Omero
(Prima parte)

di Cristina Tarabella

                                                              
Cenni di storia sulle origini dei Greci e sull’età omerica.

Nella Grecia arcaica la cultura si organizzava in modi diversi, a seconda delle esigenze degli scrittori e delle epoche. Alcuni Autori erano tesi ad accontentare il pubblico ed il committente.
E comunque, ogni Autore, all’interno dei vari generi, apportava correzioni e contributi personali ai canoni; a volte, anche, modificando la tradizione.
La storia delle popolazioni di lingua greca e delle loro origini più antiche, appartengono alla preistoria.
Per creare una ricostruzione, sia pure vaga ed imperfetta, bisogna raffrontare le Fonti più diverse: mito; leggenda; dati archeologici e linguistici. Ciò non ostante i risultati non sono mai soddisfacenti e spesso sono addirittura contraddittori.
Un esempio di come si possa datare un evento è, per fare un caso, la guerra di Troia narrata nell’Iliade di Omero. Questa guerra avvenne realmente, ad opera di invasori provenienti dalla Grecia. Se ne può esser certi da varie fonti. Per citarne solo un paio: Erodoto, che data tale guerra al 1200 a.C., e gli scavi sulla collina di Hissarlik che lo confermano.
Sulla collina di Hissarlik, il luogo dove sorgeva Troia e dove ancor oggi se ne possono vedere le rovine, si sono succedute 9 città, dal  2400 a.C., fino ad epoca romana  (I-II sec. d.C.), i cui resti sono stratificati e ogni strato corrisponde ad una città. Gli strati sono appunto 9 e sono contrassegnati da numeri romani (da I a IX).

Storia della Grecia arcaica.

Il nucleo della leggenda da cui partiamo per costruire una “storia” dell’antica Grecia, è il “ritorno degli Eraclidi”. Euristeo caccia i figli di Eracle dal loro regno paterno: l’Argolide (parte sud-est del Peloponneso. Esso si trova davanti all’Attica). Dopo la morte di Euristeo, prendono il governo dell’Argolide gli Atridi. nel contempo i filgi e i discendenti di Eracle avevano tentato più volte di riprendersi il proprio regno. Ma furono soltanto i pronipoti di Ilo (figlio di Eracle e Deianira), insieme con i Dori, che vinsero in battaglia il nipote dell’atride Agamennone, Tisamene, e conquistarono tutto il Peloponneso, eccetto l’Arcadia (vasta zona centrale del Peloponneso).
Furono fondati tre regni: Sparta; Argolide; Messenia.
Questa migrazione, tuttavia, influì su altre genti. I Tessali spinsero a sud i Beoti. I profughi di Pilo in Messenia si stanziarono in Attica. Questi ultimi, molto più tardi, fondarono le colonie nelle isole egee e sulla costa dell’asia Minore, dove migrarono anche gli Eoli della Tessaglia e i Dori del Peloponneso.
Ma i ritrovamenti archeologici ci hanno permesso di spingerci ancora più indietro nel tempo.
Città importanti, grandi e opulente, come Cnosso, Micene, Tirinto, Tebe e l’Acropoli di Atene, hanno restituito alla luce i resti di una sfarzosità che è testimone del fatto che le genti che vi abitavano, erano popoli guerrieri, dediti alla razzia ed alla conquista.
Questi popoli fiorirono massimamente nella seconda metà del II millenio a.C.  Ma Nel 1400 a.C. ca., fu distrutto il palazzo di Cnosso, mentre si affermava sul continente il ricco e potente centro che fu Micene. Poi, come per magia, tutto si interruppe improvvisamente nel XIII sec. a.C. Palazzi distrutti. Popolazioni decimate. Le arti scomparse. Sappiamo che questo crollo fu una catastrofe generale, che coinvolse tutto il Bacino Orientale del Mediterraneo. Ma a cosa essa fu dovuta non si sa e si possono fare al suo riguardo, soltanto delle illazioni. Forse ci furono migrazioni di massa o invasioni. Oppure si può pensare di ascrivere il fatto a cause naturali, come ad esempio lo scoppio del vulcano dell’isola di Santorini, che fece sprofondare in mare i tre quarti dell’isola stessa e che  provocò onde d’urto di tale mostruosa forza, da arrivare persino in Egitto (ciò è attestato dai documenti papiracei), immaginiamoci la forza distruttrice di tali maremoti per le zone relativamente vicine!


