DISCORSI INTORNO AGLI ENIGMI (DELLA VITA)

di Cristina Tarabella


PARTE PRIMA

Premessa.

Io sono l’ultimo rimasto.
Per parlare di ciò che avvenne e  come fu.
I miei compagni si sono tutti dispersi nel mondo, ed io non li conosco più.
Molti hanno persino dimenticato ogni insegnamento che ricevemmo.
E, mi dicono voci di passaggio, essi vivono ormai per accumulare beni materiali.
Denaro…
Fama…
I nostri Maestri sono scomparsi.
Al loro posto non é più giunto nessuno.
Io sono l’ultimo.
Ma non ho più discepoli disposti ad imparare la vita.
Per questo mi accingo a raccontare la storia di quello che fu.
… Dei miei primi anni.
Allora vi erano Maestri e noi discepoli eravamo numerosi: felici di apprendere.
Quello che narrerò, dunque, sarà l’ultimo documento a ricordo di quei tempi.
E poi tutto se ne fuggirà nell’oblio, portando con sé anche le mie stanche membra.
Skỳatos; l’Ultimo Maestro.
Qui ha inizio la narrazione della vita di Skỳatos, che, dopo essere stato per lunghi anni discepolo, divenne a sua volta un Maestro.

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Mi era concesso fare domande, ma dovevo meditarle attentamente.
Erano giorni che cercavo di formulare al mio Maestro, il problema che mi assillava.
Ma non trovavo termini adatti per esprimere l’abisso di perplessità che si era aperto in me.
Mal tollerato era porre domande vuote, ma ancor più grave era non porle affatto, poiché, questo, era l’insegnamento: solo chi domanda è alla ricerca della verità e della saggezza.
Mi mossi titubante, là dove il Maestro sedeva in attesa.
Nella sua immobilità era come l’aria circostante, e in essa si confondeva.
Così, come un alito non stormiva le fronde, anche sul suo volto non aleggiavano sensazioni, né espressioni o pensieri.
I suoi occhi non frugavano il vuoto, più tosto lo riflettevano: erano fissi nel nulla e trasparivano loro stessi.
I miei goffi passi non lo distolsero dal suo immenso silenzio interiore pieno di infinite saggezze.
Ma adesso io stavo andando lì, davanti a lui e dovevo assolutamente trovare qualcosa di saggio da dire.
Un fremito di esitazione mi smorzò l’incedere e l’impercettibile dissenso del Maestro sferzò violentemente la mia anima, facendomi barcollare più vicino.
Il Maestro ora ascoltava la mia presenza, rendendo più greve il silenzio.
Nessun incoraggiamento sarebbe uscito dalla sua voce.
Dovevo parlare.
Affondarono le mie parole, come nell’acqua che risucchia veloce il corpo dopo il tuffo.
“Maestro, per quale fine viviamo?” Trattenni il respiro, come il nuotatore che aspetta di riconquistare la superficie vitale.
Il suo volto non ebbe fremiti; solo mi parve di vedere i suoi occhi intristirsi un poco dietro la luce opaca che li rifletteva. La sua voce mi raggiunse, ed io respirai di nuovo.
“Qualche sprovveduto potrebbe risponderti che il fine della vita è la morte. Ma ben più ampia è la risposta alla tua domanda.
È ampia quanto la tua capacità di pensare.
Fin tanto che tu vivrai, potrai dare infinite mète alla tua esistenza ed infinite risposte.
La morte è una tappa del ciclo vitale, il quale è posto al disopra di ogni umana comprensione.
Poiché la vita pertiene agli esseri viventi, essi ne fanno ciò che vogliono e le danno fini e mète quali arbitrariamente e soggettivamente scelgono nel tempo.”
Senza nemmeno pensare, feci un’altra domanda e lui ancora mi rispose.
“Tu mi chiedi come fanno gli animali a scegliere le loro mète, egli disse, giacché essi sono governati dall’uomo. Ma tu sai che non esistono solamente gli animali che aiutano l’uomo nel suo lavoro, bensì anche le fiere che regnano indomite nei luoghi selvaggi. Ebbene, esse sono libere di scegliere, e un tempo anche gli animali domestici non avevano padroni…
Inoltre, puoi ben renderti conto, Skỳatos, che tutto ciò che è vivente, ha davanti a sé delle mète, in quanto soggiace all’incorruttibile Scettro del Tempo, che induce ogni cosa ad agire e reagire…
…E questo moto, non potremmo noi definirlo ‘un fine’?”
La risposta alle mie domande fu peggiore dell’abisso stesso in cui mi ero trovato fino a quel momento. Sentivo, infatti, le parole del Maestro aliene alla mia realtà; aliene al quotidiano; al contingente, dove io e tutti noi viviamo e nel quale abbiamo bisogno di verità tangibili e ben determinate.
Il Maestro, appesantito nell’anima dalla grevità infinita delle sue riflessioni, sedeva quasi tutto il giorno in mezzo ad un boschetto di fruscianti betulle dorate, e qui, seguiva la luce nella sua eterna evoluzione.
Io, invece, ero divorato dalla frenesia delle membra, e avrei voluto correre lungo i sentieri, giù dal dirupo fino al mare… Ma non era consono, poiché, mi aveva ammonito il Maestro, quando una persona corre, significa che ha dentro qualcosa da cui vorrebbe fuggire; per questo dunque deve fermarsi ad analizzare se stesso.
A me, adesso, non sembrava di avere dei tormenti dai quali volessi fuggire, tuttavia, se riflettevo, mi veniva in mente che quando avevo voglia di correre, di solito era perché mi era capitato qualcosa: o avevo ricevuto un biasimo; oppure non avevo capito una risposta del Maestro. Oppure ero semplicemente pieno di tristezza.
Quindi mi allontanai sul sentiero a passo forzatamente lento, con la speranza che il Maestro, vedendomi, provasse per me un pensiero compiaciuto.
Dopo poco gli alberi mi rubarono allo sguardo l’immobile figura di lui, o forse, egli si confondeva, ormai simile ad essi, fra gli esili tronchi.
Cominciai a riflettere.
Mi sovvenne che la mia domanda non poteva avere una sola risposta, ma infinite, come aveva detto il Maestro; come infiniti sono gli attimi che noi rubiamo alla Morte.
In quel dolcissimo tepore che sapeva di agavi fiorite, il mio pensiero venne cullato e trascinato insieme ai virideggianti fili d’erba che il vento faceva parlare, mentre, come pennellate d’oro, date da un dio nascosto, il ginestrone macchiava di sé i poggi solatii.
Pensai allora come sublime fosse ogni attimo; perché mai, mai!, ne sarebbe venuto uno uguale ad uno trascorso!
Mi persi così nel paesaggio circostante, confondendomi fra i mille, infiniti, invisibili granelli di polline che il tepore alato trasportava lontano….
All’improvviso, come se un lampo fosse scoppiato nell’etere sereno, un brivido mi scosse.
Ogni rumore, ogni immagine, era lo stillicidio del tempo; millenaria stalattite che gocciava impassibile a formare il suo eterno pinnacolo…
Pensai di aver trovato, improvvisa, la risposta alla mia domanda: il nostro fine è combattere il tempo!
Ma fui preso subito da chiaro sconforto, che mi gettò in pasto ad interrogativi ancora più mostruosi ed abissali. Chi, o Che Cosa, aveva creato il Tempo?
E in definitiva, cosa mai era il Tempo?

