con sommo spregio, ma forse anche con una sorta di simbologia fallica, in un ampio pitale.
Nel viso e nel collo di Apophis erano ancora chiaramente visibili le tracce dell’acido che rendevano ancor più miseri ma allo stesso tempo terrificanti i resti del corpo dell’antico stregone.
“Vedo che ricordi ancora molto bene la tua arcana scienza “ continuò Remigio
“Mi pare ovvio” osservò con ironia Apophis, “altrimenti di che utilità potrei esserti?”
“Eccellente, gli rispose, Ti chiederai per quale motivo ho evocato il tuo corpo…..
Apophis attese con impazienza che Remigio concludesse il suo discorso.
…..in questo momento un mago, conosciuto con l’appellativo di Ladro d’Anime, sta viaggiando verso Mileto per sfidarmi. Devi ucciderlo e con lui i suoi compagni.”
“Non conosco il nome di questo mago, rispose Apophis, poi aggiunse, con evidente disprezzo: deve appartenere sicuramente alle nuove generazioni, come te del resto.”
Remigio parve assorto nei suoi pensieri al punto di non avvedersi di quella provocazione.
Forse questa era l’occasione che Apophis tanto attendeva per vendicarsi di quel giovane sciocco: alimentò, dunque, il suo potere con tutto l’odio che aveva accumulato fino a quel momento, riuscendo quasi immediatamente a liberarsi delle catene negromantiche che gli erano state imposte. Il suo volto sfigurato si accese di una violenta fiammata verdastra, che rivolse immediatamente contro il negromante.
La disattenzione di Remigio era, però, consapevole: egli voleva valutare personalmente la potenza di quello stregone e per poco….per poco non ne pagò il prezzo. Barcollando di fronte a quell’attacco dovette retrocedere di parecchi passi prima di riacquistare il controllo della situazione.
Pieno di rabbia e umiliazione per aver manifestato una simile debolezza stava per replicare violentemente ma, all’ultimo istante si dominò, limitandosi a riacquistare il controllo sullo stregone.
Molto bene, disse infine, sono convinto che riuscirai a sconfiggere quel mago.
Apophis, momentaneamente domato, cercò di non mostrare delusione per la sconfitta subita e disse in tono di sfida:
“E se io non accettassi? Dubito che potresti uccidermi una seconda volta…”
“Apophis, mi deludi profondamente, gli disse lui uno stregone della tua fama dovrebbe sapere che ci sono cose peggiori della morte, inoltre, sai bene che non mi mancano i mezzi per costringerti.”
“Dici bene Remigio” gli rispose di rimando “ma io so cosa mi attende dopo la morte, tu lo sai? Ci sono cose, attraversata quella soglia, che nemmeno tu sei preparato ad affrontare….augurati che allora io non sia nei paraggi.”
Detto questo magicamente, si dissolse lasciando Remigio ai suoi oscuri pensieri.
Se tutto andava secondo i suoi piani i due maghi si sarebbero distrutti a vicenda: Apophis era ormai diventato ingestibile e la sua utilità come fonte di conoscenza era assai scemata. La sua memoria mostrava, dopo tutti quegli anni, molte lacune, ma, da un certo punto di vista, ciò rappresentava anche una fortuna, dal momento che dubitava fortemente che sarebbe stato alla sua altezza in condizioni normali. D’altra parte se il Ladro d’Anime avesse avuto la meglio, avrebbe almeno potuto osservare il suo modus operandi. Egli ignorava, infatti, di quali poteri fosse dotato quel mago e chissà…., forse avrebbe potuto apprendere anche qualcosa di nuovo.
(Liberamente tratto dalla Cronaca dei Maghi.)
7.
Ci allontanammo dall’accampamento addentrandoci in un boschetto situato proprio ai suoi margini. Dopo aver percorso alcune centinaia di metri, il mago ci fece segno di fermarci e avvicinarci a lui. Non so con precisione cosa accadde, ma per qualche tempo la luce del giorno scomparve e venimmo ricoperti da una specie di globo d’ombra. Per alcuni secondi rimanemmo, dunque, nell’oscurità più completa, ma ben presto, come era apparsa, quella tenebra si dipanò, lasciandoci stupefatti osservatori del cambiamento di contesto. In precedenza, infatti, eravamo circondati da alberi e da una rigogliosa vegetazione, ora ci trovavamo in una pianura brulla e riarsa. Era, però, visibile chiaramente il perimetro di un vasto centro abitato che identificammo senza ombra di dubbio con Mileto.
“Perché non ci hai trasportato direttamente in città?” domandò Balar.
“Ho le mie ragioni” rispose il mago, poi, guardandosi alle spalle disse:
“Vieni fuori, percepisco chiaramente la tua aura, non ha senso che tu di nasconda oltre.”