La civiltà Micenea.

Di questa civiltà, ci sono rimaste (provenienti da Cnosso, Pilo, Micene) molte iscrizioni fatte su tavolette di argilla cruda, la quale poi risultò ‘cotta’, proprio a causa degli incendi devastanti che distrussero i vari palazzi in cui queste si trovavano. Esclusivamente per questo motivo le tavolette si sono mantenute fino a noi.
Ma è stato solo nel 1952, che uno studioso inglese, M. Ventris, riuscì a decifrare uno dei tre tipi di scrittura che compaiono sulle tavolette: la “lineare B”. Ventris,  potè dar prova, decifrando tale documento, che si trattava di una scrittura sillabica di un dialetto greco.
Le tavolette presentano una scrittura geroglifica, composta da ideogrammi, e due alfabeti fonetici.
Essi si chiamano “Lineare A” e “Lineare B”, perché le lettere sono scritte su di una linea orizzontale. Le tavolette, tuttavia, sono della stessa età dela distruzione dei palazzi, e quindi non si può capire da esse da quanto tempo i Greci occupassero l’Isola. Le tavolette inoltre riportano elenchi di nomi di persone, o inventari di prodotti, ma nulla che ci possa aiutare per una datazione.
Alcuni studiosi pensano che i Greci di Micene, non costituissero un vero e proprio stanziamento di popolazione greca, ma fossero una sorta di classe dominante di lingua greca.
Comunque il fatto importante è che prima della scoperta del Ventris, si pensava che i Micenei fossero asiatici, mentre, grazie allo studioso, si è venuti a conoscere la verità: i Micenei erano Greci.
Prima infatti, quando si credeva che i Micenei fossero di origine asiatica, non si riusciva a capire come mai la leggenda di Troia (che ha per altro fondamento storico) parlasse di una spedizione di Achei (termine collettivo usato da Omero, per designare i Greci).
Il nome “Achei” è testimoniato in testi ittiti che parlano di contatti con una popolazione nomata “Ahhiyawa “. Inoltre Ceram ci informa che nel 1232 a.C. il Faraone Merneptha di Tebe, riportò una grandissima vittoria sui così detti “popoli del mare” (erano un’amalgama di genti imbarbarite, che si era data alla pirateria e di cui facevano parte molti gruppi etnici), fra i quali figurano anche gli “Eqwesh”, gli Achei. Oppure gli Egizi chiamavano “Hyksos”(“Re di pastori”) una popolazione che invase l’Egitto fra il 1600 e il 1400 a.C. e che dominò il Paese per cento anni. Gli Hyksos, a loro volta, furono  abbattuti dal faraone Amosis. Gli Hyksos sono un popolo che proviene dalle genti greche dell’Asia Minore.
È altrettanto cosa certa che dai regni micenei si facessero incursioni in Asia Minore. Per questo dunque, c’erano grandi ondate migratorie e invasioni.
I Micenei erano un popolo guerrierro, come già si è detto, ed avevano armi di bronzo. Ma  essi non conoscevano la lavorazione dei metalli, né tanto meno possedevano tecniche estrattive (tecniche in uso nell’oriente mediterraneo), nè conoscevano  l’uso del ferro. Essi semplicemente sapevano fare soltanto a produrre olio, lana e vasellame. Allora come potevano procurarsi le armi? Nella maniera più semplice ed immediata. Facevano incursioni e razzie in luoghi dove sapevano di trovarne.


I secoli oscuri.

