Il Fedone di Platone
Prologo
Capitoli I-V
di Cristina Tarabella
Qui troverete soltanto il testo tradotto dal greco all’italiano. Per la consultazione del testo greco si possono vedere le edizioni, con testo a fronte, dei seguenti autori.
-“Classici della BUR”.
Introduzione e note di Alessandro Lami.
Traduzione di Pierangiolo Fambrini.
-“Editori Laterza”.
Traduzioni e note di Manara Valgimigli.
Introduzione e Note di Bruno Centrone.
-“Biblioteca Filosofica Laterza”.
A cura di Bruno Centrone.
Questi tre testi consigliati per la visione del testo greco, sono quelli che ritengo essere i migliori, per quanto riguarda la cura, e con i quali maggiormente concordo per l’interpretazione del testo tràdito.
La traduzione in italiano seguirà pedissequamente la divisione dei capitoli del testo in lingua.
Una spiegazione riguardo la divisione in capitoli e la numerazione dei versi.
Il testo del “Fedone”, come tanti altri testi tràditi, si trova, insieme ad altri scritti, in un Codice, nel quale gli amanuensi medievali lo hanno ricopiato.
Nel 1578 a Parigi, Henri Estienne (Henricus Stefanus), ne curò una edizione critica, e ne pubblicò un volume. Mentre Serrano, creava un altro volume, per la traduzione dello stesso Codice.
I due volumi vennero messi a confronto in due colonne per pagina.
Lo spazio bianco che divide le due colonne, viene considerato nella divisione dall’alto in basso.
Si applicano le prime cinque lettere dell’alfabeto, così si vengono a dividere le pagine in cinque sezioni di 10 righe ciascuna (le prime 10 righe sono ‘a’; le seconde 10 righe sono ‘b’, etc.), e, in questo modo vengono a costituirsi tre volumi.
Il Fedone, in questo tipo di numerazione, va dalla pagina 57, alla pagina 118 del Primo Volume.
Inizio.
Il dialogo si svolge fra Fedone ed Echecrate, presso la città di Fliunte nel Peloponneso.
Fedone, di ritorno alla sua città, in Elide (sempre Peloponneso), passa prima da Fliunte, dove incontra Echecrate e tutta la cerchia di pitagorici. Si ferma a narrare tutto riguardo all’ultimo giono (durata dell’Opera) della vita di Socrate.
Fedone, in realtà, torna da Atene, molto dopo rispetto all’emissione della sentenza di morte che fu comminata a Socrate, ed egli ne spiega il motivo.
Nel periodo in cui fu emessa la sentenza, infatti, si svolgevano le feste sacre ad Apollo: i “Delia”, durante le quali era vietato eseguire sentenze di morte. Per questo motivo, Socrate dovette aspettare, per essere ucciso, che finissero tali feste.
Una nota caratteristica è la seguente.
Sappiamo con assoluta certezza che Socrate fu ucciso mediante l’assunzione della cicuta, ma in tutta l’Opera, tale sostanza non viene mai menzionata; si fa solo riferimento al ‘phàrmakon’.
In greco la parola ‘phàrmakon’ è ‘vox media’, cioè essa si può usare tanto per indicare il ‘veleno’, quanto per indicare ‘il rimedio curativo’. Non a caso viene usato questo termine, perché, come vedremo, per Socrate la morte è ‘ciò che guarisce dalla malattia del vivere’.
Nel dialogo troverete parti scritte fra parentesi quadre e aventi un colore diverso. Tali sezioni sono spiegazioni ulteriori, per una maggiore comprensione degli avvenimenti narrati nel testo; ovviamente, sono parti aggiunte da me e non fanno parte integrante della traduzione vera e propria; ma a buon diritto, potrebbero essere considerate degli ‘scolii’ ad essa. Inoltre troverete altre sezioni sempre in parentesi quadra e di colore diverso, dove faccio riferimento sopratutto a note curate dal prof. Alessandro Lami, che si trovano nell’edizione del Fedone da lui seguita. E comunque, in questi casi, sarà sempre mia attenzione segnalare che la nota segue quella di tale professore, opponendo fra parentesi una ‘L’ (iniziale del suo cognome). Ciò non ostante, anche se lo spunto viene preso dalla nota di tale professore, ognuna di esse è sempre personalmente rielaborata e reinterpretata dalla sottoscritta . In altri luoghi, là dove vi sia da segnalare altro intervento o interpretazione, sarà sempre riportata la fonte.