        Corsi dal mio Maestro con l’affanno di un cucciolo spaventato. Bramavo rifugiarmi nella bonaccia della sua quieta voce, dove nessun turbamento poteva far breccia.
Con la vetustà che lo rendeva greve nelle membra, alzando piano una mano, sfiorò il mio capo in disordine, quasi a voler rassettare le mie angosce, lisciandomi i riccioli ribelli.
E dal suo tocco linfa scivolò a placare i miei affanni.
“Piccolo Skỳatos. Tremi e ti abbandoni disordinatamente alla corsa.
Segno di un turbamento che ti opprime…”
Sì, era vero. Correvo.
Correvo per cercare di fuggire dallo scivoloso cratere di un abisso, che tuttavia, lo sentivo!, era in me.
Posi la domanda.
“Maestro. Cosa è mai il Tempo?”
L’affanno ancora mi troncava le parole in gola.
I pori della mia pelle stillavano disperazione assieme al sudore della lunga fuga.
Il Maestro sembrò sorridermi in quella lunga fissità e le rughe del suo volto si schiarirono un poco.
Forse comprendeva la mia ansia?
Forse in un tempo lontano e quasi inimmaginabile della sua fanciullezza, anch’egli aveva sofferto affanni?
Adesso mi rispose con la tranquillità dei saggi, in una lingua per me ancora troppo oscura.
“Il Tempo è ciò che si contrappone alla Stasi.
La Staticità è Morte; il Tempo è Vita.
Quando è cominciata la Vita, è cominciato il Tempo e viceversa…
Entrambi sono una cosa; entrambi esistono e per loro stessa accezione, si contrappongono all’Eterno.
La Materia è tale in quanto presuppone come condizione innata e ingenerata, il Tempo.
Il Tempo è la scansione della Morte; dell’Eterno; della Stasi: a tutto ciò si contrappone, e tutto ciò determina.
Tutto quello che conosci è Tempo.”
        Io avevo confusamente afferrato un paio di sintagmi dalle sue parole, ma intanto la pace
dell’anima si era magicamente trasfusa, attraverso il canto della sua voce, in me.
Adesso non ansimavo più e mi tenevo ben eretto davanti all’amato volto, guardando in quegli occhi che vedevano ormai solo se stessi…
Quando mai sarei potuto diventare come lui?, mi domandavo con la tristezza nel cuore. Mi sembrava impossibile, infatti, poter raggiungere la calma saggezza del Maestro.
Mi abbandonai con la tunica scomposta accanto ai suoi piedi e, in preda ad un gran bisogno d’amore, poggiai il capo sulle sue ginocchia; speravo che nuovamente mi toccasse con la sua tiepida mano…
“Skỳatos; sei ancora un fanciullo, ma non temere: io ti guiderò nella vita.”
Mi commossi teneramente e fui felice di essere lì, nella mia imperfezione che mi concedeva le parole amorevoli del Maestro.
Sentii di amarlo profondamente. E per ascoltare di nuovo la cara voce gli posi un’altra domanda.
“Maestro; cosa significa ‘amare’?, tu ami?”


Mi guardò come si guarda l’infans-nèpios*: ‘colui che non sa parlare, perché non è ancora maturo’…
“Quanta parte ha l’Amore nell’Universo, tu, fanciullo, lo comprenderai con il tempo.
L’Amore ha vari gradi ed è definito per aspetti e figure cui l’uomo si riferisce.
Ma l’Amore è, in ultimo e in sintesi, il metasignificato dell’essere umano nel suo esistere; nella forma in cui esso si trova.
L’Amore non è soltanto un sentimento, come tanti a torto ritengono; esso è sopra tutto l’intimo e indispensabile motore di ognuno: è ciò che determina tutte le nostre facoltà.” Fece una piccola pausa, poi poggiò lo sguardo su di me.
Pensai di avere intuito un poco.
“Dunque, Maestro, il fine per cui viviamo è amare…”
Ma sarebbe stato troppo semplice aver trovato così facilmente una risposta.
E infatti il Maestro allargò su di me un sorriso dicendo: “Skỳatos, ascolta le mie parole con orecchio più attento. Ti ho detto che l’Amore è motore, e ciò vuol dire che non può essere un fine per l’uomo, ma se mai la sua causa prima.


