Omero
(Seconda parte)
di Cristina Tarabella
Omero e la tradizione epica
Ilio: una città a cavallo del mondo
Omero deve molto alla tradizione epica. Infatti prima di lui e della sua opera, l’Iliade, i miti che egli narra in essa, erano già noti. E del resto, sarebbe un po’ troppo fantasioso pensare, che una persona, di punto in bianco, si sia inventata tutta la storia narrata nell’Iliade!
Si deve anche considerare, che la scrittura dell’Iliade e quindi l’esistenza di Omero (o comunque di un autore unico che scrive l’opera), risalgono al IX sec. a.C., ma i fatti narrati risalgono almeno a 300 anni prima, il 1200 a.C. Questo fatto è ormai concordemente accolto dagli studiosi, che si sono basati sui vari lavori di scavo e di archeologia, avvenuti nel corso dei secoli nelle rovine di Ilio, i quali scavi hanno evidenziato svariati ‘strati’ di sedimenti, appartenenti a periodi diversi, e dai riscontri eseguiti, incrociati fra archeologia, epigrafia, Iliade stessa, si è giunti a determinare che la guerra narrata nell’Iliade, prima di tutto, è realmente avvenuta, e in secondo luogo risale più o meno all’anno 1200 a.C. Gli altri strati appartengono ad altri momenti di distruzione della città.
Ilio, era una città iportantissima. Sorgeva nella Troade, una penisola dell’ alta Asia Minore. La sua posizione le permetteva di controllare tutti i commerci che passavano da est ad ovest e viceversa, attraverso il Ponto Eusino. Questa città aveva una posizione strategica unica, perché era in grado di permettere, o meno, con l’imposizione di dazii e tasse, tutto il movimento commerciale che andava dall’Oriente (i ricchi Regni dei persiani), ad Occidente (il mondo greco comunemente detto).
È ovvio che fosse spesso teatro di guerre di conquista, da parte di questo o quell’altro popolo!, chi aveva il controllo di Ilio e della Troade, aveva il controllo del mondo intero, perché controllava i commerci. Quindi, non una volta sola Ilio fu rasa al suolo, ma svariate volte, nel corso della sua storia.
La storia della guerra narrata nell’Iliade, come si è detto, risale almeno al 1200 a.C.
Dunque, se Omero ha scritto l’Iliade nell’ 800 a.C., e la guerra di cui parla era avvenuta nel 1200 a.C., ciò significa che doveva esistere un ciclo epico preesistente l’Iliade, che veniva narrato nei modi usuali: cantato a memoria dagli aedi presso le corti.
Questo fatto ci porta a considerare un’ altra importante questione.
Poiché, per mandare a memoria migliaia di versi, c’era necessariamente bisogno di un riferimento ‘tecnico-psicologico’; ciò si effettuava attraverso vari sistemi:
1) la metrica,
2) il sistema epitetico fisso,
3) il ‘modulo’.
Per aiutarsi a ricordare, l’aedo si avvaleva di questi mezzi. Il ritmo, dato dal verso esametrico, gli ricordava le cose come in una ‘filastrocca in rima’.
Il sistema epitetico fisso, gli dava l’opportunità di sapere che sempre in quel dato luogo del verso, si trovava un determinato epiteto, per un determinato personaggio, anche declinato.
E poi c’era il ‘modulo’. Esso era una frase sempre uguale in riferimento a uguali situazioni.
Abbiamo il ‘modulo di inizio discorso’:
“E così qualcuno dei Troiani alteri dirà…” (Il. IV, 176)
il ‘modulo dell’esultare’:
“Così lui si vanterà…” (Il. VIII, 149 – Diomede)
il ‘modulo del dolore’:
“Allora a me si apra l’ampia terra…” (Il. IV, 82b)
Tutto questo sistema ‘per ricordare’ tipico dell’esposizione orale, lo ritroviamo immutato nell’Iliade scritta, la quale è pure in esametri, a maggior testimonianza del fatto che la metrica esisteva prima che si imponesse il supporto scrittorio.
Anche per questo sarebbe veramente assurdo credere che un giorno, ex abrupto, un signore di nome Omero (forse!), si sia svegliato e abbia detto: “Ah, oggi è proprio una bella giornata! Mi è venuta la voglia di inventare un sacco di cose: l’Iliade, l’esametro, il sistema epitetico fisso, e poi, già che ci sono, anche la scrittura; e scusate se è poco!”
No, le cose non stanno affatto così, ma molto diversamente.
Esisteva già tutto prima di Omero, compresa la scrittura. Solo che a nessuno era venuta in mente la stupenda idea, che invece pensò Omero: usare la scrittura, per comporre in un tutt’uno unitario una serie di miti e poemi epici, che fino ad allora venivano solamente cantati dagli aedi, e ognuno cantava quello che gli pareva e come gli pareva.
Quindi si deve al genio del signor Omero, l’aver raggruppato tante parti del mito ed averle composte in un’opera unitaria meravigliosa, affidandola alla sorte di un supporto scrittorio, affinchè essa potesse raggiungere la posterità in modo più sicuro, di quello offertole dalla tradizione verbale.
E tuttavia ciò non esclude che parti dell’Opera siano state rimaneggiate in seguito, nel corso delle varie copiature da parte degli scribi e degli ‘amanuensi’.
Infatti, ad esempio, il X Libro dell’Iliade è, ormai per ‘consensus universorum’, sicuramente ‘spurio’.
Il Poema dell’Iliade, per la sua struttura e forma, è da considerarsi ‘testo letterario’: il 1°che sia giunto fino a noi.
Questione dei tempi narrati all’interno dell’Iliade.
Il tempo narrato in Iliade ha ritmi diversi, a seconda delle diverse parti del Poema.
In Iliade si raccontano gli ultimi 58 giorni di una guerra durata 10 anni.
I ritmi sono diversi nella parte iniziale, in quella centrale e in quella finale. Più rapidi all’inizio e alla fine, molto più lenti nella parte centrale. Ci sono più giorni narrati in Iliade I e Iliade XXIV, che non nei libri centrali.
In Il. I troviamo narrate le vicende di 22 giorni.
In Il. XXIV, ci sono narrate le vicende di 21 giorni.
Ma il 27° giorno (morte di PATROCLO) occupa ben 6 libri (XI – XVIII); se declemassimo, leggendoli, i 6 libri che narrano il 27° giorno, il tempo necessario per farlo, corrisponderebbe quasi al tempo reale! Questo è il giorno più lungo.
Oltre a questo, bisogna far presente, a chi si approccia allo studio di questa Opera, che c’è un senso nella sua costruzione. Troviamo infatti dei nessi precisi, voluti e cercati, fra i Libri I e XXIV. Troviamo addirittura delle ripetizioni di singoli versi.
Corrispondenze e costruzione ad ‘anello’.
Certamente, se Omero ha fatto una raccolta di materiale a lui preesistente e lo ha organizzato in un’opera unitaria, quindi senza inventare nulla, bisogna nondimeno accreditargli il merito di aver apportato all’opera elementi del tutto personali e senza precedenti.
Omero ha costruito tutta l’opera su un singolo fatto, in realtà: l’ira di Achille. Ed è intorno a questo singolo elemento che prende corpo tutta la narrazione e grazie ad esso si sviluppa.
Inoltre, Omero, introduce altre novità personalissime, una delle quali è la ‘costruzione ad anello’.
Ciò consiste nel fatto che tutto comincia nel I Libro con un’azione ad esito negativo, e l’opera finisce nel XXIV Libro con un’azione del tutto analoga, ma con esito positivo. E mentre la prima aveva dato l’avvio all’ ‘ira di Achille’, l’ultima vede l’ira dell’eroe ormai del tutto compiuta e finita. Ma vediamo le cose più nel dettaglio.
In Il. I troviamo il riscatto di Crise, offerto ad Agamennone, affinchè gli restituisca la figlia Criseide presa come sua schiava e concubina. Ma in questo ambito il riscatto è rifiutato. Tale comportamento, per motivi che poi vedremo, dà inizio a quelle circostanze che vedranno come risultato la nascita dell’ira di Achille, la quale farà da perno portante per tutta l’opera.
In Il. XXIV ci imbattiamo in un’analoga situazione: Priamo che va a chiedere ad Achille il riscatto del corpo di Ettore. In questo ambito il riscatto è accettato e tale accettazione comporta anche la cessazione dell’ira di Achille.
Breve riassunto.