Infine ringrazio chiunque sarà interessato a questa lettura, che a me è costa sacrificio, e che, tuttavia, ho elaborato con immenso amore; sentimento che in generale nutro per la cultura, ed in particolare per tutto ciò che riguarda le Antichità Classiche.
Cristina Tarabella.
Traduzione di
Cristina Tarabella.
Capp. I – V – Prologo.
Cap. I
ECHECRATE: C’eri proprio tu Fedone, con Socrate, quel giorno, in cui bevve la pozione in carcere, o lo hai sentito da qualcun altro?
FEDONE: C’ero proprio io, o Echecrate.
ECH: E dunque, cosa disse l’uomo prima della morte? E come moriva? Ascolterei volentieri. Infatti dei miei concittadini di Fliunte, nessuno ora (τά νυ̃ν) ha rapporti con Atene, per niente, e non è giunto da là nessuno straniero, che fosse in grado di dirci qualcosa riguardo a questi fatti, eccetto che, dopo aver bevuto la pozione morì. Ma del resto non sapeva dire niente.
FE: Nemmeno le cose riguardo al giudizio, dunque, sapete in che modo avvennero.
[Il giudizio avvenne 30 giorni dopo la sentenza di morte, a causa delle feste dei “Delia”.
Come nascono tali feste.
Gli Ateniesi, in un lontano passato, quando erano in guerra con il Re Minosse, guerra iniziata in seguito alla morte di suo figlio Androgeo, pensarono, per scongiurare la carestia e la pestilenza mandata loro dagli déi, di inviare un tributo al Re, per nove anni. Il tributo consisteva nel portare al Re sette coppie di fanciulli – maschi e femmine – destinati al Minotauro- sempre figlio di Minosse- metà uomo e metà toro, che, narra il mito, li divorava. Ma nella terza spedizione, si narra che Teseo, un giovane ateniese di grande coraggio, con l’aiuto di
Arianna, sorella del Minotauro, riuscì ad uccidere quest’ultimo. Scappò dal Labirinto e salvò i compagni.
Gli Ateniesi, nella ricorrenza, mandavano un’ambasceria sacra sulla stessa nave di Teseo, e in quel periodo
erano sospese tutte le esecuzioni.]
ECH: Sì, queste cose ce le riferì un tale [Platone] e anzi ci meravigliavamo che essendo avvenuto da tempo il giudizio, sembra che (Socrate) morì molto dopo. Perché accadde ciò, Fedone?
FE: Ci fu un caso fortuito per lui (Socrate), o Echecrate. Infatti il giorno prima del giudizio, accadde che fosse stata incoronata la poppa della nave che gli Ateniesi mandano a Delo.
ECH: Che nave è questa?
FE: Questa è la nave, come dicono gli Ateniesi, nella quale Teseo una volta conducendo quelle “sette coppie”, andava a Creta e le salvò, e lui stesso si salvò.
E dunque ad Apollo (gli Ateniesi) fecero voto, come si dice, che se (quei giovani) si fossero salvati, ogni anno avrebbero mandato un’ambasceria sacra a Delo. Ed è questa che sempre da allora, ogni anno, (gli Ateniesi) mandano al dio (Apollo). Quando dunque dànno inizio all’ambasceria sacra, è legge per loro che in questo periodo la città si mantenga pura e che nessuno sia mandato a morte per giudizio pubblico, prima che la nave sia giunta a Delo e di nuovo indietro. Questo a volte avviene in molto tempo, quando capita che venti contrari li trattengano. E l’inizio dell’ambasceria sacra è dal momento quando il sacerdote di Apollo incorona la prua della nave. E questo accadde, come dico, nel giorno prima che avvenisse il giudizio. Per questa ragione, molto tempo ci fu per Socrate nel carcere, tra il giudizio e la morte.