Dal nulla apparve una figura ammantata di stracci, miseri resti di una veste che in passato doveva essere splendida. Quando si avvicinò a noi percepimmo chiaramente il penetrante odore di putrefazione che emanava misto alle spezie di cui, originariamente, era stato cosparso. Non c’era ombra di dubbio: quel corpo non apparteneva ad un essere vivente. Il suo volto, orrendamente sfigurato e corroso fino all’osso, emetteva una strana luminescenza: forse dei fuochi fatui o forse la manifestazione visibile del potere di quello sconosciuto. Senza dire una parola protese le dita ossute contro di noi e da esse partirono lampi di un verde malsano. Il Ladro d’Anime, con apparente noncuranza, si limitò a frapporsi tra noi e il misterioso assalitore e venne investito in pieno dalla scarica magica. Con nostro grande stupore, però, parve non risentirne minimamente e l’unico effetto visibile fu lo scaturire di una sorta di accecante lampo di oscurità dal suo corpo. Non saprei come descriverlo visto che non avevo mai visto nulla di simile prima di allora, benché, in seguito, abbia trovato descrizioni di uguali manifestazioni nella mia ricerca storica .
“Un modo alquanto strano di presentarci.” sbottò il mago “Dal tuo aspetto immagino che tu sia uno dei servitori di Remigio.”
“Apophis il Sommo non è servo di nessuno e Remigio pagherà a tempo debito quello che mi ha fatto.”
“Ho sentito parlare di te e adesso capisco anche le ragioni del tuo pessimo aspetto.” rispose il Ladro d’Anime.
“Io invece non ti conosco e sono proprio curioso di scoprire se il tuo potere è degno dell’appellativo che porti.”
“Molto bene, allora, fai del tuo peggio, ma ti avverto: la tua magia è inefficace contro di me.”
“Staremo a vedere” rispose con un ghigno malvagio Apophis ed iniziò a salmodiare qualcosa. Esperto nella magia degli elementi, evocò contro di lui il fuoco che non riuscì, però, nemmeno a lambire le sue vesti. Poi fu la volta del vento, che scatenò una tempesta così violenta da svellere dal terreno la pietre e i pochi arbusti presenti, ma tutto intorno a noi era una polla di calma. Fece scaturire, infine, un possente getto d’acqua e questa mossa parve funzionare dal momento che fummo investiti in pieno dalla sua violenza.
“C’è una certa ironia in questo” disse Apophis “anch’io in passato ho commesso lo stesso errore.”
Con un gesto della mano, poi, imprigionò il Ladro d’Anime in un grosso blocco di ghiaccio
“Ah Ah Ah! Ci rivediamo a primavera, dopo il disgelo” sbottò.
Ma quasi immediatamente il blocco si ruppe e dai suoi resti emerse il Ladro d’Anime, completamente incolume.
“I miei complimenti: è raro che venga colto alla sprovvista in questo modo, ma, come puoi vedere, non ti è servito a molto.”
Poi, dopo una breve pausa, riprese: “Mi pare che ora sia il mio turno.”
A differenza di Apophis egli non pronunciò alcun incantesimo ma si limitò a tendere il palmo della mano verso l’alto. Da esso scaturì un piccolo essere, all’apparenza uno spirito dei boschi: una creatura sicuramente leggiadra e meravigliosa ma, all’apparenza, del tutto innocua. Dal suo corpo femmineo e minuscolo spuntavano un paio di esili ali che permettevano alla creatura di librarsi in volo come un uccello.
Apophis, sorpreso e sconcertato, scoppiò in una cavernosa e terribile risata:
“Non vorrai forse scatenare quella piccola creatura contro di me. Guarda bene allora: darò al tuo spiritello un avversario degno di nota.”
Dopo avere tracciato un pentacolo sul terreno polveroso, iniziò a pronunciare una lunga litania in una lingua gutturale che non avevo mai sentito prima d’ora, al termine della quale, al centro del pentacolo, apparve un essere mostruoso, probabilmente un demone. Il suo volto non aveva nulla di umano e dalla sua bocca fuoriuscivano continui rivoli di bava urticante che, al contatto con il terreno, emettevano sbuffi di un gas mefitico. Le sue zampe, poi, non potrei definirle in altro modo, erano dotate di lunghi artigli affilati capaci di fare a pezzi un uomo in pochi istanti. Il Ladro d’Anime non parve eccessivamente preoccupato, ma la creatura che aveva evocato, intimorita da quell’essere, cercò invano di scappare e il mago dovette afferrarla a forza con una mano per trattenerla. Prima di lasciarla nuovamente andare, però, accarezzò la testa della creatura con due dita e mi parve quasi che questo gesto la rassicurasse , perché, quando la liberò, essa si diresse con decisione contro il demone. Quell’essere orribile, però, senza alcuna esitazione, con una poderosa zampata le tranciò di netto un braccio all’altezza della spalla, dalla quale iniziò a perdere sangue a fiotti.