*Infans > ‘in’ = alfa privativo – per Rotazione Consonantica germanica da la semivocale  Indoeuropea ‘ạ’, che dà esito ‘a/in’ e ‘fans’ > da una radice *for/faris, attinente al linguaggio parlato. Quindi l’ ‘infans’ è il bambino piccolo, che non sa parlare e come tale è anche privo di intelligenza propriamente detta.
Arrossii per la mia stupidità ed abbassai la fronte sulle ginocchia.
Il Maestro, preso dalle sue riflessioni, continuava intanto a parlare, ma non più per me adesso; semplicemente aveva dimenticato di tacere la voce e parlare intimamente solo con l’anima sua.
“Amare significa dimenticare ogni meschino senso di grandezza e capire quanta poca cosa noi siamo nei confronti della Natura: la Grande Madre…Amare significa fondersi con Lei e per Lei e ottenere quella stupenda umiltà per capire che il Suo respiro è la nostra vita…Che le Sue creature sono la parte più perfetta di un Tutto di cui anche noi, misconoscenti e miserrimi, facciamo parte… - Faceva ogni tanto delle pause; per sottolineare quei pensieri, quelle assolute Verità che dispensava. – L’Amore sono gli alberi; i fiori; il mare; le tempeste. Il verde dell’erba ed il profumo dei frutti…Tutto ciò che ci circonda è Amore. Tutto ciò che non sia contaminato dall’Uomo, impuro ed empio, Figlio degenere: perché solo l’Uomo può concepire il male. Quel male fine a se stesso, sterile, che in Natura non esiste e non è mai esistito….
In Natura tutto è simbiosi. Niente impedisce, con il fine del proprio tornaconto, la libertà di altri esseri…
Nessuno ostacolo, esiste in Natura, solo per il semplice gusto di un dispetto maligno… Mai si concepì l’Odio in Natura; mai! L’Odio pertiene solo all’Uomo, perché l’Uomo è imperfetto…
Solo ed esclusivamente l’Amore ha dato vita alla Vita.”
Tacque.
Ora discese da quella stupenda contemplazione durante la quale, ne ero sicuro, era molto vicino alla Grande Madre e sentiva alitare nel vento il bacio di Lei, che sfiorava il suo candido pallore.
E infatti aveva il volto radioso e felice, come la luce che, intorno, ci avviluppava tiepida.
Si volse a me di nuovo.
“Tu Skỳatos, dovrai amare. Tu sei in tempo…sei ancora un fanciullo incontaminato dal Fuori e puoi purificare la tua anima: io ti aiuterò.”
Fui colto da imbarazzo e dissi:
“Maestro. Io amo già. Amo te…”
Lui allora guardò lontano.
“Skỳatos, il Vero Amore, quello che ti avvicina alla Grande Madre, quello che ti offre la Verità…quello, lo vivrai, quando sarà il momento. E quando ciò avverrà te ne accorgerai, credimi! Allora verrai da me per avere spiegazioni; per chiedermi consigli. Io ti aiuterò sempre nella Giusta Via.”
Allora non capivo a cosa si riferisse parlando di Amore, ma quando, trascorsi gli anni della fanciullezza, mi trasformai in uomo, allora sì: afferrai a pieno il significato delle sue parole.



PARTE SECONDA

Stavo avvicinandomi al compimento del mio diciottesimo anno di vita. Intanto, già da tempo, notavo nel mio corpo, notevoli e mirabili trasformazioni. Sentivo alitare da dentro il mio Essere incredibili fantasie…
Il torace mi si ricopriva di una fitta peluria bruna, che andava sempre più infoltendosi.
Le mie membra si ingrossavano dentro le vesti.
Istinti nuovi e richiami mai provati, sgorgavano dai miei desideri.
Spesso arrossivo, senza un motivo apparente e mi appartavo molto più volentieri di un tempo, per stare solo con me stesso, a fantasticare desuete situazioni…
Sapevo che per il compimento del diciottesimo anno della mia vita mi aspettava una grande cerimonia. Ma non sapevo affatto di cosa si trattasse.
Il Maestro, negli ultimi tempi, mi parlava di ‘possibili incontri con creature del sesso opposto al mio’…Diceva che forte è l’attrazione fra questi due Poli della Natura: l’Uomo e la Donna. Diceva che essi sono complementari l’Uno dell’Altra, e allo stesso tempo sono opposti nell’ambito naturale della Creazione…
Ed io non potevo far altro che provare una sbigottita e immensa meraviglia, di fronte a tutto ciò, anche perché, fino ad allora, avevo sempre vissuto a contatto con pochi compagni del mio stesso sesso e, sopra tutto, a strettissimo contatto con il mio Maestro…
Che novità, dunque, era mai quella?
Ma non osavo chiedere nulla.
Oltre a tutto, poi, non ero mai venuto in contatto con una donna!, così chiedevo febbrilmente e con ansia mal celata, come esse fossero: se differivano tanto da me; dal mio aspetto interiore; dai miei bisogni e volizioni; dalle mie abitudini…
L’unica donna, infatti, che avesse, sia pur fugacemente, attraversato la mia vita, era stata mia madre; la memoria della quale, però appariva immobile e diafana, nella compostezza della morte. Immagine di donna distesa fra drappi immacolati. Madre mia, ma silente e immemore presenza nell’incerta e tremolante luce di candelabri vaghi, che rilucevano sulla salma…
E quella fu l’unica volta che la vidi, mia madre. Infatti, ero stato affidato al maestro già molto prima che lei morisse, appena nato, si può dire. Per questo, necessariamente, non avevo il minimo ricordo, né di mia madre, né di nessun’altra donna.
E per questo ero in ansia, adesso.
Il mio Maestro cercò di creare un po’ di conforto.
“Skỳatos, ragazzo. Tu proverai sensazioni incredibili; bellissime; delle quali non riuscirai neppure ad esprimerne l’essenza, perché mancheranno le parole adatte, al tuo vocabolario; mancheranno termini di confronto…Tanto sublime sarà il Sentimento! Esso ti condurrà lontano, e coglierai, nell’Estasi, il Vero Senso della Vita: anche se solo per un attimo…”
Ero disorientato, ma sicuramente anche molto affascinato, da tutta questa enorme novità. Mi sembrava una favola bella e inquietante, e che, tutta via, non potesse riguardarmi…Tanto oscuro e lontano dal mio mondo era ciò che il Maestro andava narrandomi.