Libro I) Agamennone ha preso schiava Criseide, figlia di Crise sacerdote di Apollo. Crise chiede ad Agamennone in riscatto la figlia, ma Agamennone rifiuta il riscatto. Crise prega Apollo che lo vendichi ed il dio manda una grande pestilenza nel campo dei Greci. Achille, ispirato da Era, indice un’assemblea, dove interroga l’indovino Calcante, il quale rivela che Apollo è adirato con i Greci a causa del comportamento che Agamennone ha tenuto con Crise. Calcante afferma che, per debellare la pestilenza, Agamennone deve rendere Criseide al padre. Agamennone si arrabbia moltissimo e dice ad Achille che in cambio vuole una concubina di quest’ultimo, e precisamente Briseide: la favorita di Achille.
Achille è costretto a cedere per volere dei Numi, ma scoppia la sua ira e giura di non combattere più al fianco dei Greci. Achille adesso prega sua madre Theti affinchè interceda per lui presso Zeus, in modo che faccia perdere ai Greci molte battaglie. Ciò avviene. Siamo al Libro IX, quando si ha nuovamente un’assemblea dei Greci disperati, i quali si trovano tutti concordemente contro Agamennone, il quale non trova di meglio da dire, che proporre di tornarsene tutti in patria. Ma gli altri gli intimano di rendere Briseide ad Achille per placare la sua ira e farlo tornare finalmente a combattere contro i Troiani insieme a loro. Agamennone è costretto dall’Assemblea, ad accettare. Avviene un grande banchetto per festeggiare il ritorno di Achille (tale banchetto ha un esatto parallelo con il banchetto di Il. XXIV). Arriviamo al Libro XVI quando Achille permette a Patroclo di vestire le sue armi e guidare in campo i Mirmidoni. Siamo nel 27° giorno.
Patroclo viene ucciso da Ettore.
Achille si riconcilia con Agamennone e giura vendetta: Libro XIX. Theti consegna le nuove armi al figlio, quasi a consolazione della perdita di Patroclo.
Libro XXII e 28° giorno: Achille uccide Ettore.
Libro XXIV Priamo, padre di Ettore, va da Achille, sotto mentite spoglie (facendosi riconoscere soltanto da Achille, quando è giunto nella tenda di costui) a chiedere, previo pagamento di un riscatto, il corpo del figlio. Achille accetta il riscatto e finisce la sua ira.
L’Opera finisce con la celebrazione dei funerali di Ettore.
Altre novità nella costruzione dell’opera immesse da Omero.
Un altro senso di ‘costruzione’ voluta da Omero, è dato dal rapportarsi di vicende anteriori e successive. Comunque non si parla mai della caduta di Troia, né dell’inizio della guerra, ma si parla soltanto di una parte di essa: gli ultimi 58 giorni del 10° anno, prima della caduta della città.
Inoltre la singola vicenda dell’ira di Achille viene isolata e vi si associa la morte di Ettore, senza dare una narrazione continua della guerra.
Poemi del Ciclo Troiano. Essi riguardano altre fasi della guerra di Troia e sono coevi o anteriori all’Iliade stessa.
1) Kùpria: 11 libri; autore: Stasino (forse) VIII sec. a.C. (Antefatti della guerra di Troia).
2)Aithiòpis: 5 libri; autore: Arctino di Mileto VIII sec. a.C.
3)‘Ilias Mikrà: 4 libri; autore: Lesche di Mitilene VII sec. a.C.
4)Ilìou pèrsis: 2libri; autore: Arctino di Mileto VIII sec. a.C.
Kùpria; narrazione. “Arriva dall’Etiopia il re Memnone, il quale uccide Antiloco, e a sua volta viene ucciso da Achille.”
Ilìou pèrsis; narrazione. “Distruzione di Ilio. Vi si sovrappone anche ‘Ilias Mikrà, la quale, in una sua parte, narrava la distruzione di Troia.”
L’Iliade presuppone alcune vicende mitiche narrate nel Ciclo, come ad esempio il giudizio di Paride, che è narrato in Kùpria; oppure la morte di Achille, che è descritta in Aithìopis.
Queste cose Omero non le narra, ma vi si riferisce con una tacnica molto vicina al ‘flash back’.
Oppure usa altri sistemi, per informarci di cose che avverranno in seguito, ma che non trovano posto nella narrazione dell’Iliade. Omero sa, avendolo appreso dalla conoscenza delle opere del Ciclo, che Achille morirà quasi subito dopo Ettore, ucciso in campo da Paride, il quale viene aiutato dal suo dio protettore, Apollo. Allora, per far capire al lettore che Achille non sopravviverà a lungo dopo la morte di Ettore, Omero ha inventato esclusivamente per lui un epiteto, usato per altro solo due volte nell’Opera, e sempre e solo riferito a questo eroe, molto particolare, che racchiude nel suo significato la consapevolezza della imminente morte: Achille è “minunthàdios” “di breve durata”. Non può descriverne la morte, ma la fa profetizzare da Theti al figlio stesso in Il. XVIII, 95, 96. Poi la fa profetizzare anche da Ettore, quando si trova in punto di morte Il. XXII, 355, 356 , il quale dice ad achille che sarà ucciso ad opera di Paride e di Apollo. Solo per lui Omero conia un epiteto tanto particolare. Perché, ovviamente, essendo verosimilmente greco, Omero dà maggiore importanza alla cura degli eroi suoi connazionali, ecco, anche perché, l’Opera si potrebbe a buon diritto re-intitolare “L’Ira di Achille”, perché tutta l’attenzione è incentrata su questo fatto e Achille era un Greco.
Altre innovazioni di Omero.
L’Iliade è un poema che appartiene ad una cultura primitiva per noi, eppure Omero, volta per volta, innova la tradizione. Per esempio, Omero presuppone le rappresentazioni sui vasi del Diplon (cimitero di Atene, VIII sec. a.C.), dove ci sono donne stilizzate tutte uguali, con le mani alzate, che piangono il morto. Questo ‘modulo’ lo ritroviamo quando Andromaca, insieme alle ancelle, piange Ettore (ancora vivo) che si appresta ad affrontare Achille in battaglia. Qui vediamo il dato primitivo del pianto, ma Omero inserisce l’evidenziazione del personaggio ‘Andromaca’.
Il Miceneo. C’è una linea che tende ad inserire Omero nella cultura precedente a lui, che è quella Micenea. Il miceneo è la lingua decifrata nel 1952 dal Ventris. Essa è scritta su tavolette ed è una lingua greca. Le tavolette risalgono ad un’epoca di molto anteriorre ad Omero. Quelle di Creta e Cnosso sono del 1400 a.C. Quelle di Pilo e Micene sono del 1200 a.C. Mentre l’Iliade è stata scritta nel 750 a.C. decifrando le tavolette si è cercato di ‘schiacciare’ anche Omero nella cultura micenea, perché in essa vi sono dei dati comuni alla lingua omerica.
Genitivo ‘ ojo ‘ si trova anche in miceneo. Il miceneo è una lingua sillabica, vale a dire è una
contaminazione di 1 consonante + 1 vocale (es. ‘pa’, ‘po’, ‘pe’, e non ‘p-e’).
Altro caso è il ‘-φι ‘ strumentale in greco, il quale è stato trovato anche nel miceneo.
Ma nel miceneo non esistono le aspirate per cui ‘-φι’ = ‘vi’. Inoltre in Omero c’è un ulteriore sviluppo, perché ‘-φι’ è anche singolare, oltre che plurale, mentre in miceneo è solo plurale.
In Omero si trova il genitivo singolare in ‘-αο’, e lo si trova anche in miceneo.
Innovazioni di lingua e altro. la lingua dell’Iliade presuppone un sistema di formule, le quali sono ben codifificate dalla tradizione orale. Individuato ciò, possiamo vedere come e cosa innova Omero.
Da Omero possiamo ricostruire il sistema delle formule (la formula è un’espressione tipica, che tende ad occupare la stessa posizione nel verso e possiede carattere di ‘fissità’).
Metrica in Omero.
Omero usa l’esametro dattilico, per scrivere la sua opera, lo stesso metro con cui cantavano a memoria gli aedi. La struttura dell’esametro è molto semplice ed orechiabile: essa consiste in un verso diviso in 6 parti (piedi, o morae), ognuna delle quali contiene una sillaba lunga e due brevi, oppure 2 sillabe lunghe. Però la lettura metrica che noi facciamo dell’esametro
( e di tutti i ‘metri’ conosciuti), pone l’accento sulla prima sillaba lunga di ciascun ‘piede’, ma tale lettura è del tutto convenzionale, perché in realtà non sappiamo assolutamente come gli Antichi leggessero la metrica. Ciò che sappiamo con sicurezza è che non mettevano accenti, perché l’accento non era intensivo (come quello della nostra lingua), ma melodico, musicale (elevazione e abbassamento della voce, come nelle lingue orientali). L’esametro aveva un momento ascendente e uno discendente, segnato dalla cesura. Il concetto di cesura è reale e non è inventato da noi; infatti tutti i versi dell’Iliade (e dell’Odissea) hanno cesura. Se questa non fosse stata sentita, non sarebbe possibile che essa rappresentasse un’ eccezione per migliaia di versi. La cesura è sempre in fine di parola e all’interno del ‘piede’.