A quel punto accadde l’inaspettato: le gravi lacerazioni che aveva ricevuto iniziarono non solo a rimarginarsi ma da esse scaturirono una miriade di tentacoli che avvolsero in una spira mortale il demone. Quest’ultimo tentò invano di sottrarsi a quella stretta utilizzando gli artigli ma non servì a nulla e ben presto il suo corpo ricadde inerte sul terreno. Purtroppo quel terribile spettacolo non era ancora finito perché la piccola creatura ormai sfigurata e con gli occhi iniettati di sangue si insinuò all’interno della bocca del demone scomparendo. Ne emerse soltanto qualche minuto dopo ricadendo esausta a terra, anch’essa morta forse per i postumi di quel cruento combattimento. Subito dopo il corpo del demone iniziò a gonfiarsi, e ben presto da esso uscì una miriade di piccole creature eruttando letteralmente dai suoi orifizi e facendone a brandelli il corpo di cui, evidentemente, si erano nutrite dall’interno. Non sazie di quell’orribile pasto, si avventarono contro Apophis, il quale, preso alla sprovvista per quell’attacco, venne ben presto sopraffatto. Non so se un morto possa morire una seconda volta: è certo, comunque, che Apophis il Sommo conobbe un’orribile fine e del suo corpo non rimase più nulla. Io e il generale, disgustati, non riuscimmo a trattenere violenti conati di vomito e guardammo sgomenti il Ladro d’Anime il quale, come nulla fosse accaduto, si limitò a congedare gli esseri che aveva creato.
8.
Ancora inorriditi per quello che era successo ci dirigemmo mestamente verso la città. Il Ladro d’Anime, notando il nostro silenzio, disse:
“Allora? Cosa sono questi musi lunghi? Avrei dovuto forse tramutarlo in un cavolfiore per soddisfare la vostra ipocrita moralità?”
“Ma veramente…… “
iniziai io, ma poi mi interruppi non riuscendo trovare le parole adatte per continuare.
Balar, invece, con una certa durezza, sentenziò:
“Mai prima d’ora avevo visto morire in maniera così crudele un uomo.”
“Una frase così breve e così densa di inesattezze” rispose il mago
“In primis non definirei Apophis un “uomo”, lo era sicuramente, un tempo, anche se, moralmente parlando, preferirei essere una animale piuttosto che venir accomunato ad un personaggio simile, ma forse il nostro scrivano qui presente potrà delucidarti sulla discutibile fame di cui godeva “l’uomo” in questione.”
“Non vorrà forse dire che l’essere che abbiamo incontrato era quell’Apophis” intervenni io.
Il Ladro d’Anime mi guardò come se fossi un idiota e , pieno di vergogna, preferii tacere.
“Vedo che il nome ti dice qualcosa……”poi, rivolgendosi al generale continuò:
“Nella mia vita sono stato testimone di molte uccisioni. Ho visto uomini sbudellati, con la testa fracassata o con gli arti mozzati e non mi è mai parso che quei disgraziati si considerassero dei privilegiati. Trovi forse che morire per mano di una spada comporti un particolare stato di grazia?” Ormai ci trovavamo sotto le mura della città e le grida di intimazione di una sentinella interruppero bruscamente quella conversazione. Mi soffermai ad osservare le pietre di quella cinta: in esse erano chiaramente visibili i segni di antiche battaglie ormai sbiaditi dal passare del tempo e dall’azione degli elementi. Chissà se quelle mura avrebbero adeguatamente sostenuto un nuovo assedio, mi domandai, e con un certo terrore mi resi conto che i suoi artefici non avevano certo previsto il pericolo che ora ci minacciava. Per la prima volta iniziai a nutrire dei dubbi sulla saggezza della mia decisione di seguire il mago: se egli avesse fallito molto probabilmente anch’io avrei perso la vita…come tutti gli abitanti della città del resto. Dopo un breve chiacchiericcio con la sentinella, Balar riuscì finalmente a convincerla della sua identità ed in breve il pesante portone d’ingresso ci venne aperto. Incamminandoci per le strade cittadine mi resi ben presto conto di essere un privilegiato: se io, infatti, temevo per il mio futuro, avevo pur sempre la mia fiducia nel Ladro d’Anime a sorreggermi; cosa che non si poteva dire per i molti profughi e cittadini che ingombravano in quel momento le strade. Nei loro volti si leggeva dolore, disperazione e nella migliore delle ipotesi apatia: la speranza era ormai sfumata da tempo e una morte breve rappresentava per loro l’unica credibile aspirazione. Per certi versi, però, Mileto pareva avvolta in una incredibile frenesia. Molti uomini, infatti, cercavano di esorcizzare la paura con orgie di vario genere e le taverne erano incredibilmente piene di avventori chiassosi ed attaccabrighe. Per essi vigeva una sola regola: eccedere nel vizio consueto e sperimentare il desueto. Una bevanda nuova, una leccornia rara, nuove ed esotiche pratiche sessuali venivano consumate con ingordigia e senza risparmio. I parsimoniosi erano diventati scialacquatori, i morigerati avevano del tutto abbandonato le loro sobrie abitudini e i casti erano ormai caduti nel baratro del vizio. Chi vi parla sa apprezzare i piaceri del vino e le carezze di una donna di facili costumi. Non voglio, dunque, passare per un moralista ma credetemi, in quei tristi momenti ho potuto assistere alle cose più incredibili, e devo dire che alcune di esse non le ricordo con piacere, ma è proprio in momenti come questi che ci si rende conto di come l’umanità, in fondo, non abbia del tutto abbandonato lo stato ferino. Per inverso, nei periodi di crisi e di terrore, raggiungono notorietà e fama le cassandre e i profeti di sventure, quasi esclusivamente di matrice religiosa. Bisogna riconoscere a molti di loro una certa onestà intellettuale: i loro appelli e i loro inviti al pentimento non erano mancati nemmeno in passato anche se, allora, erano stati derisi o trattati con cortese disprezzo. Ora, invece, riscuotevano da una certa parte della popolazione un insperato successo. Voi vi chiederete come sia stato possibile conciliare l’eccesso con la virtù: è una domanda che anch’io mi sono posto spesso ma alla quale , francamente, non so ancora dare una risposta. Ritengo, tuttavia, che anche la frenesia religiosa possa essere considerata una forma di sfogo come lo era per altri il vizio. Tra questi predicatori ve ne erano alcuni dell’ultima ora, facilmente riconoscibili dai corpi temprati dall’ozio e dai bagordi dei tempi andati. Uno di essi stava arringando la folla che, inviperita, si accingeva lapidare una donna. Ci avvicinammo, dunque, anche noi e immediatamente mi accorsi che essa era incinta.