Venne il giorno del mio diciottesimo compleanno:
un’alba radiosa e piena di vita, mi trovò in preda alla più frenetica delle aspettative.
Attesi, tutta via.
Venne a prendermi nella mia stanza il Maestro. Mi stava vicino e mi sussurrava frasi rassicuranti, dicendo che non dovevo temere alcun ché. Avrei tanto voluto ubbidire le sue rassicuranti esortazioni, eppure, non ostante esse, lo sconforto mi stringeva le viscere e spandeva nel mio corpo vampate di un calore nefasto che giungeva ad infuocarmi il volto.
Fremevo come un bambino.

Cominciarono i preparativi.
Fui Portato nei Balnea* e spogliato completamente delle mie vesti.
Ristetti affatto nudo di fronte al Maestro, con un misto di pudore e vergogna…

*I Balnea sono luoghi dove si prende il bagno e dove ci si lava.
Il Maestro sedeva immobile.
Adesso gli addetti si industriavano intorno al mio corpo ed egli li guardava senza novità: ormai aduso a questi preliminari.
Tanti giovani aveva portato lì!
Fui altresì travolto da imbarazzo indicibile quando gli addetti iniziarono a detergere le mie pudenda…
Mentre la vastità di quei locali incombeva opprimente e immemore su di me…Mi sentivo mancare la forza nelle gambe, come se dovessi sorreggerlo io l’edificio, sulle mie spalle…
Tutta via, senza che mi venisse  minimamente risparmiato tutto quello sconforto, fui lavato accuratamente; acqua tiepida e profumi, raggiunsero ogni anfratto della mia pelle. Massaggiarono il mio corpo con unguenti balsamici, e sotto quelle mani esperte, le mie membra guizzavano e rilucevano: spropositatamente grandi…
Fino a quel momento, non avevo mai fatto caso con vera attenzione alla bellezza armonica del mio corpo. Gli esercizi ginnici cui il Maestro mi aveva sottoposto quotidianamente per tutti quegli anni, avevano sviluppato ogni sia pur piccolo muscolo, che, gentilmente, si era modellato e gradevolmente sviluppato…
Poi, dopo che mi ebbero vestito di una stupenda bianca tunica, il maestro congedò gli addetti e mi parlò.
“Skỳatos. Adesso rimarrai da solo e dovrai meditare lungamente sulla tua vita trascorsa.
Dopo ti sarà aperto l’accesso al Gineceo e ciò segnerà il tuo passaggio dallo stato di fanciullo, a quello di uomo.
Sarai tenuto a conoscere tutte le giovani donne che incontrerai e per sette giorni vivrai con loro…
A sera tornerai nella tua stanza, ma, nel frattempo, non dovrai cercarmi: dovrai altresì imparare ad agire con il tuo solo pensiero e con la tua responsabilità: non supportato dal mio appoggio…
Fra sette giorni, Skỳatos, ci ritroveremo qui.
Ave atque vale!*

Tutto successe così come aveva detto il Maestro. E dopo i primi momenti di disagio e imbarazzo, imparai a conoscere quelle creature, che sono in natura il Polo opposto al mio…