Questi sono brevissimi cenni su Omero e sulla sua opera. Ciò non è, né vuole essere, una trattazione cattedratica, bensì un luogo da cui attingere elementi informativi sinottici ed esaustivi sui tratti essenziali del tema trattato. Ma per informazioni dettagliate, rimandiamo, e consigliamo, uno studio di testi appropriati contenenti tali argomentazioni.
Cristina Tarabella
Tragedia: origini. Eschilo.
Inquadramento storico della Grecia dal VII al V sec. a.C.
Atene nel VII sec. a.C. In questo periodo ad Atene c’è la monarchia, alla quale è sottomessa la democrazia dell’Attica. Il centro democratico, poi si trasferisce ad Atene e riesce a limitare il potere della monarchia. Nasce la figura politica dell’arconte, che è un magistrato che sta in carica 1 anno.
In questo periodo assistiamo ad una crisi politica, dovuta all’indebolimento dei piccoli proprietari terrieri. Essi si indebitano mostruosamente con i Grandi proprietari terrieri, per cercare di mantenere le proprie terre; per questo motivo avremo il fenomeno della servitù per debiti. Ciò comporta una forte tensione sociale.
Dall’altra parte della realtà sociale, c’è il ceto medio che prende sempre più importanza, per l’espansione dei commerci oltre mare. E, divenuto importante economicamente, il ceto medio, inizia le proprie rivendicazioni politiche nei confronti dell’ aristocrazia.
Atene nel VI sec. a.C. In questo secolo Atene conosce il grande genio dell’uomo Solone, che sale al potere e promuove molte novità. Egli è oltremodo famoso per aver istituito la σεισάχτεια – seisàchteia – taglio dei debiti; quei debiti appunto, contratti dai piccoli contadini e che li avevano ridotti in schiavitù. In oltre libera i contadini dalla schiavitù e rende loro le terre che avevano perduto. Limita di molto il potere dell’aristocrazia e divide i proprietari terrieri in 4 classi:
pentacosiomedìmni > sono coloro che possiedono 500 o più medimni* di grano.
cavalieri > sono coloro che possiedono 500/300 medimni di grano.
zeugiti > sono coloro che possiedono una coppia di buoi.
teti > sono i nullatenenti.
Solone incoraggia l’incremento del commercio e dell’industria. Ma ci sono queste nuove leggi che portano scontento fra alcune classi, per questo vediamo un contrasto netto fra la nobiltà dell’entroterra, e gli abitanti della costa.
A causa di questi motivi nel 560 a.C. i piccoli proprietari terrieri appoggiano la tirannide di Pisistrato. Durante il periodo della tirannide avremo tuttavia:
•
notevole fioritura economica;
•
incremento dei traffici commerciali, per terra e per mare, che fanno da premessa a quella che sarà poi l’egemonia marittima di Atene;
•
limitazione del potere nobiliare;
•
le leggi di Solone non vengono abrogate;
Nel 570 a.C. Ippia e Ipparco succedono a Pisistrato.
Nel 510 a.C. Clistene rovescia la tirannide.
Riforme di Clistene.
•
democrazia con parità di diritti per tutti i cittadini;
•
popolazione divisa in 10 tribù, ognuna delle quali invia 50 delegati al Consiglio dei 500, che amministra la città per 36 giorni: il Presidente viene eletto ogni giorno;
•
ogni cittadino deve partecipare all’Assemblea popolare;
•
introduzione dell’ostracismo. Chi commette atti illegali viene ostracizzato. I nomi di queste persone sono scritti su ởστρακά –ostrakà - sassi e poi gli ởστρακά vengono estratti e i nomi che compaiono più numerosi, sono di quelle persone che saranno mandate in esilio per 10 anni.
Nel settembre del 490 a.C. Dario, il Grande Re dei Persiani, insieme ad Ippia (figlio di Pisistrato, esiliato dalla patria) combattono contro gli ateniesi a Maratona. Gli Ateniesi, guidati da Milziade, sbaragliarono i Persiani. Atene diventa la roccaforte di tutta la grecia.
Temistocle è arconte e istituisce un programma di ricostruzione della flotta. Per fare ciò impiega i Teti, i quali diventeranno, oltre che carpentieri, anche marinai delle navi da loro stessi
*il MEDIMNO era un’unità di misura, soprattutto per cereali e granaglie, ma si usava anche per i liquidi.
In questo modo la classe dei Teti assume una notevole importanza sociale ed essi sono ben consci di ciò.
Nel 480 a.C., dopo 10 anni, i Persiani con Serse, figlio di Dario, tornano a combattere i Greci. Questa volta essi hanno un’iniziale fortuna e vincono i Greci in un primo scontro presso le Termopili – le Porte di Fuoco - , dove Leonida tentò di frenarne l’avanzata, sacrificando 300 Spartani. I Persiani poi, si dettero a grandi atti di vandalismo; incendiarono templi e Atene stessa. Ma nel 479 a.C. Temistocle vince i Persiani in una battaglia navale, presso l’isola di Salamina e sul fronte di terra, sono sbaragliati dalle armate greche, a Platea, in Beozia. [ Questa guerra, sarà lo spunto per Eschilo, per scrivere la Tragedia I Persiani, rappresentata ad Atene per la 1° volta nel 472 a.C. – 7 anni dopo che era avvenuta – vedi infra. ]
nel 478 a.C. si ha la costituzione della Lega delio-attica, la quale si porrà contro il re di Persia.
Atene prende il comando di tutto.
Nel 468 a.C. Cimone (greco) vince Serse in un’ ennesima battaglia voluta dai Persiani. Dopo ciò si
ha la promulgazione di una pace che durerà per molto tempo – Pace dei 30 anni.
Nel 462 a.C. Pericle ed Efialte ad Atene sono i rappresentati e gli esponenti delle classi popolari. Con loro il partito popolare prende importanza. La competenza dell’Areopago, di cui fanno parte solo ed esclusivamente i nobili, sarà ridotta al minimo. In questo momento assistiamo alla attuazione dello Stato democratico, per ordine di Pericle ed Efialte.
Efialte apporta un’innovazione unica e ‘prima’ nella storia: toglie quasi tutti i poteri all’Areopago, al quale lascia di occuparsi soltanto dei fatti di sangue. Mentre tutte le decisioni politico-giuridiche sono demandate alla βουλή – bulè -, cioè ai giudici popolari e all’assemblea popolare.
Impulso all’arte. Fidia fa le sculture del Partenone (il grande tempio di Atena, situato sull’acropoli): quelle crisoelefantine di Zeus e Atena. Prassitele, Scopa e Lisippo sono grandi scultori. Per la letteratura abbiamo: la Tragedia con Eschilo (525 – 456 a.C.), Sofocle (497 – 406 a.C.), Euripide (480 – 406 a.C.). Per la Commedia abbiamo Aristofane (V sec. a.C.). Per la Filosofia troviamo i Sofisti, Socrate (469 –399 a.C.), Platone (427 – 347 a.C.), Aristotele di Stagira (384 – 322 a.C.).
Nel 461 a.C. Atene denunzia un’alleanza di Sparta con Tebe e, a propria volta, si allea con Argo, antica rivale di Sparta. vengono costruite le Lunghe Mura ad Atene (4 km), che vanno dalla città, fino al porto del Pireo.
nel 458 a.C. [ anno in cui verrà rappresentata la trilogia di Eschilo l’Orestea ] Efialte viene ucciso. Pericle compie l’ultimo atto della democratizzazione e ammette gli Zeugiti all’arcontato. Egli demanda definitivamente la responsabilità politica al popolo.
Nel 456 a.C. Atene ha l’egemonia su tutta la Grecia Centrale.
Fino al 445 a.C. ci saranno forti e continui contrasti fra Sparta e Atene, perché Atene aveva una politica innovatrice, mentre Sparta ne aveva una molto conservatrice.
Nel 432 a.C. scoppia la guerra fra Sparta e Atene.
nel 430 a.C. si ha la Grande Peste ad Atene, nella quale muore Pericle.
nel 421 a.C. giungiamo alla Pace di Nicia fra Atene e Sparta (Nicia, greco, fu il fautore del Trattato).
Nel 420 a.C. appare sulla scena della storia greca un grandissimo personaggio, tanto amato, quanto odiato: Alcibiade, ateniese, il quale promuove nuovamente un’alleanza con Argo.