Cap. II
ECH: E per ciò che riguarda proprio la sua morte, Fedone, che cosa fu detto, e che cosa fu fatto? e quali erano i presenti fra gli amici con lui? O forse i magistrati non permisero che ci fossero, e lui moriva privo di amici?
FE: Assolutamente no. C’era qualcuno: molti anche.
ECH: Dispòniti dunque a riferirci tutte queste cose il più chiaramente possibile, a meno che tu non abbia qualche impegno.
FE: Sono libero e cercherò di esporvi chiaramente. Infatti il ricordarmi di Socrate è per me sempre la cosa più dolce di tutte, sia che ne parli io stesso, sia che ne ascolti da altri.
ECH: Ebbene, Fedone, hai uguali (a te) anche gli altri che ti ascolteranno. Cerca di raccontare ogni cosa quanto più accuratamente puoi.
FE: Ebbene, io provai strani sentimenti, stando vicino a lui. Non entrò in me nessuna pietà, benchè fossi presente alla morte di un uomo amico. Infatti mi appariva essere un uomo felice, o Echecrate, e nel comportamento e nelle parole, così intrepidamente e nobilmente moriva, che mi dava l’idea che egli, nell’andare all’Ade non vi andasse senza una disposizione divina* , ma anche là giunto sarebbe stato bene come nessuno altro mai.
*[(L) La “disposizione divina” nell’andare all’Ade.
Ade è il regno dell’ invisibile – α-ιδ-ης = α ‘privativo’ + √ιδ- di ‘οράω ‘vedo’. A questo Regno appartiene l’anima che pure è ‘invisibile’, in contrapposizione al corpo che è ‘visibile’. Così si differenzia l’anima del filosofo, che non è appesantita da residui corporei e da brandelli di ‘visibilità’. Solo nell’Ade, l’anima del filosofo può trovare un luogo ad essa confacente: è per questo che Socrate è felice, perché sta per andare all’Ade. Il desiderio del morire, di conseguenza, è proprio del filosofo.
Qui Fedone parla di una “miscela di piacere e dolore”, ma è questa una miscela micidiale per l’anima. L’anima infatti deve saper dosare e controllare questa miscela, e deve esercitare la sua egemonia su di essa. Il piacere e il dolore sono una miscela contrapposta alla ‘ratio’.
Il ‘Divino’ si colloca al di là del piacere e del dolore.]
Per questo assolutamente, nessun sentimento di pietà entrò in me, come sarebbe sembrato naturale ad uno presente alla scena luttuosa, e d’altra parte nemmeno un sentimento di piacere, giacché eravamo (a parlare) nella filosofia, come eravamo soliti – infatti i discorsi erano di tal genere – ma c’era in me una sensazione affatto insolita, una strana mescolanza mista di piacere e di dolore, (in me) che pensavo che egli fra breve doveva morire. E tutti noi presenti quasi così stavamo, ora ridendo e tal’ora piangendo, e uno di noi in modo particolare, Apollodoro. Tu conosci forse la persona ed il suo modo di comportarsi.
ECH: E come, no?
FE: Costui dunque aveva del tutto così (questo stato d’animo), e anche io stesso ero turbato e anche gli altri.
ECH: E quali erano, o Fedone, quelli che si trovavano accanto a lui?
FE: C’era questo Apollodoro fra quelli del luogo, e Critobulo e il padre di lui, e anche Ermògene, Epìgene, Eschine, e Antìstene; c’erano anche Ctesìppo di Peania e Menessèno e alcuni altri del luogo. Platone*[1 delle 3 menzioni che Platone fa di se stesso nei dialoghi: le altre due in ‘Apologia’. Per i nomi si veda la nota dell’introduzione.] credo, era malato.
ECH: E stranieri, ce ne erano?
FE: Sì, c’era Simmia di Tebe, e Cebète e Fedònda e da Megara Euclide e Terpsiòne.
ECH: E poi? Aristìppo e Cleòmbroto, c’erano?
[Aristippo di Cirene, socratico; 435 – 365 a.C. – Fonda la Scuola Cirenaica > Dottrina sensualistico-edonistica]
FE: Veramente no; si diceva che fossero ad Eghìna.