“Cosa succede qui, padre santo?”gli si rivolse il generale.
“Questa meretrice una volta era una religiosa votata al dio Aban, ma ora ha orrendamente infranto il suo voto perdendo la sua illibatezza: come può vedere la sua stessa condizione è la testimonianza palese del suo orrendo crimine.”
“Cosa hai da dire a tua discolpa, donna?”
“Lei non ti può rispondere, generale: abbiamo dovuto tagliarle la lingua perché dalla sua bocca scaturivano orrende oscenità.”
“Anch’io sarei stato molto curioso di sapere cos’aveva da dire questa donna, padre santo” intervenne il mago.
Balar lo fulminò con uno sguardo ma egli continuò:
“Padre santo……” continuò il mago, quasi una contraddizione in termini visto il celibato che professate.
Tronfio e sicuro di sé il religioso rispose:
“Noi sacrifichiamo noi stessi al servizio del dio Aban, non abbiamo bisogno di padri, né di madri: il nostro dio rappresenta tutta la nostra famiglia. Inoltre rinunciamo volontariamente ad avere una moglie ed una discendenza: crediamo, infatti, che per poter servire al meglio la divinità sia necessario non avere alcun legame con il mondo. Aban, però, nella sua infinita benevolenza, ama tutta l’umanità e ci ha comandato di aiutarla a raggiungere la purezza che noi abbiamo già acquisito. Gli uomini per noi sono come dei figli ai quali, con il nostro esempio e le nostre opere, dobbiamo indicare la via della salvezza.”
“Tu, dunque, credi di riuscire a salvare questa donna uccidendola?”
“Può sembrare una via estrema, lo ammetto, ma di fronte all’efferatezza del crimine commesso devo preoccuparmi almeno di emendare la sua anima.”
“E con chi avrebbe consumato il suo peccato? Se non erro, le esponenti femminili del vostro ordine vivono rinchiuse in un chiostro inaccessibile ai più.”
“Questo lo ignoro.”
“Io, invece, credo che tu lo sappia benissimo mio caro “padre” dalla dubbia santità.”
Il religioso, chiaramente infuriato per quella allusione, rispose:
“Come osi accusarmi di un crimine così orrendo?”
E dette queste parole iniziò ad arringare la folla con rinnovato vigore e con il chiaro intento di scatenare un tumulto contro di noi.
Il mago, però, incurante di tutto ciò, scostò violentemente gli uomini che attorniavano la donna e le si avvicino toccandole il volto. All’apparenza non accadde nulla, ma in quel momento mi trovavo effettivamente un po’ troppo lontano per poter vedere alcunché. Infine il Ladro d’Anime disse:
“Ora puoi parlare……..”
Dopo una serie di orribili improperi, effettivamente abbastanza inusuali nella bocca di una donna, essa accusò il religioso di averla presa con la forza fornendo per di più tutta una serie di piccanti particolari sui quali in questa sede è meglio soprassedere. L’effetto di questa rivelazione fu veramente sconvolgente ed un gruppo di esagitati armati di verghe si avvicinò al religioso con il chiaro intento di linciarlo.
Egli dapprima cercò in ogni modo di denunciare la sua innocenza, ma alla fine, forse spinto da un sincero pentimento o come ultimo ed estremo tentativo di salvarsi la vita affermò:
“Ho peccato, ed è giusto che paghi. Avanti…. fate di me quello che volete, io accetterò in silenzio la mia sorte.”