Nel 415 a.C. Atene è contro la Sicilia, per contrastare Sparta che ne era alleata.
Nel 407 a.C Ciro, Re dei persiani, si allea con Sparta.
Nel 404 a.C. Ciro impone il “blocco” ad Atene e vi istaura il regime dei 30 Tiranni fra i quali c’è Crizia, zio di Platone. Atene si ribella ai 30 Tiranni e Pausania Re di Sparta, nemico di Ciro, aiuta Atene a riprendere il potere.
Si ha nuovamente l’istaurazione della democrazia, ma per motivi politici avverrà un’ epurazione di personaggi scomodi e per giochi di potere ed equilibri di forze, entrerà casualmente nel nòvero anche il filosofo Socrate, messo a morte ed ucciso nel
399 a.C. con le false accuse di corruzione minorile e con l’infamante marchio di occuparsi di magia nera (fatto estremamente grave per quei tempi, assolutamente punibile con la morte). Da tutto ciò Platone è fortemente disgustato, per questo tenta di influenzare il potere, illuminandolo con la saggezza filosofica. Ma i suoi tentativi condotti sia in patria, che alla corte di gerone in Sicilia, falliranno sempre miseramente.
Nel 386 a.C. giungiamo alla Pace di Antalcida (uno Spartano), fra Sparta e Atene. Sparta mantiene la supremazia in nome dei Persiani. Tebe è alleata di Atene.
Nel 379 a.C. Tebe si libera di Sparta.
Nel 371 a.C. i due tebani Pelopida ed Epaminonda sconfiggono Sparta.
Nel 367 a.C. Tebe diventa molto forte. Il Re dei Persiani rende Tebe garante del Trattato di Antalcida, e la dichiara ‘propria fiduciaria’ in Grecia. Ora gli Ateniesi sono contro Tebe.
Nel 362 a.C. Epaminonda, a Mantinea, sgomina Ateniesi e Spartani, ma resta ucciso. Ha inizio il declino di Tebe.
Nel 357 a.C. inizia l’egemonia della Macedonia con Filippo V. Ad Atene Demostene mette in guardia le forze politiche rispetto all’enorme potenzialità e capacità di Filippo, ma rimane inascoltato.
Nel 338 a.C. Filippo V vince in battaglia Atene, presso Cheronea. Muore Filippo e gli succede il figlio Alessandro.
Nel 334 a.C. Alessandro sconfigge i Persiani.
Nel 331 a.C. Alessandro combatte in Egitto. Vi fonda la città di Alessandria ed impone una lingua comune in tutto il suo Impero: la κοινή διάλεκτος – koinè diàlektos – “lingua comune”.
Ad Atene c’è Licurgo che attua la restaurazione finanziaria.
Alessandro a Gaugamela, annienta definitivamente le truppe del Re Persiano, Dario III. L’Impero Persiano è adesso nelle mani di Alessandro.
Nel 323 a.C. Alessandro muore giovanissimo. Fino alla sua morte non ha mai cessato di tentare la fusione fra Oriente e Occidente, volendo istaurare una Monarchia Universale.
Organizzazione e struttura* del teatro arcaico: la tragedia.
Temi e argomenti liberamente rivisitati da un seminario teorico del Prof. Dario Del Corno.
Per Aristotele “la tragedia è qualcosa da rappresentarsi”.
Dalle sue origini, l’evento teatrale della tragedia, è un evento religioso che aveva luogo durante la celabrazione delle Feste in onore di Dioniso. A teatro, i Greci, sentivano di partecipare ad un rito. Per questo i soggetti tragici sono, in genere, ispirati al mito; si tratta cioè di episodi che appartengono alla storia sacra della Nazione. La tragedia si configura come una discussione sulle divinità.
La tragedia è importante anche politicamente. L’organizzazione degli spettacoli era affidata allo Stato. Nei Greci, la manifestazione artistica, era un grande momento per l’apprendimento; ciò soprattutto per i Greci del V sec. a.C. In questo secolo si ha il massimo grado dell’espressione della democrazia. Tutti gli uomini liberi nella πόλις, sono ugualmente partecipi e responsabili del governo della città. Questo schema si riflette anche nella struttura della tragedia, dove i due piani, dell’eroe e del Coro (ossia l’individuo e la comunità), sono strettamente interdipendenti.
Altro elemento tipico del teatro di Atene è il carattere agonistico. Fra i drammaturghi si svolgeva un concorso. Un collegio di 10 giudici, estratti a sorte dalle 10 tribù (vedi infra), stabiliva una graduatoria in base alla quale venivano assegnati premi. I drammaturghi erano portati a creare rappresentazioni in cui si sentisse coinvolta tutta la cittadinanza.
Il teatro greco, nel suo periodo di produttività, fu un fenomeno esclusivamente di Atene e qui gli spettacoli si svolgenano durante le festività delle Grandi Dionisie, feste che duravano 7 giorni, e cadevano nel mese di Elafebolìon (inizio primavera), quando la città era affollata di forestieri.
Vi erano tre autori tragici, selezionati dall’arconte (vedi infra), i quali presentavano, uno per giorno, una tetralogia, cioè tre tragedie + un dramma satiresco (vedi Infra). Quest’ultimo è un genere teatrale particolare che mette in scena storie mitiche, ma in una trattazione leggera. Esso prende nome dalla presenza obbligatoria di un corpo di satiri (creature appartenenti a Diòniso: metà uomini e metà capri). Questi, con i loro scherzi, facevano da ‘contrappeso’ al mondo di abnorme dolore delle tragedie.
L’arconte sceglieva anche, uno per ciascun poeta, il corègo, il quale era un cittadino molto ricco, che doveva provvedere alle spese di organizzazione della messa in opera delle tragedie, in cambio soltanto di prestigio personale.
Le rappresentazioni si facevano nel Teatro di Diòniso (vedi infra), situato sulle pendici meridionali dell’Acropoli.
Nel corso del tempo il teatro passa da struttura lignea a struttura in pietra; completa solo nel IV sec. a.C. La parte destinata al pubblico, thèathron / cavea, è a forma di semicerchio. Essa era costituita dalla collina naturale dell’Acropoli: si suppone che contenesse 15/20 mila spettatori.
In mezzo vi era una piattaforma circolare, l’ orchestra, al cui centro si trovava di solito un altare, dove si muoveva il Coro. Sembra che qui, in età arcaica, cioè ai tempi di Eschilo, Sofocle, Euripide (vedi infra), vi recitassero anche gli attori, quando ancora non esisteva un edificio di sfondo.
Inizialmente c’era una tenda, la skène, dove gli attori si cambiavano. Già con Eschilo, per l’”Orestea” – 458 a.C. (vedi infra), l’edificio era divenuto parte integrante del complesso teatrale.
Tale edificio dava un orientamento all’azione dei personaggi che iniziarono a staccarsi dal Coro e a recitare su una bassa piattaforma davanti all’edificio. Mentre la costruzione di un vero e proprio palcoscenico sopraelevato avvenne solo a partire dal IV sec. a.C., quando il Coro scomparve.
La fronte dell’edificio, faceva da scenografia, rappresentando un tempio, o una casa con un’entrata principale e una secondaria, da cui entravano gli attori. Altrimenti essi entravano dai παροδόι – parodòi – che erano situati fra il thethron / cavea e l’edificio: unico accesso per il Coro.
I teatri antichi erano a cielo aperto e anche l’azione rappresentata si svolgeva per lo più all’aperto; come, del resto, all’aperto si svolgeva la vita sociale dei popoli mediterranei.
Per l’ambientazione d’interni c’era una struttura simbolica, consistente in una piattaforma su ruote (enkýklema), la quale veniva fuori da una delle porte dell’edificio. C’era anche un altro macchinario, una specie di gru (mekhanè > il “Deus ex machina” della commedia plautina), che permetteva l’apparizione dall’alto degli dèi. Si faceva uso di maschere. Il Coro si esprimeva con il canto accompagnato dalla danza; ad istruirlo c’era il “chorodidàscalos”, che spesso era l’autore stesso, il quale componeva anche la musica per il Coro, che era affiancata dal suono del flauto.
Al tempo di Eschilo, il Coro è composto di 12 coreuti. In seguito Sofocle (vedi infra) ne portò il numero a 15. A capo del Coro c’era il corifèo, il quale dialogava con gli attori in nome del Coro stesso.
In origine nella tragedia vi era 1 solo attore. Eschilo introdusse il 2° e, già nell’ “Orestea” (vedi infra), gli attori sono 3, innovazione, quest’ultima che storicamente è attribuita a Sofocle (vedi infra), ma la vera paternità è di Eschilo.