Riguardo al periodo che va dall’età delle tavolette micenee (1200 a.C.), fino alla stesura dell’Iliade (800 a.C.), i così detti “secoli oscuri”, abbiamo solo qualche informazione proveniente dall’archeologia e dai documenti degli Imperi Orientali (Ittiti; Assiri; Egizi).
Sappiamo che il periodo fra i secoli 1200-1100 a.C., fu di regressione e decadenza, al punto che forse si perse anche l’uso della scrittura (proprio come nel nostro Alto Medioevo).
Dal 1000 a.C. (forse per l’avvento di una nuova popolazione) si ha invece un’enorme rifioritura.
Il mondo miceneo assomigliava molto di più alle civiltà del Mediterraneo orientale, che non alla successiva realtà greca. E Omero nell’Iliade riflette proprio il mondo miceneo.
Quando i Greci cominciano a scrivere di loro stessi, si dànno il nome di “Elleni”, mentre tutti gli altri popoli sono per loro “Βάρβαροι” (Bàrbaroi), nome onomatopeico che significa “gente che balbetta”, “che dice βαρ-βαρ (bar-bar)”.
Verso l’800 a.C. i Greci conobbero il ferro e la metallurgia che era stata sino ad allora sconosciuta.


La nascita dell’alfabeto.

Dopo la scoperta del ferro e della sua lavorazione, si ebbe un altro evento veramente fondamentale ed importantissimo. I Greci compirono un passo epocale nella loro storia ed in quella di tutto il mondo a venire (almeno quello occidentale!). Essi compirono l’adattamento dell’alfabeto fenicio, per rendere meglio i suoni della lingua greca.
La scrittura micenea era sillabica. Ad ogni segno corrispondeva una vocale pura, o una sillaba aperta (“a; o; e; w; po; pe; pa; e non p-e”). Quindi per rappresentare un gruppo di consonanti necessitava una sillaba per ognuna di loro, e le consonanti finali, ovviamente, non potevano essere riprodotte. A volte lo stesso segno indicava suoni diversi (‘ l ‘ ed ‘ r ‘, oppure ‘k, kh, g’) (ciò avveniva anche nell’alfabeto etrusco). Così ad esempio “πεπτός” “cotto” (aggettivo a tre terminazioni della I classe) era reso nella forma micenea “pe-pe-to”. Oppure “Ήλεκτρύων”(-ονος, “Elettrione, padre di Alcmena”), in miceneo diventava: “e-re-ku-tu-ro-wo”.
Il fenicio invece, ha un segno per ogni consonante, ma non indica le vocali (esso infatti è un ‘alfabeto sillabico’, come lo è anche quello ebraico ed etrusco).
Ma i Greci, uomini dalle grandi risorse, e dall’intelletto molto arguto, come hanno sempre dimostrato nel corso di tutta la storia, presero dal fenicio i segni consonantici simili ai suoni del loro alfabeto, e là dove mancavano segni corrispondenti ai propri suoni, li inventarono, magari modificando quelli fenici, già esistenti.
E comunque, riguardo l’alfabeto, l’innovazione più geniale che i Greci apportarono fu quella di dare valore di vocale a quelle lettere fenicie che non erano utilizzabili, per non avere esse suoni vocalici corrispondenti in greco. Ecco allora che ad esempio, il segno della consonante fenicia “aleph” diventa in greco “alfa”. Venne così creato un alfabeto che, anche attraverso il latino, come vedremo fra breve, starà alla base di tutti gli alfabeti europei e anche di alcuni non-europei, come il turco e l’indonesiano.


Notizie sull’alfabeto latino.

Studi di Cristina Tarabella.
Alcuni cenni sono tratti da: “Dizionario di Antichità Classiche di Oxford”.