Se con questo atteggiamento aveva sperato di commuovere la plebaglia che egli stesso aveva contribuito a scatenare, commise un pessimo errore, ed in breve attorniato dalla folla inferocita venne bastonato a morte. Nell’occasione non ebbe modo nemmeno di soffrire in silenzio come aveva vanamente promesso e tra pianti e gemiti orribili perse anche la dignità del martire. Balar e io, sconvolti per quella scena, in tono concitato cercammo di attirare la guardia cittadina ma il mago, con la sua solita sarcastica risata commentò:
“Non vorrete certo ostacolare il suo acceso al paradiso: lasciate dunque che la sua purificazione abbia compimento.”
9.
Ci allontanammo in tutta fretta dal luogo del linciaggio temendo che la massa, di per se stessa volubile ed ora ancor più turbolenta dopo l’uccisione del monaco sfogasse la sua ira contro di noi. Il Ladro d’Anime, invece, aveva riacquistato tutto il suo buon umore, che aumentò ancor di più quando la religiosa, forse pentita per quello che era successo o forse intimorita per dover crescere da sola una nuova creatura, iniziò ad inveire contro di lui. Ci dirigemmo, dunque, con una certa premura al palazzo reale e ci venne incontro un ciambellano, che ci annunciò che eravamo attesi dal re.
Rimasi stupito di questo fatto ma il generale mi spiegò brevemente che il caos causato dal recente tumulto aveva, con ogni probabilità, attirato l’attenzione delle spie reali. Lo stesso ciambellano ci condusse ad un’ampia anticamera dotata di alcuni spogliatoi ed un piccolo lavabo e ci consigliò in modo deciso di rinfrescarci e cambiarci prima di entrare al cospetto del re. Io, in verità, un po’ intimorito e spaesato, mi accinsi a spogliarmi ma il Ladro d’Anime, in tono seccato, mi disse:
“Andiamo, ragazzo, ora non abbiamo tempo per l’igiene.”
E si diresse con decisione verso la sala del trono. Anche il generale assentì tallonandolo d’appresso, mentre il ciambellano li inseguì urlando che avrebbero dovuto essere annunciati prima di entrare . Anch’io, dunque, mi avviai dietro di loro e tutti e quattro, dopo un breve tragitto, ci fermammo di fronte ad un massiccio portale in ebano con eleganti intarsi in avorio e oro. Il ciambellano, a quel punto, ci fece strada nella sala, non prima, però, di essersi informato sulla mia identità e, precedendoci, ad alta voce procedette alle presentazioni, che passarono quasi inosservate tra il vociare dei consiglieri presenti, ma quando l’uomo pronunciò il nome del “Ladro d’Anime” la sala letteralmente ammutolì. Con una certa dose di orgoglio devo dire che essere presentato come Alassius lo storico mi fece piacere e per un breve attimo iniziai a fantasticare sul mio futuro di studioso e sulle eventuali altre occasioni che mi avrebbero portato a corte; un live tocco del mago sulla mia spalla, però, mi distolse dai miei pensieri e ci avvicinammo al potente Belisarius II monarca di Mileto. Il consiglio, in quell’occasione, era radunato al gran completo e Balar, indicando con un discreto cenno Licia, bisbigliò al mago:
“Guardati da quell’uomo, è infido quanto astuto.”
“Staremo a vedere” gli rispose di rimando lui.
“Benvenuti a tutti voi” esordì il re, poi, rivolgendosi a Balar, disse:
“Mi compiaccio dell’esito positivo della sua missione, generale, anche se avrei preferito essere consultato prima che lei intrattenesse rapporti diplomatici con Alaysia.”
“E non sarebbe la prima volta che il nostro generale agisce di testa sua” insinuò malignamente Licia
Ignorando quel commento, il mago disse:
“Non ha alcun motivo per rimproverare Balar, la questione di Alaysia è stata condotta con la mia supervisione: le clausole del mio ingaggio non prevedono forse l’accoglimento di ogni mia richiesta.”
“Certamente…..”affermò imbarazzato il sovrano “ma non immaginavo certo che si preoccupasse di un dettaglio così insignificante.”
“Insignificante? Non direi proprio. Mettiamola in questi termini: con le mie azioni ho fatto risparmiare al vostro regno ulteriori vittime in una campagna tanto inutile quanto vergognosa.”
“Una lingua come la sua qui sarebbe già matura per essere tagliata” osservò Nicia
“Chissà perché ma mi pare di aver già assistito ad una scena simile” commento sottovoce Balar, facendo riferimento alla sua precedente convocazione.
Il mago non si sforzò nemmeno di nascondere la sua ira e affermò:
“Non ho un buon rapporto con i mozzatori di lingue, come i recenti eventi potranno ben testimoniare. In quanto alla mia sarebbe un bersaglio ben difficile, visto, che, solitamente, la espongo di rado, ma la sua? Non direi proprio.”
“Appunto……”.commentò nuovamente Balar
L’anziano Abelardo che aveva seguito lo scambio di frecciate con una certa apprensione li interruppe:
“Basta così, signori: abbiamo questioni più importanti di cui occuparci. I morti avanzano e saranno ben presto in vista della capitale. Ha forse approntato qualche piano per affrontarli?”
“Una cosa alla volta: vorrete conoscere le mie condizioni………………..