Gli attori portavano un costume sfarzoso e alti calzari: i “cothurni” (ciò lo abbiamo potuto apprendere dalle rappresentazioni vascolari).
L’uso di maschere traeva origine, verosimilmente,dai riti magico-mimetici, che costituirono, quasi sicuramente, il teatro preistorico, o ‘proto-teatro’.
La maschera aveva anche una funzione psicologico-suggestiva nel pubblico, perché trasportava lo spettatore in una dimensione non reale, fuori dal quotidiano.
Rapporto tra il pubblico e l’ evento teatrale.
Dice il sofista Gorgia da Lentini ( coevo di Euripide – vedi infra):
“La tragedia è un inganno, in cui è più saggio chi si lascia ingannare”.
Erodoto ci dice che il tragico Frinico fu multato di 1000 Dracme, per aver messo in scena un evento
contemporaneo: la conquista di Mileto da parte dei Persiani. La qual cosa aveva suscitato nel pubblico un parossismo di disperazione, perché esso era abituato a veder rappresentati fatti lontani storicamente; e rivestiti così dalla patina del tempo, erano resi arcani, quasi magici, ma soprattutto erano ‘svuotati’ dalla realtà del quotidiano e ciò li rendeva una ‘astrazione’ fittizia.
Qui ha termine la trattazione di spunti liberamente tratti dal seminario teorico del Prof. Dario Dal Corno.
Nel teatro greco del V sec. a.C., la storia che veniva narrata, doveva in qualche modo coinvolgere il pubblico e, per di più, nella dimensione del ‘suo personale’. Ma al contempo i contenuti non dovevano avere nulla a che fare con la realtà socio-politica ateniese contemporanea. Infatti, mentre nella Commedia ciò era consentito, perché la ‘situazione contemporanea’ veniva ‘esorcizzata’ attraverso la rappresentazione posta sotto forma di ‘smaccata ridicolizzazione’, ciò non si poteva attuare nella Tragedia, che per definizione portava contenuti emotivamente angoscianti e pieni di terrore. Dunque i testi della Tragedia dovevano coinvolgere il pubblico, ma solo nella sua dimensione psicologico-affettiva, magari per inviare messaggi che erano comunque sempre riferiti alla sfera comportamentale in campo etico-sociale e religioso; e ciò, oltre tutto, doveva avvenire in modo ‘trasversale’ ed indiretto. Ecco che allora si ricorre alla narrazione del mito, il quale poteva insegnare, ammonire e spaventare, nella giusta misura, pur rimanendo al di fuori del quotidiano, e dunque inserendosi in una dimensione magico-apotropaica, che l’uomo accoglieva, sotto forma di ‘rappresentazione’ e che contemporaneamente gli serviva da supporto didascalico e morale, senza che esso, quasi, ne fosse cosciente.
Nietzsche afferma che Diòniso non smise mai di essere presente anche nelle tragedie di Eschilo. Egli dice che tutti i personaggi della scena greca, da Promèteo ad Èdipo, non sono altro che ‘maschere’ dell’eroe Diòniso.
Brevissimo riassunto essenziale.
Aristotele ci dice che la Tragedia è uno sviluppo dei ditirambi, i quali erano canti corali dedicati a Diòniso ed inseriti nel genere assai più antico che è il Dramma Satiresco (vedi infra).
Infatti all’inizio, la Tragedia era una narrazione improvvisata e cantata da satiri.
Successivamente, al canto si aggiunse il dialogo. Per i contenuti della Tragedia si attinge dalla mitologia omerica, o comunque dai Cicli Epici ad essa connessi. La tradizione ci dice che Tespi nel 534 a.C. inserisce nella Tragedia il prologo ed il 1° attore.
In questa prima fase l’attore è l’‘υποκριτής – upokritès “interprete”, il quale è enucleato dal Coro e con esso dialoga.
Con il passare del tempo il Coro, come si è più volte detto, perde sempre più importanza a favore degli attori (già divenuti 3 con Eschilo) e assume quasi una semplice funzione scenografica.
Secondo Erodoto fu Arione di Metimna a fare una prima rappresentazione, alla corte di Pisistrato: il tiranno di Corinto.
Mentre Aristotele ci informa che furono i Dori gli inventori della Tragedia e del Dramma.
Il Coro è accompagnato dal flauto e canta in metro lirico, creando frasi a struttura grammaticale molto complessa e di difficile comprensione (eloquio molto elevato).
Gli attori NON sono accompagnati dalla musica e parlano in ditirambi, con strutture fraseologiche molto più semplici rispetto al Coro, e assai vicine al parlato comune.
La struttura della Tragedia a partire da Eschilo – V sec. a.C.
Prologo > (a partire da Eschilo) è un dialogo fra 2 attori. Essi sono 2 personaggi che spiegano la trama del dramma.
Parodo > è l’ingresso del Coro, il quale continua l’esposizione iniziata nel prologo dai 2 personaggi.
Episodio > è propriamente il momento durante il quale recitano gli attori.
Stasimo > è il canto del Coro da fermo.
Esodo > è la parte finale.
I Codici ci tramandano 7 drammi interi di Eschilo e un numero di altri 73 titoli a lui attribuiti.
La Suda (vedi infra) ci dà un numero di 90 titoli, attribuiti ad Eschilo. Ma il numero ‘90’ non è divisibile per 4: numero della “trilogia + Dramma Satiresco”. Infatti le Tragedie venivano sempre rappresentate, categoricamente!, come trilogie (cioè 3 tragedie) e ad esse seguiva una 4° rappresentazione, che era appunto il Dramma Satiresco.
Nel teatro greco del V sec. a.C., la storia che veniva narrata, doveva in qualche modo coinvolgere il pubblico e, per di più, nella dimensione del ‘suo personale’. Ma al contempo i contenuti non dovevano avere nulla a che fare con la realtà socio-politica ateniese contemporanea. Infatti, mentre nella Commedia ciò era consentito, perché la ‘situazione contemporanea’ veniva ‘esorcizzata’ attraverso la rappresentazione posta sotto forma di ‘smaccata ridicolizzazione’, ciò non si poteva attuare nella Tragedia, che per definizione portava contenuti emotivamente angoscianti e pieni di terrore. Dunque i testi della Tragedia dovevano coinvolgere il pubblico, ma solo nella sua dimensione psicologico-affettiva, magari per inviare messaggi che erano comunque sempre riferiti alla sfera comportamentale in campo etico-sociale e religioso; e ciò, oltre tutto, doveva avvenire in modo ‘trasversale’ ed indiretto. Ecco che allora si ricorre alla narrazione del mito, il quale poteva insegnare, ammonire e spaventare, nella giusta misura, pur rimanendo al di fuori del quotidiano, e dunque inserendosi in una dimensione magico-apotropaica, che l’uomo accoglieva, sotto forma di ‘rappresentazione’ e che contemporaneamente gli serviva da supporto didascalico e morale, senza che esso, quasi, ne fosse cosciente.
Nietzsche afferma che Diòniso non smise mai di essere presente anche nelle tragedie di Eschilo. Egli dice che tutti i personaggi della scena greca, da Promèteo ad Èdipo, non sono altro che ‘maschere’ dell’eroe Diòniso.
Brevissimo riassunto essenziale.
Aristotele ci dice che la Tragedia è uno sviluppo dei ditirambi, i quali erano canti corali dedicati a Diòniso ed inseriti nel genere assai più antico che è il Dramma Satiresco (vedi infra).
Infatti all’inizio, la Tragedia era una narrazione improvvisata e cantata da satiri.
Successivamente, al canto si aggiunse il dialogo. Per i contenuti della Tragedia si attinge dalla mitologia omerica, o comunque dai Cicli Epici ad essa connessi. La tradizione ci dice che Tespi nel 534 a.C. inserisce nella Tragedia il prologo ed il 1° attore.
In questa prima fase l’attore è l’‘υποκριτής – upokritès “interprete”, il quale è enucleato dal Coro e con esso dialoga.
Con il passare del tempo il Coro, come si è più volte detto, perde sempre più importanza a favore degli attori (già divenuti 3 con Eschilo) e assume quasi una semplice funzione scenografica.
Secondo Erodoto fu Arione di Metimna a fare una prima rappresentazione, alla corte di Pisistrato: il tiranno di Corinto.
Mentre Aristotele ci informa che furono i Dori gli inventori della Tragedia e del Dramma.
Il Coro è accompagnato dal flauto e canta in metro lirico, creando frasi a struttura grammaticale molto complessa e di difficile comprensione (eloquio molto elevato).
Gli attori NON sono accompagnati dalla musica e parlano in ditirambi, con strutture fraseologiche molto più semplici rispetto al Coro, e assai vicine al parlato comune.