Si pensava che in origine l’alfabeto latino avesse 20 lettere e che derivasse direttamente da quello greco di Cuma in Campania. Ma studi moderni hanno portato alla nostra conoscenza un’altra realtà.
Il latino, l’osco e l’umbro derivano sì dal greco, ma in maniera indiretta. Mentre direttamente discendono dall’alfabeto etrusco. Si ritiene che l’alfabeto latino derivi da una  forma arcaica di scrittura etrusca, che a sua volta era derivata da un tipo di alfabeto greco della Grecia continentale a settentrione di Corinto. Ecco, per quale via indiretta, l’alfabeto latino discende, in ultima analisi, da quello fenicio.
Bisogna notare alcuni punti.
1) La C ossia Γ (gamma), in latino è usata in principio per k e per g. E questo  deriva da un influsso etrusco (non meno che fenicio! – si veda sopra), perché gli Etruschi (ed i Fenici)
non distinguevano fra occlusive sorde (k) e sonore (g).
Solo nel III sec. a.C. si ha l’introduzione di G, distinta da C.
2) La Z. In un primo tempo si pensò che essa rappresentasse il suono di “S sonora” e che cadesse poi in disuso a causa del rotacismo (‘ausosa’ diventa ‘aurora’), fenomeno che si ebbe a partire dal IV sec. a.C. in poi. Ma bisogna notare che la lettera Z non si trova in nessuna iscrizione di età Repubblicana. Essa venne introdotta, in seguito, per tradurre lo ξ (csi) delle parole mutuate dal greco. E siccome nella sua prima fase di esistenza, la lettera Z occupava verosimilmente il 7° posto nell’alfabeto, e questo era stato ormai assegnato alla nuova lettera G, la Z fu relegata alla fine dell’alfabeto, come ultima lettera.
3) Il suono più vicino ad F latina era il digamma sordo in greco ƒh, che si trova nei dialetti. la pronunzia del digamma sordo è simile al “wh” scozzese. Quindi F latino è uguale a ų in greco. Per questo motivo si rese necessario esprimere in latino ų greco con v / e υ greco con y (che è un’altra forma di v).
La Y (altra forma di v) fu aggiunta nel tardo periodo Repubblicano, per indicare v che si indicava con ϋ.
La lettera i serviva da consonante (įam) e da vocale (pius).
L’uso di u e di i per le vocali e di v e j per le consonanti è di epoca medievalee non del periodo latino.


Mondo Miceneo e disgregazione.

Agli albòri della sua storia, il mondo miceneo era molto unito politicamente, ma con il passare del tempo sorsero numerose entità sociali, ognuna delle quali indipendente: con la propria storia e soprattutto con il proprio dialetto.
È ancora l’economia agricola la base strutturale di questi stati. Il commercio, inizialmente è nelle mani degli stranieri (in Omero vediamo che lo detengono i Fenici), ma poi le città iniziarono ad esportare i propri manufatti. Però è solo dal V sec. a.C. che si potrà parlare, per Atene, di stato mercantile.
I sovrani micenei sono ormai spariti, e ciò non ostante, della monarchia rimangono tracce sino in epoca storica. In Atene, uno degli arconti ha il nome di βασιλεύς.  A Sparta ci sono 2 re coadiuvati dal Consiglio degli Anziani.
La costituzione della πόλις è di tipo aristocratico. Le famiglie nobili detengono il potere.
I nobili possiedono le terre, quasi tutte, quindi il cittadino libero, non ha altra scelta che mettersi al servizio, quasi come uno schiavo, di questi grandi latifondisti.
La popolazione cresce ed il lavoro diminuisce. Potere e territorio lavorativo sono accentrati nelle mani di pochi. Per questo si giunge ad una vera e propria ‘ crisi agraria ‘, che vede i greci allontanarsi dal loro Paese e andare a colonizzare le coste del Mediterraneo, per trovare nuove fonti di sostentamento.
Dal 750 a.C. ci furono colonie greche anche in Occidente, le quali servivano di appoggio per l’esportazione che avveniva dalle grandi città della Grecia.
La Sicilia fu la prima terra dell’Occidente ad essere colonizzata dai Greci. Ad Ischia è stata trovata una coppa con una fra le più antiche trascrizioni metriche (1 trimetro giambico + 2 esametri); essa risale all’ VIII sec. a.C.
Fra le colonie e la patria non c’era dipendenza. Le uniche cose che rimasero in comune furono la lingua ed i culti.


Dialetti greci.

I Greci stessi avevano diviso i propri dialetti in tre gruppi.
Ionico (con la variante dell’attico).
Eolico (dialetti di Lesbo, Tessaglia, Beozia).
Dorico suddiviso dai moderni in:
1)      dialetti della Grecia nord-occidentale e
2)      dorico vero e proprio, parlato nel Peloponneso.
Già Esiodo conosceva questa divisione.
La divisione era descritta attraverso la leggenda di Doro, Eolo e Ione: i tre figli di Helle; gli Elleni, appunto.
I Moderni hanno aggiunto un quarto gruppo linguistico, che è quello dei dialetti arcadico-ciprioti.
Dopo la scoperta del miceneo inteso come lingua greca, oggi si pensa che originariamente ci fossero due grandi unità linguistiche.
La lingua meridionale/orientale (miceneo, arcadico-cipriota, ionico-attico) e
la lingua settentrionale (eolico di Lesbo, Beozia e Tessaglia; dorico).
Ionico e dorico sono lingue “più giovani”.
In ionico scrissero i primi poeti dell’Asia Minore (Erodoto, Ippocrate e le Scuole di Medicina. Anche la lingua omerica è prevalentemente ionica).
L’attico è la lingua letteraria dei Drammi e delle Commedie, degli storici, degli oratori e dei filosofi Ateniesi.
L’attico è anche la lingua-base della “κοινή διάλεκτος” “la lingua comune”, imposta nei secoli IV-III a.C. da Alessandro il Grande in tutto il suo Impero, il quale si estendeva dall’Egitto, sino ai Regni di Poro, nel Panjab.
La lingua eolica era parlata da Saffo e Alceo.