Cominciai ben presto a bearmi della loro compagnia; a sentire la mancanza della loro presenza durante le ore notturne, quando mi ritiravo in altri locali, solo nella mia stanza…Allora fantasticavo su quelle stupefacenti creature…Le immaginavo tra le mie braccia…le mie labbra sulla loro pelle di seta…
Ed ero trascinato dal  vortice di un calore intenso, che saliva dall’inguine…immagini straordinariamente audaci popolavano la mia mente…
*In latino ‘A rivederci e stai bene.’
Ne ero totalmente soggiogato!
Ma questa che sentivo, l’attrazione sfrontata e audace per queste creature, non osavo confessare.
Passavano le giornate; io con loro. I loro profumi mi inebriavano; la limpidezza delle loro membra faceva fremere il mio animo di sconcertato desiderio…se i veli delle loro vesti sfioravano una parte del mio corpo, lancinava da quel punto un brivido dolce e torturante, che mi scuoteva dal profondo…
Poco a poco, finii per prediligere la compagnia di un gruppo di loro sempre più ristretto. Le altre non si curarono più di me. Nel frattempo erano arrivati altri due giovani.
Venni a sapere che anche le fanciulle avevano avuto una cerimonia del Passaggio. Per loro, però, mi dissero, era variabile l’età in cui essa avveniva, e benché tutte concordassero sul fatto che coincideva con la loro maturazione fisica, non vollero mai dirmi cosa essa fosse.
Passavano le ore; e mentre prima, all’inizio, erano interminabili, adesso fluivano sempre più veloci verso la fine dei sette giorni…ma adesso, no!, non volevo che i sette giorni finissero! Quelle giornate erano state come il fiume che si avvicina alla cascata: da principio è lento e stanco, ma poi si fa sempre più impetuoso e inesorabile…così anche il mio tempo stava raggiungendo ormai la sua cascata, ed io non potevo fare nulla per fermarlo…Ero molto triste.
Un sentimento, per me affatto nuovo!, si affacciò al mio cuore: la rabbia di dover lasciare quelle creature; mi dilaniava la mente, le carni e l’anima…Non me ne facevo una ragione.
Sopra tutto mi disperavo enormemente all’idea di dover lasciare quella che per me era stata la prima amica; la più profondamente simile a me; colei che sentivo più vicina…
All’inizio, proprio lei mi aveva messo, più delle altre, a disagio: parlava spesso di cose molto profonde in modo talmente sicuro, che mai mi sarei azzardato – né io, né le altre! – a controbattere, o a mettere in dubbio ciò che diceva…
Era, nelle sue riflessioni, estremamente matura e decisa. All’inizio, dunque, mi sentii molto immaturo rispetto a lei, benché, per altro, in età la superassi di qualche anno…
E tutta via ben presto ci avvicinammo, scambiandoci lunghe ore di reciproche riflessioni: su di noi; sulla vita; su l’Universo tutto…
Mi inebriavo solo a sentire le sue parole: sincere, belle e rassicuranti; la sua voce, tenera e fresca, accresceva la gioia dell’ascolto…
Ma ora…
Disperazione!
Ora dovevo lasciare anche lei!



La cara Cleis, che le amiche chiamavano scherzosamente è philologhòs*, non senza una punta
di gelosa convinzione…
Intanto io ero triste e anche assai turbato.
Soffrivo molto.
Mi domandai dove fosse la giustizia, in tutto questo che mi stava capitando; perché il Maestro mi stava sottoponendo a questo supplizio inutile…
Si sviluppò sempre più quel sentimento così anomalo per me e mai prima sperimentato: rabbia! Rabbia contro il mio Maestro! La mente si ritrasse inorridita…

Ero in questo stato d’animo quando, scaduti inderogabilmente i sette giorni, tornai nei Balnea ad aspettare il Maestro; così come era stato stabilito…
Lo vidi avanzare lento, con le membra ormai oberate dal suo tempo…
La pelle sembrava un vestito divenuto troppo largo, per quel corpo minuto, risucchiato dagli anni; e ricadeva in rughe pesanti e antiche…
Per contro pensai alle dolci e fresche membra delle mie giovani amiche: al corpo rugiadoso di Cleis: pelle trasparente come il miele ambrato…
Un empito di disgusto mi soffocò la gola: provai disprezzo per la vecchiaia di quell’uomo…

* parola greca che significa ‘la filosofa’.