In primo luogo tutti gli artefatti magici e gli scritti appartenenti a Remigio mi dovranno essere consegnati: in fondo la cosa potrebbe rivelarsi utile anche a voi dal momento che molti di questi oggetti e incantesimi sono assai pericolosi in mani inesperte.”
A questo punto intervenne un uomo alle spalle del re, che io, inizialmente, avevo identificato come uno dei consiglieri, ma si presentò come il decano anziano della locale facoltà di teurgia e magia applicata:
“Lei ci chiede molto, ma non ci promette nulla di certo in cambio: chi ci assicura che i suoi poteri siano reali e non soltanto millantati?”
“Mio caro collega, si dà il caso che abbia recentemente sconfitto Apophis il Sommo ora servitore del necromante Remigio, non le pare abbastanza esauriente come prova?”
Non…Non è possibile, balbettò il vecchio: quell’uomo era uno studioso fino al midollo e aveva avversato profondamente la decisione del re di affidarsi a quello strano e randagio individuo che si definiva un mago. Nella sua mente limitata e mediocre credeva che la vera conoscenza fosse raggiungibile soltanto attraverso anni di studio e una ponderata ricerca. Quella rivelazione era la negazione di tutte le sue convinzioni ma ora avrebbe dimostrato al suo re e all’intera corte che non c’era bisogno di affidarsi ad uno straniero per risolvere la situazione.
Forse fu questo eccessivo senso di orgoglio nelle proprie capacità a spingerlo alla sconsiderata azione di attaccare il Ladro d’Anime. I suoi gesti furono precisi e misurati, la sua pronuncia impeccabile : ogni suo movimento, insomma, tradiva calma e sicurezza nei propri mezzi ma tale sicurezza si rivelò eccessiva. Il Ladro d’Anime, infatti, proveniente da tutt’altra scuola e in generale uomo di ben altra pasta con un gesto brusco e sgraziato della mano si limitò a tramutarlo in un cane destando sgomento e ilarità nei presenti.
“Dicevamo? Ah sì le mie condizioni: per ora direi che può bastare.”
Abelardo, ancora scosso per quel che era successo domandò:
“Cosa intende fare allora per affrontare Remigio e il suo esercito?”
“I morti non rappresentano un problema” gli rispose il mago “dal momento che sono legati magicamente a colui che li evoca: eliminato Remigio, cosa di cui mi occuperò personalmente, avrete a che fare semplicemente con migliaia di corpi insepolti.”
“E per quanto riguarda le forze umane al suo servizio? ”intervenne il re
“In realtà non ci saranno uomini da affrontare o, per meglio dire, dei vivi.”
“Come sarebbe a dire?” domandò disorientato il sovrano
“Vede, Remigio ha eliminato problemi come la logistica e l’approvvigionamento limitandosi a fare incetta di nuove leve nelle necropoli e nei cimiteri, per non parlare dei campi di battaglia. Inoltre sospetto che non vi sia alcun sopravissuto tra i vostri antagonisti di Nicea. Cosa potrebbe esserci di più perfetto di un regno i cui sudditi non mangiano, non bevono e non dormono e obbediscono ciecamente al proprio sovrano lavorando senza posa per lui. Remigio, in fondo, è un parvenu nato dal nulla che si è servito dei suoi poteri necromantici per carpire conoscenza ad altri. Solo un uomo simile, abituato a rubare e a scegliere la via più facile per raggiungere i suoi scopi potrebbe considerare appetibile una simile idea. La magia deve essere frutto di anni di studio e di una severa applicazione, dico bene collega?”
Il cane iniziò a uggiolare
“Beh…..chi tace acconsente………”
Il re e la sua corte inizialmente furono atterriti da quella rivelazione: un intero regno annientato e la sua popolazione sterminata era qualcosa di terribile ed era anche l’immagine del destino che li attendeva se il mago avesse fallito. Dopo quest’attimo di smarrimento, però, essi iniziarono a considerare i potenziali vantaggi della situazione: un nuovo enorme territorio era alla loro mercé e poteva essere facilmente acquisito una volta sconfitto Remigio; senza contare che la ricompensa chiesta dal Ladro d’Anime appariva, tutto sommato, contenuta.
Belisarius II si espresse, dunque, favorevolmente alla proposta del mago ed egli, senza preoccuparsi del cerimoniale, si volse per uscire dalla sala, non prima, però, di aver invitato il cane a seguirlo.
L’animale, con fare triste, obbedì e il mago tra il serio e il faceto domandò:
“Posso sapere qual era il suo nome?”
“Magnus” affermò uno dei consiglieri.
“Bene Magnus, se farai il bravo ti ritrasformerò di nuovo in un uomo; inoltre, dove stiamo andando le ossa non ti mancheranno di certo.”
Il cane accolse quella notizia scodinzolando e abbaiando e quel repentino cambiamento di umore destò l’ilarità del mago, che con fare meditabondo, affermò:
“Non credo proprio che il nome Magnus ti si addica: penso che ti chiamerò Licia.”