ECH: Chi altro c’era?
FE: Press’a poco mi sembra che questi fossero presenti.
ECH: Ebbene, quali ragionamenti, tu dici, si fecero?
Cap. III
FE: Tenterò di spiegarti tutte le cose dall’inizio. Sempre, anche nei giorni precedenti, io e gli altri avevamo l’abitudine di andare a trovare Socrate; ci radunavamo allo spuntar del giorno nel Tribunale, dove era avvenuto il processo; infatti era vicino alla prigione. Aspettavamo dunque ogni mattina, finchè il carcere non fosse aperto, conversando fra noi, infatti non si apriva molto presto; quando s’era aperto entravamo da Socrate e con lui, il più delle volte, passavamo la giornata. E certo anche allora molto di buon’ora ci radunammo; infatti il giorno prima quando a sera ce ne andammo dalla prigione, venimmo a sapere che era arrivata la nave da Delo. E dunque ci dicemmo fra noi di arrivare nel luogo solito, il prima possibile. E arrivammo quando, giunto il carceriere, quello che era solito farci entrare, ci disse di aspettare e di non entrare, finchè lui stesso non ci chiamasse. “Gli Undici*, disse, stanno sciogliendo Socrate e dànno disposizioni affinchè oggi muoia.”
*[Gli Undici erano i 10 sorteggiati annualmente per ogni Tribù, più 1 segretario. Si occupavano dei carcerati in attesa di giudizio e della loro esecuzione dopo la condanna a morte. Dagli Undici Socrate fu preso in consegna dopo la condanna.]
Dunque rimasto dentro non a lungo, tornò e ci invitò ad entrare. E dunque entrando trovammo Socrate da poco sciolto, e (trovammo) anche Santippe [moglie di Socrate] – tu la conosci – con il figlio di lui, che gli stava seduta vicino. Quando Santippe ci vide, ruppe in grida di dolore e disse cose tali, quali sono solite dire le donne, come: “O Socrate, ora per l’ultima volta ti parleranno i tuoi amici e tu a loro.” E Socrate, guardando Critone, “O Critone, disse, che qualcuno la conduca a casa.” E alcuni del seguito di Critone la conducevano via, mentre lei urlava e si batteva il petto. Allora Socrate che era seduto sul letto, flettè una gamba e se la stropicciò, e mentre se la stropicciava, disse: “Come sembra strano, o amici, questa cosa che gli uomini chiamano piacere; e come meravigliosamente si trova per natura in rapporto con quello che appare il suo contrario: il dolore! Questi contemporaneamente così non vogliono trovarsi insieme nell’uomo, ma d’altra parte, se una persona insegue e prende l’uno, presso a poco è sempre costretta a prendere anche l’altro, come se fossero attaccati ad una stessa cima, pur essendo due. E a me sembra, disse, che se Esopo avesse riflettuto su questo, avrebbe inventato una storia, (dicendo) che il dio volendo riconciliare questi in guerra, poiché non ci riusciva, legò fra loro i capi ad uno stesso punto, e per questo motivo, quando ad uno si presenta uno dei due, subito dopo viene dietro anche l’altro. Come appunto sembra (sia successo) anche a me. dopo che nella gamba c’era il dolore a causa della catena, sembra che venga, tenendo dietro, il piacere.
[(L) “Esopo potrebbe scriverci una favola…” Come una di quelle che Socrate ha messo in versi, oltre alla composizione di un ‘Inno ad Apollo’, durante i 30 giorni della carcerazione. Socrate ha interpretato alla lettera un sogno ricorrente che ha fatto; cioè ha sognato ripetutamente di fare una composizione musicale nel senso vero del termine. Mentre Socrate aveva dedicato tutta la vita ad una ‘musica’ più alta: la filosofia. Socrate dichiara di non voler fare concorrenza ad Eveno (di Paro, poeta e sofista), il quale ha chiesto a Cebete chiarimenti e spiegazioni riguardo alle composizioni suddette di Socrate. Socrate dice: “Se Eveno è musico, è anche filosofo, e dunque dovrà essere lui a tener dietro a Socrate, perché il filosofo vorrà tener dietro a colui che muore, pur evitando di procurarsi volontariamente la morte, poiché questo è un atto illecito.