La struttura della Tragedia a partire da Eschilo – V sec. a.C.
Prologo > (a partire da Eschilo) è un dialogo fra 2 attori. Essi sono 2 personaggi che spiegano la trama del dramma.
Parodo > è l’ingresso del Coro, il quale continua l’esposizione iniziata nel prologo dai 2 personaggi.
Episodio > è propriamente il momento durante il quale recitano gli attori.
Stasimo > è il canto del Coro da fermo.
Esodo > è la parte finale.
I Codici ci tramandano 7 drammi interi di Eschilo e un numero di altri 73 titoli a lui attribuiti.
La Suda (vedi infra) ci dà un numero di 90 titoli, attribuiti ad Eschilo. Ma il numero ‘90’ non è divisibile per 4: numero della “trilogia + Dramma Satiresco”. Infatti le Tragedie venivano sempre rappresentate, categoricamente!, come trilogie (cioè 3 tragedie) e ad esse seguiva una 4° rappresentazione, che era appunto il Dramma Satiresco.
Della Commedia ne parla Aristotele nella “Poetica”, ma egli stesso dice che ne sa poco.
Nel 486 a.C. ad Atene ci sarebbe stata la 1° rappresentazione di una Commedia fatta da Cnionide. Prima, la Commedia veniva rappresentata da “volontari”.
Aristotele accenna al fatto che anche la Commedia provenga dai Dori (VI – V sec. a.C.).
Anche nella Commedia, come nel Dramma Satiresco, c’è la presenza del fallo.
Κωμω(ι)δία – komodìa – da κωμω(ι)δός – komodòs “cantore del κω̃μω(ι)ς – kòmos.
Il κω̃μω(ι)ς – kòmos, era una danza sfrenata, oppure un corteo festoso contenente ogni tipo di improvvisazione. I Cori erano composti da esseri fantastici. Il Coro nella Commedia ha vita propria e non fa parte del contesto. Questo indica, forse!, un’origine autonoma del Coro comico.
Nella festa in onore di Artemide a Siracusa si ha una processione di contadini, che sfilano in un κω̃μω(ι)ς – kòmos, organizzando canti e gare. Tutti tengono fra le mani pani in forma di animali. Coloro che perdevano nelle gare, se ne andavano per la campagna a mendicare. Mentre i vincitori si accomiatavano dal pubblico con un canto di saluto e di buon augurio.
Nella Commedia il Coro intesse un dialogo, in un crescendo di assurdità, con gli attori, e poi anch’esso si accomiata dal pubblico, con un canto di buon augurio.
Varrone (116 – 27 a.C) riconduce la Commedia ad antichissime processioni di mendicanti.
Struttura della Commedia.
1) Si ha un prologo in trimetri giambici (la lingua che più si avvicina al parlato – vedi infra), fatto da personaggi strani.
L’introduzione del soggetto della Commedia avviene attraverso trovate bizzarre.
2) Ingresso del Coro, il quale entra in modo tumultuoso (forse per ricorrdare l’antico κω̃μω(ι)ς – kòmos – vedi sopra).
Non sempre il Coro fa un canto introduttivo, ma spesso dialoga subito con gli attori.
L ‘ ẳγών – agòn, è il centro del dramma. Esso ha il seguente sviluppo.
a) ’ω(ι)δή – odè; canto del Coro che esorta un attore a prendere la parola κατακελευσμός –katakeleusmòs “esortazione/incoraggiamento”.
b) ’επίρρημα – epìrrema “1° discorso”. È il discorso del 1° personaggio buffonesco βωμολόχος – bomolòchos “buffone”.
c) πνι̃γος – pnìgos “strozzatura”. È il momento in cui ha termine il discorso del personaggio.
La 2° parte dell’ ’αγών - agòn, è analoga alla prima.
Quando l’azione è ferma perché ha raggiunto una svolta, gli attori scompaiono e il Coro si rivolge direttamente al pubblico; è questa la
d) παράβασις – paràbasis “digressione”. A questo punto il corifèo rivolto al pubblico, parla di sé e di politica attuale, sempre in riferimento al tempo presente. Dopo ciò si ha un
e) inno più o meno serio, dedicato a divinità.
Alla fine della Commedia il protagonista esce di scena insieme con il Coro, per andare entrambi ad un immaginario banchetto.
È il Coro che dà il nome alla Commedia.
Il Coro nella Commedia è molto importante. Esso è autonomo.
Le Commedie venivano inventate su argomenti completamente ridicolizzati, ed investivano la vita di uomini politici, di filosofi e degli dèi stessi. Fatto, quest’ultimo, che non è mai più avvenuto in nessun’altra epoca!
La Commedia Dorica.
I colonizzatori Dori di Corinto portarono la Commedia in Sicilia (VI – V sec. a.C.). Da essa, in epoca moderna, discenderanno i “pupi siciliani”.
Epicarmo (478 – 466 a.C.), poeta della Commedia Siciliana, si ricollega alla tradizione dorica.
Si hanno Commedie a carattere mitologico.
La lingua usata è il dialetto di Corinto che era, ovviamente, parlato anche a Siracusa.
Si hanno allusioni ad Eschilo e attacchi alla nascente retorica.
Gli Antichi, tuttavia, ci tramandano la figura di Epicarmo, come quella di un ‘filosofo moralista’.
ESCHILO e le sue Tragedie.
Eschilo era figlio di Euforione di Eleusi e nacque nel 525 a.C. ad Eleusi, cittadina distante circa 20 km da Atene e centro dei culti misterici (vedi sotto).
Egli vide la fine della tirannide di Pisistrato, che fu continuata da Ippia e Ipparco (560 – 527 a.C.) e assistette all’istaurazione della democrazia (510 a.C.).
Nel 490 a.C. Eschilo combatte a Maratona (1° Guerra Persiana) e forse
nel 480 a.C. combatte anche a Salamina. A proposito di questa data si è soliti dire che “mentre Eschilo commbatteva a Salamina, Sofocle intonava il suo primo Peana, ed Euripide nasceva”.
Eschilo fu un uomo di carattere profondamente religioso e patriottico. Sembra addirittura che fosse stato iniziato ai ‘Misteri’*.
Eschilo muore a Gela nel 456 a.C. dove era andato, attratto dal gruppo di letterati che si trovavano presso la corte di Jerone.
Eschilo esordì con le sue Tragedie nel V sec. a.C. e conseguì la 1° vittoria nel 484 a.C.
Le date di rappresentazione delle Tragedie di Eschilo ci derivano dalla tradizione manoscritta
(i ‘codici’ e la ‘Suda’ – vedi infra) e l’ordine in cui ci sono pervenute le opere ce lo tramanda il ‘Codex Medicaeus’:
1) “Persiani” anno di rappresentazione: 472 a.C.
2) “Prometeo Incatenato” anno di rrappresentazione: anni ’60 del V sec. a.C.
3) “Sette contro Tebe” anno di rappresentazione: 467 a.C.
4) “Orestea” anno di rappresentazione: 458 a.C.
5) “Supplici” anno di rappresentazione: 463 a.C.
Note per la Tragedia “Supplici”.
La Tragedia “Supplici” fa parte della tetralogia: “Supplici – Egizi – Danaidi” + Dramma satiresco “Amimone”.
Per quanto riguarda la raffigurazione scenica, la troviamo situata nell’ orchestra, dove si vede un
“pàgos – colle”, il quale si intende posto vicino ad Argo e sopra il quale si trovano statue di divinità, intorno a cui si rifugeranno le “Supplici/Danaidi”, quando saranno raggiunte dai promessi sposi, gli Egizi, dai quali sono fuggite.
Di questa Tragedia si hanno notizie recenti riguardo alla data.
In essa ci sono alcuni tratti apparentemente arcaici che la avevano fatta considerare il testo più antico scritto da Eschilo. Infatti, in questa Tragedia, troviamo la configurazione tipica del dramma, nella sua prima esistenza: dialogo fra 1 attore ed il Coro. Per questo, il dramma fu attribuito al “primo Eschilo”.
Ma da un papiro di Ossirinco, ritrovato nel 1952, appare che, verosimilmente, la trilogia con le “Danaidi”, fu rappresentata da Eschilo, in gara con Sofocle nel 463 a.C., quando questi sconfisse il collega. Quindi la data colloca l’opera negli anni ’60 e ciò la fa diventare non una delle prime Tragedie di Eschilo, ma una delle ultime!, e precisamente la penultima, quella cioè, prima dell’Oresta.