la vecchiaia, pensai, causa della corruzione di bellezza e freschezza…
Il maestro sicuramente già sapeva della mia rabbia, questo nuovo sentimento…perché sorrideva, ma senza ombra di scherno; se mai con inveterata comprensione…
“E dunque Skỳatos, cosa mi sai dire di te, adesso che hai compiuto questa esperienza?”
Non pensai neppure a quello che dissi, tanto la rabbia offuscava il mio raziocinio.
“Maestro, a che cosa è servito tutto questo se io non potrò più rivivere tale esperienza?”
Al mio esordio, forse atteso, forse no, il Maestro aggrottò la fronte in mille rughe infinite e mi ammonì.
“Ricorda bene ragazzo: chi risponde ad una domanda con un’altra domanda, dà semplicemente segno di grande confusione mentale e di profonda immaturità…Oppure di una grande rabbia che vorrebbe preludere ad uno scontro?...” Adesso sembrava prendersi gioco di me ed io arrossii, e non di vergogna, questa volta!; non abbassai il mio sguardo, tutta via; lo distolsi però dai suo occhi profondi e onniscienti, mentre le mascelle si serravano violentemente, mio malgrado.
Il mio Maestro mi irritava! Che assurdità convulsa! Non era mai successa una cosa del genere prima! Ma cosa mi era successo in quei sette giorni?
Cosa avevano fatto di me quelle creature? e al mio animo?, al mio cuore?...Adesso ero anche assai spaventato…
Il Maestro di tutto si avvide.
Io ero visibilmente confuso e riaffiorò veloce in me la timidezza del fanciullo…dimenticata in quei sette giorni…
Farfugliai stupito scuse banali, vacue all’ascolto di entrambi, ma il Maestro mi chetò che un tacito gesto della fronte.
Tacqui.
Mi invitò a sedermi.
Di nuovo pose la domanda, questa volta chiedendomi esplicitamente di porgere una risposta…
Io, però, non avevo affatto le idee chiare, così arrancai sull’argomentazione di una risposta che a me pareva un poco plausibile…
“Maestro. Sento che qualcosa in me è cambiato…”e arrossii nuovamente, perché di certo anche lui se ne era accorto, dato il mio inconsueto atteggiamento di poco prima! Allungai il collo per tirar fuori un altro fil di voce, ma non sapevo cosa lui volesse sentire…
“…Ho potuto confrontare nuovi modi di pensare…” E dissi ciò quasi in forma di domanda, come a chiedere se era ciò che volesse udire. Ma tacqui su tutte le emozioni che le fanciulle avevano suscitato in me; tacqui su Cleis…Eppure, in qualche modo, chi sa come!, sembrava che lui già sapesse, infatti mi sorprese molto ciò che disse.
“Non credo, Skỳatos, che tu riesca a celare ciò che vorresti!...Anche se con le parole non tradisci i tuoi segreti, si indovina da tutto te stesso, che mentre parli di arricchimento e di nuovi modi di pensiero, in realtà sono ben altre le cose che galoppano nella tua mente e nel tuo cuore…
Skỳatos, non mentire mai e sappi questo: un uomo, tutta la vita onesto, il quale alla fine dei suoi giorni dica anche una sola cosa falsa, se pur piccola e innocente, sarà detto mendace in assoluto…”
E tutta via io non volevo dirgli il mio segreto. Giacché l’unica consolazione che mi era rimasta, dopo l’addio a Cleis, era poterne accarezzare gelosamente almeno il ricordo: il suo profumo; le sue fresche membra…le vesti fruscianti…E non volevo condividere con nessuno l’intimità di quei momenti a me tanto cari…
Ma alla fine fui vinto dal bisogno di sfogare il mio rimpianto.
Fu così che raccontai tutto al Maestro, dipingendo con parole dorate il volto della fanciulla Cleis, tenera e irrinunciabile amica…
Lui sorrideva dolcemente.
“Skỳatos, la Natura è costituita da opposti che si toccano e si completano…Di poli negativi e positivi che si attraggono. Tutto in Lei è simbiosi e armonia. È l’Armonia, Skỳatos, l’Amore più alto. L’Amore è la Natura Generatrice…e noi ne possiamo fare parte…
Troppo spesso però, la stupidità insita nella schiatta umana, fa tralignare l’Uomo, che allora si perde inesorabilmente e per sempre…
Dopo, non c’è altro che la Morte ad attenderlo…
L’Armonia è il Tempo. L’Armonia è la Luce e l’Amore.
Tu sei puro, perché non hai avuto occasione di macchiare la tua anima. Anche Cleis è parimenti pura.
Tu e lei potrete vivere nella Luce ed amare nel Grembo della Natura…”
Io non comprendevo ancora bene tutte le parole che il Maestro diceva. La sua voce baluginava confusamente nel mio intelletto…Poi, all’improvviso, e per la prima volta nella vita, sentii il respiro della Natura alitare sul mio cuore.
Di nuovo, domande sensate affiorarono alle mie aride labbra.
“Maestro, cosa significa: gli opposti si toccano?, i poli positivi e negativi si attraggono?
Lui si abbandonò ad una posizione più comoda: segno che le sue risposte si sarebbero protratte a lungo…
Mi invitò a seguirlo con massima attenzione.
Lo fissai negli occhi, come ero solito fare con ogni mio interlocutore e solo ora ebbi di lui una rivelazione: anche il Maestro possedeva, nel fondo del suo sguardo, una luce calda e reale, riflesso certo di un’anima greve di sentimenti, paure, felicità…
Rimasi a contemplare la nuova realtà, giacente nel fondo del suo sguardo. Lui così mi rispose.
“Tanti sono gli estremi che si toccano: l’uomo e la donna; l’Uomo e la Natura; il corpo e la mente; la vita e la morte…
Ma ciò di cui questa volta ti parlerò sono i due estremi Uomo – Donna.
Sappi, Skỳatos, che uomo e donna sono entrambi frutto della Natura e da essa sono parimenti amati; così godono in egual misura dei diritti loro concessi dalla Grande Madre.
Blasfemia, ritenere l’uno diverso dall’altra!, poiché la Natura, che è sublime creatrice, ha generato la realtà infinitamente varia; e mai avrebbe plasmato un essere in tutto uguale ad un altro, perché, in quel caso, avrebbe prodotto la Stasi…
L’uomo e la donna, dunque, sono due frutti dissimili dello stesso ramo. Essi sono dotati di capacità stupende, come l’amore; la parola; il pensiero; il raziocinio e l’intelletto. Doni di cui gli altri Figli della Madre non abbondano, benché non ne siano del tutto privi…
Ma torniamo alla dissimilianza fra uomo e donna.
Innanzi tutto, Skỳatos, come visibilmente due pomi possono differire in forma e colore nella scorza che li riveste, così anche uomo e donna differiscono tra loro per il sembiante dei loro corpi.
Tu non hai ancora mai visto il corpo di una donna privo di vesti…pur tutta via, già nel vedere le fanciulle che hai incontrato, ti sarai accorto di qualche diversità, rispetto a te…
E quando avverrà, perché avverrà!, che tu veda il corpo di una donna privo di vesti, – miracolo assoluto dell’Armonica congiunzione dell’Equilibrio estetico della Natura! – ebbene, quando ciò avverrà, non stupirti per la diversità di ciò che non conosci, ma ammira quelle forme dinamicamente perfette, modellate dalla vigoria di un Canto Sublime, che è il Motore stesso della Madre…
In più ricorda. Anche la donna della quale ti sarà dato vedere le membra, e con la quale condividerai la conoscenza più straordinaria del reciproco ‘essere in Natura’, anche per lei sarà la prima volta di tale esperienza. E, come te, proverà alternanza fra imbarazzo e gioia, pudore e meraviglia…
E così, come diverso è il sapore di due frutti dello stesso tronco, anche l’animo dell’uomo è diverso da quello della donna…mirabile distinzione da un’omogeneità, che sarebbe unità senza movimento!…
E tutto questo, - prodotto straordinariamente perfetto! - non risponde a Leggi fisse, ma varia; muta infinitamente, donando ad ogni essere umano una specificità peculiare, pur mantenendo in lui le caratteristiche che lo accomunano alla sua razza di appartenenza; quella Umana. Così per ogni altro essere: animale o vegetale; mobile o immobile; tutto cambia; tutto è diverso. Non c’è qualcosa uguale…Tutto è straordinariamente cangiante e poliedrico, pure permanendo nelle caratteristiche paniche della sua classe…
…Non troverai mai un uomo, uguale ad un altro uomo: una donna uguale ad un’altra donna; un sasso; un fiore; una nuvola; una montagna… niente! Perché la Natura è Movimento infinito e vitale…”
Ascoltavo affascinato, sia le parole del maestro, sia i pensieri che mi nascevano nell’animo, suscitati da quelle parole; e mi portavano lontano…a toccare verità mai supposte; mondi mai conosciuti…
Il Maestro continuò.
“Per tutto quello che ti ho appena esposto, ti dico anche che Uomo e Donna sono due estremi che si toccano; perché, grazie all’Amore, possono coincidere e sviluppare la vita…
…Pur tutta via, queste, Skỳatos, sono soltanto parole; e le parole volano nel vento…
Ciò che conta, invece, è l’esperienza: unico e vero insegnamento nella nostra vita.”
Si era alzato ed io lo seguii meccanicamente, tanto ero avvinghiato e ghermito dalle sue parole. Mentre si dipingeva nel mio animo il sogno di quelle sublimi esperienze prospettatami dal Maestro…Si andava formando nel mio cuore una bellissima visione del futuro, la quale mi induceva a produrre pensieri sempre più straordinari e nuovi…
Mi riscosse la voce di lui, adesso divenuta formale e senza più ombra di un trasporto emotivo.
“Adesso, Skỳatos, sarai invitato a rimanere solo con te stesso, per altri sette giorni, durante i quali potrai capire con maggior esattezza la portata dei tuoi desideri…
Dopo questo periodo ci incontreremo di nuovo e mi darai informazione, riguardo le aspirazioni e le aspettative che nel frattempo avrai maturate…riguardo alle fanciulle…”
Si congedò da me, così, senza aggiungere altra parola.
Ed io rimasi solo.