Il ‘Proemio ad Apollo’ può essere una composizione originale di Socrate, oppure può essere un’aggiunta con valore zeugmatico (con valore di ‘ponte’, di ‘unione’).]
Cap. IV
FE: Dunque Cebete, cogliendo l’occasione disse: “Per Zeus, Socrate, hai fatto bene a ricordarmelo. Giacché riguardo alle composizioni che hai fatto mettendo in versi le favole di Esopo ed il ‘Proemio ad Apollo’, anche altri già mi hanno domandato e l’altro ieri anche Eveno (mi ha chiesto): ‘intendendo cosa, facesti ciò, dopo che giungesti qui, tu che prima mai componesti niente.’ Se dunque ti fa piacere che io sia in grado di rispondere ad Eveno, quando di nuovo me lo domanda – e so bene che me lo domanderà! – dimmi cosa gli devo dire.
“Ebbene, disse (Socrate), Cebete, tu digli la verità, che non volendo essere rivale,né di lui, né delle sue poesie, ho fatto ciò – sapevo infatti come non fosse facile - , ma per sperimentare certi sogni, cosa volessero dire*, e per togliermi lo scrupolo, se per caso mi si ordinasse di fare proprio questa musica.**
[*Il sogno. Socrate due notti prima, aveva fatto un sogno profetico, dove gli si annunziava il suo ritorno a casa (morte = vero rimpatrio). L’anima, quando il corpo dorme, è più libera da esso, e nel sogno si esprime più liberamente ed è più vicina alla verità.
**Musica. ‘ μυσική ‘sottintende ‘ τέχνη ‘, ad indicare ‘l’arte delle Muse’, con il significato più ampio del termine ‘musica’, che è più vicino al significato di ‘educazione/cultura’.]
Erano infatti queste cose; spesso visitandomi lo stesso sogno nella vita passata, manifestandosi ora in un aspetto, ora in un altro, ma dicendo le stesse cose: ‘O Socrate, diceva, componi e pratica musica.’ Ed io in passato, quello che facevo, questo ritenevo che mi esortasse e mi incitasse (a fare), come quelli che esortano coloro che già stanno correndo, così anche me il sogno, ciò che già facevo, (sembrava) mi incitasse (a fare), comporre musica, come se la filosofia fosse la musica più alta, mentre io proprio questo facevo. Ma ora, dopo che ci fu il Giudizio, e la festa del dio impediva che io morissi, mi sembrò che dovessi, se il sogno mi mostrava di comporre questa musica comune, non disobbedirgli, ma farla; e (mi sembrò) che fosse più sicuro non andarmene prima di essermi tolto lo scrupolo, componendo poesie, obbedendo al sogno. Così, prima di tutto ho composto per il dio del quale era la presente festa; poi, dopo il dio, pensando che bisogna che il poeta, se vuole essere poeta, componga storie e non ragionamenti, ed io appunto non ero un compositore di storie, per questo dunque, quelle storie che avevo a portata di mano e che sapevo a memoria, quelle di Esopo, di queste misi in versi, quello in cui mi imbattevo per prime.
Cap. V
Questo dunque, o Cebete, dì ad Eveno, e che lo saluto, e che se è saggio, mi segua il più presto possibile. Io me ne vado, a quanto pare, oggi; lo vogliono gli Ateniesi.
E Simmia, allora: “Quale tipo di invito, o Socrate, mandi ad Eveno? Molte volte infatti mi sono incontrato con l’uomo, e certo da quello che io ho capito, in nessun modo è intenzionato a darti retta.”
“E perché, disse Socrate, non è forse filosofo*, Eveno?”
“Mi sembra”, disse Simmia.
(Socrate) “Vorrà (fare ciò che ho detto) dunque, Eveno, e chiunque si occupa in maniera degna di questo filosofare. Ma certamente non farà violenza a se stesso; infatti dicono che non è lecito.”