* I ‘Misteri’ erano culti segreti, nei quali avevano grande importanza le idee mistiche. Per accedervi bisognava superare un’iniziazione. Si pensa che gli ‘Antichi Misteri’ risalgano ad una religione ‘irrazionale’ pre-greca, che sopravvisse sotto forma di società segrete. Gli dèi connessi ai ‘Misteri’ erano Demètra e Diòniso. I Misteri Eleusini sono i più famosi e conosciuti nel mondo antico. In origine era un culto agricolo sorto in età micenea, fatto in occasione della semina. Dopo l’unione di Eleusi con Atene, avvenuta prima del 600 a.C., lo Stato Ateniese assunse il controllo dei Misteri. I riti principali sono sconosciuti. Il ratto di Kore-Persefone da parte di Plutone è il tema centrale dell’inno omerico; si è pensato che esso fosse rappresentato nei Misteri, insieme con la restituzione di Kore a Demetra.
Come si è detto, dunque, ogni Tragedia faceva parte di una ‘tetralogia’, formata da 3 Tragedie + 1 Dramma Satiresco. Ecco di seguito quello che abbiamo potuto ricostruire con bastante sicurezza.
PERSIANI. Tragedia rappresentata nel 472 a.C. Fa parte della tetralogia:
“Fineo – Persiani – Glauco Potnio” + Dramma Satiresco: “Prometeo”.
Per questa Tragedia abbiamo l’allestimento scenico nell’orchestra, che normalmente è destinata alle evoluzioni del Coro. Troviamo da una parte lo “stègos – casa”, o meglio la facciata della casa dove si riunivano i nobili Persiani. Da un’altra parte vi è il tumulo/tomba di Dario.
Fra lo “stègos” ed il “tumulo” rimaneva un ampio spazio scenico all’aperto, destinato al Coro e agli attori.
PER LA CONFIGURAZIONE SCENICA DELLE TRAGEDIE DI ESCHILO, VEDI INFRA.
PROMETEO. Tragedia rappresentata negli anni ’60 del V sec. a.C. Fa parte della tetralogia:
“Prometeo Incatenato – Prometeo Liberato – Prometeo Portatore di fuoco”, ma di quest’ultima non sappiamo se sia la 3° Tragedia, oppure il Dramma Satiresco.
Anche qui l’ambientazione è fatta nell’orchestra, dove vediamo un ‘pàgos – colle’ situato nella Scizia (Russia Meridionale – Ucraìna). Promèteo è inchiodato e quasi crocifisso alla roccia del “pàgos”.
SETTE CONTRO TEBE. Tragedia rappresentata nel 467 a.C. Fa parte della tetralogia:
“Laio – Èdipo Re – Sette contro Tebe” + Dramma Satiresco: “Sfinge”.
In questa Tragedia, lo spazio dell’ orchestra è così allestito.
Lo spiazo stesso rappresenta l’Acropoli di Tebe, la quale è di per sé rialzata, ma non lo è nella finzione scenica, dove gli spettatori la vedono dall’alto della cavea (vedi infra). Vi è anche un punto dove compaiono statue.
ORESTEA. Questa tragedia è rappresentata nel 458 a.C. Fa parte della tetralogia:
“Agamennone – Coefore – Eumenidi” + Dramma Satiresco: “Proteo”.
Per le 3 Tragedie abbiamo 3 ambienti diversi all’interno dell’ orchestra.
Per l’ AGAMENNONE, abbiamo la facciata della casa di Agamennone e Clitemnestra ad Argo. Questa presenta 2 porte; 1 principale; 1 secondaria: la seconda è l’ingresso della parte femminile.
Per le COEFORE, abbiamo la stessa facciata della casa ad Argo, e in più un elemento nuovo: il tumulo(tomba) di Agamennone, dove i due fratelli, Elettra e Oreste, eseguono preghiere per il padre.
Per le EUMENIDI, abbiamo 3 momenti e 3 rappresentazioni sceniche:
1) Prima siamo a Delfi all’interno del santuario di Apollo e appare sulla scena l’ onfalòs – altare, che è una pietra molto grande dove si rifugia Oreste inseguito dalle Erinni. Tutto intorno c’è il Coro formato appunto dalle Furie.
2) Poi si torna nuovamente ad Atene e ci troviamo sull’Acropoli, dove figura la brètas – antica statua di Atena.
3) nel 3° momento ci troviamo dentro l’Areopago sull’Acropoli di Atene. È stato tolto dalla scena quello che rappresentava a Delfi l’ onfalòs e ad Atene la brètas e sono rimasti a semicerchio i seggi occupati dal Coro, che adesso impersonifica i vecchi dell’Areopago.
A proposito di questa tragedia chiamata “Eumenidi”, sappiamo con certezza che essa non fu chiamata così da Eschilo, ma tale nome le fu dato successivamente in età tarda. Non sappiamo come la avesse chiamata Eschilo. Ma certo, dal momento che le Tragedie prendono, quasi sempre nome dal Coro, o da un personaggio che in esse figura, non l’ebbe chiamata “Eumenidi”, perché il Coro, per tutta il dramma rappresenta le Erinni, che solo all’ultimissimo istante diventano benevole per intercessione di atena.
Breve riassunto delle 7 tragedie.
PERSIANI. È la storia della sfortunata spedizione di serse contro la Grecia (480 a.C. 2° Guerra Punica), osservata nei suoi effetti, in casa del nemico a Susa.
I vecchi consiglieri del re sono ansiosi riguardo al destino toccato alle armate di Serse. Atossa, vedova di Dario, e madre di Serse, esce dalla reggia per consigliarsi con i vecchi, in quanto è turbata da un sogno che ha fatto e da un sinistro prodigio che ha visto.
Giunge un messaggero ad annunziare la sconfitta della flotta persiana a Salamina (480 a.C.).
A questo punto, evocata, appare l’ombra di Dario, dalla quale i Persiani apprendono che i mali per loro non sono finiti e altre sconfitte attendono le armate in Beozia e a Platea. L’ombra di Dario esorta i Persiani a non combattere più contro i Greci ed a riportare Serse alla ragione, poiché suo figlio ha peccato di ‘ύβρις – ùbris – “orgoglio/tracotanza” e questo molto dispiace agli dèi.
Scompare l’ombra di Dario.
Giunge Serse disfatto e si lamenta insieme al Coro di tutti i morti che ci sono stati ed esterna ai coreuti il suo dolore.
PROMETEO. Assistiamo all’inchiodamento di Prometeo ad una rupe, nella Scizia (Russia meridionale – Ucraìna). Egli è punito da Zeus, perché ha rubato il fuoco agli dèi e lo ha donato agli uomini. Prometeo è confortato dal Coro formato dalle Oceanine, alle quali il dio racconterà gli avvenimenti che hanno deciso la sua sorte. Giunge Oceano, padre delle Oceanine, e tenta invano di riconciliare Prometeo e Zeus.
Giunge Iò, in forma di vacca e in preda al delirio. Ad essa Prometeo presagisce la fine del suo errare sotto forrma di vacca.
Giunge Hermes. Egli vuole carpire a Prometeo il segreto di quelle nozze che, se compiute, porterebbero alla detronizzazione di Zeus. Prometeo non si piega alla richiesta e viene sprofondato nelle viscere della terra insieme con le Oceanine.
SETTE CONTRO TEBE. Eteòcle, re di Tebe e figlio di Èdipo, si prepara a ricevere l’assalto alla città condotto alle sue sette porte da sette valorosi, fra i quali figura anche suo fratello Polinìce.
Polinìce si vuole vendicare, perché è stato privato da Eteòcle del diritto al regno, ed è stato anche bandito dalla città. Le donne del Coro si disperano per l’imminente rovina. Eteòcle cerca di tenerle calme. Un messaggero informa il Re riguardo ai 7 capi nemici. A ciascuno di essi Eteòcle oppone un guerriero tebano adatto. A se stesso riserva lo scontro con il fratello Polinìce.
La maledizione che Èdipo aveva imposto su i due figli, colpevoli di averlo mal trattato da vecchio, adesso si avvera. Infatti un nunzio riferisce che i due fratelli si sono uccisi a vicenda.
Vengono portati in scena i cadaveri.
Su di essi il Coro intona il canto funebre, mentre Ismene e Antigone, piangono i fratelli morti.
I magistrati di Tebe ordinano che Eteòcle venga sepolto e che Polinìce venga gettato ai cani.
ORESTEA (trilogia: Agamennone – Coefore – Eumenidi)
AGAMENNONE. Dall’alto della reggia di Argo una vedetta avvista i fuochi che segnalano la caduta di Troia. La vedetta corre ad avvisare la regina Clitennestra.
Così si ‘apre’ l’ ‘Agamennone’.
Clitennestra, moglie di Agamennone e madre di Ifigenìa, dà la notizia al Coro, il quale è sempre oppresso dal ricordo di Agamennone, che, per propiziarsi gli dèi, nella spedizione a Troia, aveva sacrificato ad essi la figlia Ifigenìa.