Omero e la questione omerica.

Omero!
Questo nome pieno di magia e suggestione, che tutti conoscono, al di là del fatto di sapere, o meno chi sia stato (e se sia esistito!) ‘veramente’.
Tanti hanno parlato di questo personaggio. Anzi, se ne parla quasi dai tempi stessi in cui visse: cioè dalle parti dell’ VIII sec. a.C.!
Già i Greci non possedevano notizie certe, né documentate riguardanti la vita di Omero.
Alcuni lo credevano contemporaneo alla guerra di Troia (1200 a.C.), o di poco posteriore ad essa (Plutarco).
Altri lo ponevano contemporaneo alla migrazione ionica (Filostrato);
altri ancora (Erodoto) pensavano che fosse vissuto nella metà del IX sec. a.C.;
altri lo ponevano 500 anni più tardi  della guerra di Troia , cioè nell VIII sec. a.C.(Teopompo).
Queste enormi divergenze negli Antichi, ci fanno capire che già essi non ne sapevano, di Omero, più di noi.


Luoghi della nascita di Omero.

Anche il luogo della sua nascita era già controverso nell’antichità.
Chio era considerata la sua patria da Semonide di Amorgo, ma Smirne era indicata da Pindaro.
Poiché nella lingua omerica prevalgono elementi ionici, si è ovviamente portati a credere, che la sua patria d’origine sia la Ionia, giacchè Omero stesso sembra alquanto ignorante dei Dori del Peloponneso, la qual cosa sta ad indicare che conosceva poco quei luoghi. per quanto riguarda la sua morte, invece, sembra che Omero sia morto nella piccolissima isola di Io, nelle Cicladi, dove esisteva proprio una sua tomba.


La questione del nome.

Il nome  ΄όμηρος significa  ‘ostaggio’, ma anche ‘cieco’. E poiché la informazione più probabile è che Omero fosse di Chio, e ciò si può mettere in rapporto con l’esistenza a Chio degli Omeridi, che formavano una corporazione di rapsodi professionisti, i quali asserivano oltretutto di discendere dal poeta stesso, si può, a buon diritto, pensare che il nome ‘Omero’ significhi proprio ‘cieco’, giacchè, di solito, i rapsodi erano ciechi.


La sua cecità.

La tradizione vuole che Omero fosse cieco. Ma sta di fatto che tutti gli aedi erano ciechi, quindi ciò è alquanto verosimile anche per Omero e l’ ‘ Hymnus Homericus ad Apollinem ‘ parla di un poeta cieco di Chio, forse con riferimento a lui.
Il fatto che il poeta non parli di sé nell’opera sua può indicare che egli fosse di posizione sociale inferiore a quella dei suoi protettori.
Ma tutto ciò è solo un’ illazione.


Datazione attraverso le opere.
Datazione delle opere stesse: Iliade e Odissea.