E dicendo queste cose mise le gambe a terra e così seduto parlò per il resto (del tempo).**
[(L) * Tutte le attestazioni di ‘filosofo’ e ‘filosofia’ compaiono nella prima parte del dialogo. Infatti la prima parte del ‘Fedone’ si articola in due sezioni.
La prima, dedicata alla definizione di ‘filosofo’ come colui che si identifica con l’anima;
la seconda, dedicata alla dimostrazione dell’immortalità dell’anima.
Se Eveno ‘è filosofo’, vorrà al più presto seguire Socrate: quindi il ‘filosofo’ vuole seguire chi muore. Filosofo è ‘colui che ama la conoscenza’, costui ha un atteggiamento coraggioso di fronte alla morte, perché si è sempre ‘esercitato a morire’; a questo esercizio ne corrisponde uno similare dell’anima. Tale esercizio è la traduzione pratica della volontà del filosofo di operare una liberazione dell’anima dal corpo. I filosofi riconoscono che l’anima è imprigionata nel corpo e solo la filosofia può liberare l’anima. Il filosofo fugge il corpo ed i suoi turbamenti. Filosofia è purificazione da tutto ciò che è corporeo.
Triplice atteggiamento del filosofo che corrisponde alle tre prove dell’immortalità dell’anima:
a) da parte del filosofo, rifiuto del corpo sul piano biotico.
a,1) Per l’anima non c’è una corrispondenza con ‘a’.
b) Rifiuto del corpo e dei sensi durante l’acquisizione di conoscenza.
b,1) Per l’anima: argomento della ‘reminiscenza’, dove si dimostra che la conoscenza sensibile presuppone quella inintellegibile.
c) Prescindere assoluto dal corpo nel cercare di cogliere la realtà intellegibile.
c,1) Per l’anima: argomento della ‘somiglianza’, dove si dimostra l’ ‘ alterità ‘ dell’anima rispetto al corpo, in quanto l’anima è simile alla realtà inintellegibile.
** Con la raccomandazione per Eveno, Socrate imposta il problema del rapporto tra filosofo e morte, che è poi il tema del ‘Fedone’.]
Cebete allora gli chiese: “Come dici ciò, Socrate, che non è lecito fare violenza a se stessi, ma che il filosofo vorrebbe seguire chi muore?”
(Socrate) “E che, caro Cebete, non avete sentito, tu e Simmia, parlare di queste cose?, essendo stati discepoli di Filolao?*
[* Filolao di Crotone V sec. a.C. Filosofo e matematico. Pitagorico > Diffonde la dottrina in Grecia e sopra tutto a Tebe. Suo discepolo in Italia fu ‘Archita di Taranto’. Alcuni hanno detto che esso è un personaggio inventato da Platone. Creò una cosmologia con al centro dell’Universo non la Terra, ma un fuoco intorno al quale girano Terra e pianeti.
PITAGORISMO. Questa dottrina esigeva il celibato, la comunione dei beni, la purificazione del corpo e dell’anima. In essa la matematica era molto importante. Il ‘numero’ è ’αρχή (principio) di tutte le cose. Secondo Filolao, tutte le cose che si conoscono ‘hanno numero’. Dalla contrapposizione ‘pari-dispari’, derivano tutte le altre contrapposizioni. Per i Pitagorici
‘l’anima dell’uomo è IMMORTALE. E ‘l’anima immortale’ segue la ‘mempsicosi’, per poi ricongiungersi, alla fine del ciclo, con ‘l’anima universale’ o ‘divina’.]
(Socrate) “Ma anche io ne parlo di queste cose, per sentito dire; e quello che mi è capitato di ascoltare, niente mi impedisce di dirlo a voi. E così conviene, per chi è sul punto di partire per l’Aldilà, di riflettere e chiaccherare sul viaggio nell’Aldilà, di quale specie pensiamo che sia. E chi potrebbe fare altro nel tempo prima del tramonto del sole?”
[Il tramonto del sole, segnava l’ora legale per le esecuzioni.]
Qui termina la prima sezione che comprende i capitoli I –V e che viene chiamata
‘PROLOGO’
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