Furono lunghe le ore durante le quali mi perdevo nel lento, lentissimo fluire del tempo…
Scivolai, poco a poco, senza rendermene effettivamente conto, ad accarezzare con nostalgico trasporto e rassegnata emozione, il ricordo di Cleis, sicuro che non l’avrei mai più rivista…
…La sua voce cristallina, come una fresca fonte montana, e, allo stesso tempo così calda e piena di pathos, che rapiva ogni ascolto…
…L’anima pura e sublime, che riluceva nel fondo di ogni suo sguardo…
Pensai che le mie emozioni fossero dettate esclusivamente dal fatto che io e Cleis avevamo condiviso una reciproca e totale comprensione di intenti e volizioni…Tutta via, più profondo e prepotentemente intenso, riecheggiava il sentimento che provavo per lei!...
Ma tutto sfuggiva alla mia comprensione. Come pesci tenaci che guizzano via dalla rete, così i miei pensieri, i miei ragionamenti, non rimanevano impigliati a sufficienza nelle maglie del raziocinio, affinché io ne deducessi la natura…
Percepivo, nel ricordo di Cleis, la perfezione armonica della Natura e sentivo che l’infinito Amore della Madre, generatrice di Frutti sublimi, si era incarnato nel corpo e nella mente di lei...
Cleis stessa era l’Amore; imponente e perfetta esternazione di un Progetto magnifico, messo in divenire dalla Madre…
Il desiderio di rivedere la fanciulla mi inteneriva a tal punto, che ero rapito da lunghi momenti di sogno; assoluti e privi di tempo, durante i quali non esisteva per me, né fame, né sete; né freddo, né sonno, ma solo il dolcissimo sguardo di lei, incorniciato nella bellezza più pura che avessi mai concepito…
Poi, all’improvviso, come folgore che guizzando avvampa un pezzo di cielo, la mia mente esplose in un boato di comprensione…
Tutto quello che stavo vivendo era l’Amore di cui tanto il Maestro mi aveva parlato…
Ero infinitamente felice e grato e non riuscivo a frenare il mio impeto nuovo; ma, ciò non ostante, dovetti aspettare ancora: che passassero quei sette giorni; prima di poter di nuovo incontrare il Maestro. Così era.
Durante il periodo della lunga attesa, così impervio adesso per me!, maturai, tutta via, il mio sentimento d’amore per Cleis, corredandolo di mille e mille sfumature, che non avrei mai potuto cogliere, né tanto meno scoprire, se avessi dato voce al sentimento primo, così come si era all’improvviso palesato: acerbo e solo abbozzato; ora capivo.
In oltre, durante quelle interminabili e mortali ore di attesa, feci anche un’altra sconcertante scoperta. Quanto sarebbe stato facile lasciarmi prendere dal pianto di una disperazione cieca, per non potere avere subito! Cleis: stringerla fra le mie braccia, sussurrarle dolci parole, inebriandomi, fino alla totale ubriachezza, del suo profumo!…
Il pianto, pensai. Che strana esternazione…
In una parte lontana di me, mi ripromisi di interrogare il Maestro sul reale significato e sulla funzione di questa reazione emotiva…
E intanto ero indotto sempre più a dare sfogo al liquido umore dei miei occhi…