“Come osi dare il mio nome ad un cane?” affermò il consigliere offeso.
“Non mi dirai che non hai notato le analogie caratteriali: anche tu scodinzoli di fronte al tuo padrone quando ti fa comodo ma per la stessa ragione saresti pronto anche a morderlo…..” e guardando di sottecchi prima il cane poi il consigliere affermò:
“….e sarebbe meglio che ciò non accadesse.”
Nessuno dei presenti riuscì a capire se si riferisse all’uomo o al cane.
10.
Chi sta leggendo giudicherà, forse, i miei interventi un po' troppo invadenti: mi preme, però, mettere in chiaro che questa è un'opera storica e non l'apologia di un uomo, per quanto notevole egli sia o sia stato. L' azione che ho poc'anzi descritto mi apparve allora come adesso del tutto
insensata benché scaturita da una provocazione dell'anziano studioso. Il Ladro d'Anime, insomma, con la sua imprevedibilità ed incostanza era capace nella stessa misura di gesti di grande umanità e giustizia ma anche di meschine cattiverie, che, nella maggior parte dei casi, definirei delle vere
e proprie birbonerie per lo stesso modo infantile, fatto di rimpianto e pentimento, con cui ne parlava in seguito. Il tutto era comunque immancabilmente contornato dal suo sadismo e dal suo truce umorismo che egli amava sfoggiare in ogni occasione dal momento che, rivelò, prima di allora
aveva avuto ben pochi spettatori per cui esibirsi. Balar, investito immediatamente del comando dei difensori della città, aveva ben altre preoccupazioni che occuparsi di quell'oscuro giullare. Il mago gli divenne ben presto insopportabile in quei pochi giorni in cui tutti, oramai, aspettavamo l'arrivo dei morti di Remigio con la fondata possibilità di ingrossarne le fila. Non mi pare il caso soffermarmi, in questa sede, a descrivere gli eventi insignificanti che accaddero in quel periodo e i piccoli incidenti scaturiti dai bizzarri comportamenti del mago. Bisogna dire però, che tali avvenimenti sortirono l'effetto di aumentare la diffidenza e la sfiducia della corte e della popolazione nei suoi riguardi. Soprattutto quest'ultima, che si era abbandonata in manifestazioni di
giubilo una volta saputo del suo arrivo, ora non si faceva più troppe illusioni su di lui, e il suo atteggiamento provocatorio e il suo disprezzo non facevano che peggiorare la situazione. Il momento tanto temuto giunse pochi giorni dopo, all'alba. Da lontano le sentinelle sugli spalti avvistarono, insieme al debole chiarore del sole, l' orrida luminescenza verdastra dei fuochi fatui che i morti in avanzata emanavano e il lezzo acre dei loro corpi, nella maggior parte dei casi ridotti a cumuli informi di carne putrescente. Immediatamente venne dato l' allarme e le mura si riempirono di soldati e curiosi. L'apparizione, nello stesso tempo incredibile e orribile, provocò negli astanti sentimenti assai diversi. Alcuni, infatti, si abbandonarono a pianti e gemiti, altri, invece, ammutoliti da quello spettacolo, sembravano quasi schiacciati ed increduli di fronte al destino che li attendeva. Attirati dalle grida concitate della gente io e il mago ci affrettammo a raggiungere il generale sulle mura. Quando il mio sguardo si posò sulla piana sottostante, però, quasi mi mancò il respiro. Da ogni parte avanzavano migliaia e migliaia di cadaveri, alcuni
privi di armature, altri dotati di armi rugginose e consunte, miseri resti di antiche battaglie, ma alcuni sfoggiavano dotazioni all'apparenza recenti, benché sporche e chiazzate di sangue. Con un brivido riconobbi numerosi reparti di soldati niceni: da anni i regni di Mileto e Nicea erano acerrimi
nemici e io, come tutti i Milesiani, nutrivo nei loro confronti odio e disprezzo, ma non avrei mai augurato a nessuno di loro una fine simile. La loro presenza era, dunque, una chiara testimonianza della fondatezza delle congetture del mago sul loro sterminio. Per somma sfortuna, quella sfilata di orrori non era ancora terminata: Remigio, forse con intenti provocatori, o per sventare l'azione violenta dei difensori, aveva collocato all' avanguardia un folto gruppo di morti Milesiani: ne facevano parte numerosi soldati di Baltar e forse lo stesso defunto generale (mi parve, infatti, di riconoscerne lo stendardo) ma anche moltissimi civili uccisi durante l' avanzata dell'armata soprannaturale ed alcuni cadaveri evocati dalla necropoli posta poco fuori le mura. Ormai quei morti erano così vicini che alcuni di coloro che si trovavano sugli spalti iniziarono ad identificarli:
chi invocava il nome del figlio, chi del proprio padre o della propria madre, chi del fratello o del proprio marito, ma ogni richiamo risultò vano. Essi avanzavano all'apparenza privi di ogni raziocinio, con passo lento e barcollante e lo sguardo vacuo e solo la loro voce, un perenne lamento,
tradiva la sofferenza di un risveglio forzato. Il Ladro d'Anime, anch'egli assorto da quello spettacolo, commentò rivolgendosi verso di me:
"Certo che fanno proprio schifo, non trovi?"