              Furono i filologi alessandrini, a partire dal III  sec a.C. che divisero Iliade e Odissea, ciascuna in 24 libri, e dettero inizio a quella che prenderà il nome di  ‘questione omerica’. Essi iniziarono a porsi domande riguardo la datazione delle opere e riguardo a problemi di lingua ad esse inerenti. Costoro avevano il nome di  ‘Chorizontes’ (‘separatori’ > χωρίζω  ‘separo’).
I ‘Chorizontes’ alessandrini, come trovarono le opere di Iliade e Odissea?
Esse erano scritte su un supporto scrittorio di pergamena, lungo e arrotolato: il ‘biblìon’. All’interno di esso, la scrittura dell’Opera era assai diversa da come la troviamo adesso nei testi. Vi era infatti ‘Scriptio Continua’, che significa una interminabile fila di parole tutte attaccate fra loro senza accenti, né spiriti.  La ‘Scriptio Continua’ era il modo usuale di scrivere nell’antichità, almeno fino al I a.C – I d.C. sec. In questo modo, infatti, si risparmiava spazio, tempo ed inchiostro, tutte cose molto preziose. Il rotolo di pergamena, il ‘biblìon’, veniva poi messo in un astuccio, sempre di forma cilindrica, e per riconoscere l’Opera che esso conteneva, vi veniva attaccato un pezzo di pergamena, all’esterno, (il ‘sìttubos’, o ‘sìllubos’), che ne indicava il nome.
Ovviamente, per leggere l’opera, bisognava srotolare il ‘biblìon’ e ciò, ripetuto spesso, portava all’usura di esso. Fu però, adeguato un sistema che si usava con un altro supporto scrittorio,
la tavoletta cerata (‘deltòi’). I ‘deltòi’ avevano la possibilità di essere messi uno sopra l’altro e riuniti insieme a formare un ‘codex’. Questo sistema, molto più semplice per la consultazione, fu adottato in un primo tempo dalle  comunità proto-cristiane, che scrivevano le loro preghiere su fogli di papiro, e li legavano insieme in modo da poter  essere ‘sfogliati’, nella forma del ‘codex’, simile appunto ad un nostro libro. Quando questo sistema si diffuse, per la sua praticità, cambiò anche il supporto scrittorio, e al posto del papiro si usò la pergamena, molto più resistente e meno deteriorabile.
Il ‘codex’ di papiro però, non ebbe molto riscontro, perché esso, come supporto scrittorio, era veramente, molto meno maneggevole, rispetto alla più duratura pergamena. Ma il ‘codex’ nacque prima di tutto in papiro, perché era il materiale più a buon mercato che i poverissimi cristiani si potessero permettere. La pergamena infatti era molto costosa, e se la permettevano, all’inizio, solo i ricchi.
Quando poi la cultura e la lettura divvennero fatti di costume e quindi si diffusero per un vasto pubblico, si ebbe una produzione di pergamena su larga scala, ed essa venne a costare meno. Ma il papiro, come supporto scrittorio, non fu abbandonato, se non in tarda età, oltre il V sec. d.C. Semplicemente convivevano entrambi i supporti scrittori, ma ora in forma di ‘codex’ e non più in forma di ‘biblìon’.

I due poemi: Iliade e Odissea.

              La critica moderna è ormai orientata verso un’ univoca interpretazione.
I due poemi sono stati scritti da poeti diversi, anche se, si riconosce per ciascuna delle due opere, la unitarietà; scritte ognuna da un’unica mano, sì,  ma non dello stesso autore!.
Dopo gli importanti studi di W. Schadewaldt (1938) si è giunti alla conclusione che i due poemi sono stati scritti da due autori che hanno imposto  unità di struttura poetica e scrittoria al materiale che trovavano nelle fonti dell’epica popolare cantata (e non scritta), tramandata secondo i metodi tradizionali dei cantori ( o aedi).
             È ormai concordemente accreditato anche il fatto che fra Iliade e Odissea ci siano 4 secoli di mezzo (cioè, che l’Odissea sia più giovane di 4 secoli, rispetto all’Iliade).
Ciò è stato possibile costatarlo grazie alle nuove metodologie di indagine, che si avvalgono di sistemi comparati e di simulazioni fatte al computer.
Si è potuto dunque mettere a confronto in maniera sistematica le due opere, per quanto riguarda lo stile, l’uso della metrica e delle formule fisse, il tipo di lingua e l’uso del ‘modulo’. In questo modo si è giunti ad asserire che fra le due opere ci sono ben 4 secoli di differenza. Fermo restando, che entrambe rimangono pur sempre due opere unitarie, scritte ognuna da una sola mano.
Di qui innanzi, quindi, quando parleremo di Omero, gli affideremo la paternità solo di un’opera: l’Iliade.
(continua)


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