In realtà, proprio per questo motivo, Clitennestra, insieme al suo amante Egisto, si appresta ad assassinare Agamennone, al suo ritorno.
Agamennone arriva su un cocchio, portando da Troia, come propria concubina, Cassandra, sacerdotessa di Apollo e figlia del defunto Priamo, re di Ilio.
Per 3 volte Cassandra, non creduta, vaticina ciò che sta per succedere nella reggia.
[Cassandra vaticinava il futuro, ma non era mai creduta. ciò perché la donna una volta si era rifiutata al dio Apollo che la concupiva. Il dio, respinto, maledisse Cassandra con questo destino: vaticinare il vero, ma non essere mai creduta.]
Il Coro piange il re ucciso e rinfaccia alla regina il suo crimine.
Giunge Egisto che si dichiara ‘nuovo signore della citta’. Il Coro impugna le armi contro di lui, ma Clitennestra impedisce lo scontro.
il Coro invoca Oreste, figlio di Agamennone e Clitennestra.
COEFORE.[* χοηφόρος – khoefòros “portatore di libagioni.] Oreste è rientrato di nascosto ad Argo, dall’esilio, insieme all’amico Pilade. Oreste era stato esiliato da Egisto e Clitennestra, perché non fosse loro di ostacolo nel condurre i propri piani di vendetta. Oreste è nascosto e vede delle fanciulle che vanno al sepolcro di Agamennone. Sono le prigioniere troiane, che portano libagioni.Esse sosno state mandate da Clitennestra
(ed insieme a loro c’è anche la sorella diOreste, Elettra), perché è atterrita da un incubo notturno. Clitennestra ha mandato dunque le Coefore con doni, per placare il morto Agamennone. La giovane Elettra, impreca contro gli assassini di suo padre. All’improvviso, essa vede un ricciolo sulla tomba di suo padre e subito pensa a suo fratello Oreste, il quale adesso esce allo scoperto e si fa riconoscere da lei solamente.
Fratello e sorella si spronano vicendevolmente alla vendetta; il Coro partecipa con loro.
Oreste, sotto mentite spoglie, si presenta alla madre Clitennestra, alla quale racconta che suo figlio Oreste è morto. Egisto raggiunge il mendicante (Oreste) per avere ulteriori informazioni, ma si sente un grido che indica la sua morte. Clitennestra accorre subito e si trova davanti suo figlio Oreste che tiene in pugno la spada con la quale ha appena ucciso Egisto. A questo punto c’è un’esitazione da parte di Oreste per quanto riguarda la sorte della madre, ma Pilade lo esorta ad ucciderla.
Oreste mostra al Coro i due cadaveri e all’improvviso è preso dall’orrore del commesso matricidio.
Già gli appaiono le Erinni*, e Oreste, disperato si dà alla fuga.
[* le Erinni sono le Furie. divinità infernali specificatamente preposte a perseguitare coloro che si erano macchiati di delitti di consanguinei. Esse perseguitavano la vittima fino a farla impazzire.]
EUMENIDI.
[Come le “Coefore”, anche questa tragedia prende il nome dai personaggi del Coro; solo che in questo caso i personaggi del Coro sono le Erinni. Il nome“Eumenidi”, infatti, non fu dato da Eschilo (il quale non sappiamo come avesse veramente chiamato la Tragedia), ma dalla ‘Tradizione Manoscritta’, perché, alla fine della Tragedia, da cattive che sono, le Erinni, diventano ‘buone’, cioè, appunto, ‘Eumenidi’]
Si apre la Tragedia con le Erinni - il Coro – che dormono, accucciate come cani, intorno ad Oreste, che si trova, supplice, presso l’Oracolo di Apollo a Delfi.
Apollo si mostra all’omicida; lo rassicura e gli dice di andare ad Atene, sotto la scorta del dio Hèrmes; poi scaccia dalla sua dimora le immonde Erinni.
Adesso Oreste si trova nel tempio di Atena sull’Acropoli di Atene, presso l’antica statua della dea: la βρέτας – brètas. L’omicida implora la dea che lo aiuti, mentre le Erinni lo hanno nuovamente raggiunto e stanno per lanciarsi su di lui. Appare Pallade Atena, la dea, che convince le Erinni a rimettere ogni decisione all’Areopago, il Tribunale degli Ateniesi, preposto ai fatti di sangue.
[Si ricordi che con le riforme di Efialte e Pericle nel 462 a.C. – l’ ”Orestea” è del 458°.C. –
all’ Areopago, composto dai nobili, erano stati tolti tutti i poteri politico-giuridici, per porli nelle mani del popolo, mentre all’Areopago rimanevano solo i fatti di sangue.]
Dinanzi ai giudici le Erinni sono le accusatrici, mentre Apollo è il testimone-difensore. Alla fine, con il voto di Atena a favore di Oreste, si ha parità di voti che equivale all’assoluzione. A questo punto le Erinni, infuriate, minacciano l’Attica con ogni sorta di male, ma Pallade Atena le placa, promettendo loro onore eterno nella città di Atene. Una processione, quindi, scorta le Erinni nell’antro dove saranno venerate come dèe dispensatrici di prosperità. In questo senso, e da ultimo, le Erinni da cattive, diventano buone, ma non si può certo, con questo ‘poco’ giustificare il titolo.
SUPPLICI. Arrivano su un poggio sacro vicino ad Argo le 50 figlie di Danao, le quali sono fuggite dall’Egitto, per evitare il matrimonio con i loro cugini. Il re di Argo, Pelasgo, vorrebbe accogliere le fanciulle, che chiedono protezione in città, ma esita per paura delle possibili ritorsioni degli Egizi. Sotto la minaccia di un suicidio di massa, che le giovani promettono, e il quale contaminerebbe il recinto sacro presso cui si trovano, il re è costretto a portare la questione davanti al popolo. Esso concederà alle giovani diritto di asilo. Gli Egizi, intanto sbarcano per riprendere le promesse spose fuggite, ma sono respinti da re Pelasgo e dalle sue armate. È l’inizio di una guerra che si profila atroce. le Danaidi (le 50 figlie di Danao) si avviano verso Argo inneggiando al proprio trionfo sui maschi.
LIRICI GRECI. VII – VI SEC. A.C.
INQUADRAMENTO STORICO
750 – 550 a.C. Si ha un’espansione ad Occidente da parte della Grecia, la quale è premuta dall’avanzata degli Assiri(1). Ci sono due tipi di colonie.
a) emporii commerciali e
b) colonie agricole
le quali si trovano tutte nel Mediterraneo Occidentale che è sbarrato da Qart Hadasht (Cartagine).
In questo periodo si sviluppa fortemente il commercio.
650 a.C. Le famiglie che detengono da tempo indefinito il potere per la loro nobiltà di stirpe, sono adesso soppiantate dalle grandi famiglie di mercanti delle città della Ionia.
Il popolo acquista un influsso crescente.
546 a.C. Dominio persiano. La capitale è Sardi.
A questo punto si ha l’espansione del commercio in Asia Minore.
Troviamo una grande novità, che è quella della moneta coniata e grazie ad essa si passa da un’economia fondata sul baratto, ad un’economia monetaria.
Si sviluppa moltissimo il traffico di schiavi.
740 a.C. Iniziano le guerre messeniche che vengono debellate da Sparta.
550 a.C. Fondazione della Lega peloponnesiaca con a capo Sparta.
Sparta era sorta come semplice agglomerato intorno al 900 a.C.
700 a.C. Si ha la Costituzione di Sparta redatta, secondo la leggenda, da Licurgo.
Si hanno 2 re – Consiglio degli Anziani – Assemblea popolare.
Gli Spartiati sono riuniti in 3 tribù e vivono in comunità di soli uomini.
Dai 14 ai 20 anni sono educati dallo Stato.
Dai 20 ai 30 anni vivono nella Comunità dei Guerrieri.
Gli uomini anziani prendono i pasti insieme.
BASE ECONOMICA
A sparta troviamo la suddivisione della terra in lotti inalienabili ed ereditari.
Sono coltivati dagli Iloti (servi della terra), i quali hanno l’obbligo di consegnare metà del raccolto; essi sono sorvegliati da reparti segreti di Spartiati.
I PERIECI ( alla lettera, ‘ abitanti dei d’intorni’).
Essi hanno diritti civili, ma non possono prendere parte all’Assemblea Popolare. Non sono educati dallo Stato, ma sono obbligati a prestare servizio militare.
(1) Sargon 722 a.C.
Sennacherib 704 a.C.
Asharaddon 680 a.C. etc.
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