Io, che non mi sentivo davvero in vena di scherzi risposi:
"Perché siamo arrivati a questo punto? Mi aspettavo che sarebbe partito prima dell'arrivo dei morti. Non ha forse detto lei stesso che, sconfitto il necromante, i cadaveri non avrebbero rappresentato più un problema?"
Egli, osservandomi sarcasticamente rispose:
"Mio caro ragazzo, non è tutto così facile come lo fai apparire. Innanzitutto ignoro dove Remigio si sia rifugiato: i maghi del suo rango non si abbassano certo a guidare direttamente un'armata simile; inoltre, egli, come me, è in grado di dissimulare la sua aura. Ammetto che mi sarei aspettato una sfida da parte sua, ma probabilmente ha giudicato più prudente aspettare per conoscere le mie reali capacità prima di affrontarmi o forse intende affidare questo compito ad uno dei suoi famigli. Senza contare che, da soli, non riuscireste mai a tenere la città."
Mentre stavamo parlando l'armata, improvvisamente, interruppe la sua marcia fermandosi appena fuori l'area di tiro delle macchine belliche. Il generale, che con ordini bruschi e decisi aveva allontanato i curiosi ed aveva riscosso i difensori dal loro stupito torpore, intimò ai soldati di non iniziare le ostilità per primi. Un gruppo di morti, protetti dalle insegne di tregua, arrivarono fin sotto le mura: li capeggiava un alto colosso in armatura e gli esseri che l'attorniavano erano, all'apparenza, la sua guardia del corpo, disponendo di armi della medesima foggia. Insieme a loro, un po' in disparte, procedeva una figura che io identificai immediatamente come un mago, dalla tipologia delle sue vesti e dalle rune incise su di esse. Lo indicai al Ladro d'Anime dicendo:
"Guardi quell'uomo, non è forse Remigio?"
"No, non è lui" mi rispose, e fissando lo sguardo su quel gruppetto disse
"ma non sono comunque uomini comuni"
"Popolo di Mileto" sbottò l'alta figura in armatura con voce incredibilmente stentorea "di fronte a voi si erge l'infinita potenza del mio padrone, il grande Remigio: arrendetevi subito ed avrete salva la vita, seppiatelo. Guardatevi attorno, la vostra inferiorità è palese come è palese il vostro destino se non accetterete la mia proposta."
Il re, dagli spalti, appariva più che mai indeciso e spaventato come lo erano, del resto i suoi consiglieri che per la prima volta sperimentavano con i propri occhi una guerra che in precedenza si erano limitati a fomentare da lontano.
"Un patto così scellerato sarebbe meglio metterlo per iscritto, dal momento che non mi pare che i precedenti siano stati in alcun modo onorati" intervenne il Ladro d'Anime con la voce rafforzata da un incantesimo.
"Questa gente" riprese "gode della mia protezione, sono io, ora, ad intimarvi di andarvene ed abbandonare questo luogo. I morti non dovrebbero aggirarsi sulla terra che è il luogo dei vivi. Ma se non accetterete le mie profferte di pace a parole, sarò ben lieto con i fatti di restituirvi alla pace eterna che godevate."
"Pazzo!" urlò l'essere in armatura "Per quanto potente tu sia, mago, non puoi certo affrontare un simile esercito da solo."
"Vuoi dunque opporre la quantità alla qualità?" affermò beffardamente il Ladro d'Anime "per citare un antico condottiero: più la messe è folta e più facile è falciarla."
"A parole te la cavi egregiamente, affermò caustico l'essere, ma simili smargiassate ti serviranno a ben poco tra breve."
"Perché rimandare a dopo ciò che può essere fatto subito?" disse il mago "contempla, dunque, sciocco, il potere a cui hai pensato di opporti."
Per un attimo temetti che avrebbe attaccato il piccolo drappello violando così le convenzioni di tregua, ma egli rivolse le sue attenzioni all' esercito schierato alle spalle di esso. Distese una mano dalla quale scaturirono una miriade di rutilanti puntini scuri simili a granelli di sabbia. Ben presto quella nuvola indistinta si tramutò in un immenso vortice, che avrei giurato assumesse la forma contorta di un serpente o di un drago e si scagliò con violenza inaudita sulle prime file dell'esercito
in attesa, generando un terribile schianto. A contatto con i cadaveri il vortice si dissolse a macchia d'olio polverizzando tutto quello che incontrava: metallo, vesti, ossa, carne senza distinzione alcuna e con il solo visibile effetto di rendere più fitta quella tempesta di polvere nera. In men che non si dica, dunque, dell'esercito dei morti non c'era più traccia e anche quella polvere magica, non incontrando più alcuna resistenza, si dissolse pian piano nell'immensità della piana.
"Cenere alla cenere... polvere alla polvere, riposate in pace" affermò tra il serio e il faceto il mago.
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