Di nuovo mi trovai di fronte al Maestro, adesso con idee meno confuse e senza rabbia nel cuore.
Gli parlai di Cleis e del forte, struggente desiderio che avevo, di rivederla.
Il Maestro annuì.
Ci fu una pausa di silenzio, durante la quale riassumevo i miei propositi, e allora mi ricordai anche dell’altra cosa che volevo domandare.
Formulai la domanda in modo alquanto confuso però, poiché i miei pensieri erano ben lontani da quel luogo…
Il Maestro, tenace insegnante di vita, onnisciente conoscitore dell’umana interiorità, iniziò la sua spiegazione.
“Skỳatos. Mi chiedi del pianto. Ebbene, l’Uomo si è corredato di quella piccola sacca nella quale ammassa il liquido salmastro e chiaro che stilla e chiama lacrime, per una reale necessità…
Le lacrime, infatti, sono gocce di disperata commozione, prodotte dalla nostra anima, in quei momenti in cui la ratio e la parola non sono sufficienti a soccorrere una mente turbata…”
Gli dissi che a me il piangere sembrava un atto di debolezza, perché lo riallacciavo al pianto dei bambini più piccoli della nostra Comunità, i quali piangevano sempre per un nonnulla…
E lui così mi rispose.
“Atto di debolezza è tutto ciò che non si fa, per ignavia…
Il pianto, invece è un mezzo per esprimersi con se stessi e per comunicare alla propria interiorità quanto si è sconvolti da un Forte Sentire…Anche i piccoli piangono perché non hanno altri mezzi per esplicare un disagio. Un adulto invece, ha mezzi in più, pur tutta via, chi non piange mai è un vile e un codardo…
A tutti può capitare di trovarsi in un frangente di deficienza di mezzi adeguati per comprendere un gesto, un sentimento…allora le lacrime esprimono la nostra incompletezza, la nostra incapacità a raggiungere situazioni del corpo e dell’anima con le parole…
E comunque non bisogna nemmeno indulgere troppo in questa scappatoia per le nostre deficienze, perché allora il piangere alimenta se stesso e ci porta oltre la commozione. In questo modo, appunto si può cadere nel compiacimento vittimistico del proprio dolore e della propria frustrazione; e ciò diventa turpe e ignobile per l’Uomo.”
Non capii.
Ma la mia anima si era alfine riparata nel tenero abbraccio di Cleis, e già sentivo il suo tiepido respiro…
Si era fatto tardi.
Ci avviammo al Refettorio.

Avevo appreso da tempo, ormai, che la vita è un piccolo attimo e se non lo si coglie adeguatamente, sfugge subito, senza lasciare traccia…
Per questo non volevo sprecare momenti preziosi in un ozioso ristagno mentale. Così mi informavo avidamente dal maestro, quando mai avrei riveduto la mia adorata amica e cosa mi riservasse il futuro…
Ebbi dunque una notizia che mi fece trasalire di gioia e stupore insieme…
Da quel giorno stesso avrei potuto abitare insieme a Cleis in una casetta che ci offriva il Maestro, tra le ombre tranquille dei salici...nel piccolo e caro bosco che lo vedeva così spesso seduto a meditare… Ammesso, ovviamente che anche la fanciulla volesse ciò parimenti…
Tutto avveniva così, all’improvviso, dunque?
Mi annunciò il Maestro che comunque, in ogni caso, saremmo rimasti all’interno della Comunità e per un poco avremmo continuato a frequentare il Refettorio; per avere il tempo necessario ad abituarci alla nuova posizione nella vita. E niente sarebbe cambiato riguardo ai nostri doveri…
Pensai adesso a quelle coppie che vedevo qualche volta all’ora dei pasti: ma non erano solo coppie di un uomo e una donna mi sovvenne adesso; c’erano anche coppie di due uomini, o di due donne…
Lasciai andare quei pensieri…
Il Maestro continuava nelle spiegazioni e diceva che,
come Figli del Gruppo, saremmo rimasti sempre soggetti ai nostri Maestri…
Ma per me, in quel momento, sarebbe andata bene qualsiasi cosa, qualunque richiesta e per altro io non potevo nemmeno concepire un sistema di vita diverso da quello che avevo condotto fino ad allora, all’interno della Comunità…
Freneticamente rispondevo di sì con la testa, con la voce, con tutto il corpo…e ancora la mia anima correva da lei…
Purtroppo la mia impazienza non fu premiata…
Il Maestro doveva ancora dirmi tante e tante cose di cui io ignoravo del tutto e completamente l’esistenza…
Il Maestro mi parlò allora dell’atto per mezzo del quale si dà avvio ad una nuova vita dentro l’intimità di una donna…
Io, a tali inaspettate e stupefacenti rivelazioni, provai serio imbarazzo, pensando alle parti del corpo preposte a ciò…
E lui, scorgendo il mio rossore mi invitò a riflettere seriamente, annunciando altresì, che un moderato pudore è certo cosa giusta e necessaria nell’ambito del rispetto reciproco fra le persone, ma che è affatto fuori luogo arrossire per ciò di cui stava egli parlandomi. Non si può, né si deve, infatti, provare vergogna o imbarazzo, disse, di fronte alla Creazione di una nuova vita, né, tanto meno, di fronte all’atto sessuale guidato dall’Amore…
Perché se ciò avviene, se si prova vergogna per l’atto sessuale, allora, affermò, significa che quell’atto è vano e non è puro, perché non supportato dall’Amore…
Ed io ritenni di essere molto fortunato ad avere vicino il Maestro che mi guidava nel Giusto Cammino e pensai quanto dovesse essere difficile e doloroso non avere al proprio fianco una Guida…E benché il Maestro non avesse manipolato mai la mia mente, egli era irrinunciabilmente utile alla mia crescita interiore, così come un vento soave,ma tenace!, che spira sempre nella giusta direzione per rendere dritta la canna che si sviluppa dalla radice…
Con questi pensieri, mi avviai sul sentiero dal quale si vedevano le agavi in fiore, spuntare dal dirupo dello scoglio marino. Quelle agavi che fiorivano una sola volta nella loro vita e poi morivano…tacito memento della vita fugace, confinata e degradante in una parola antica: ‘minuntàdie’*…

Era un crepuscolo inverosimilmente limpido e l’aria palpitava ancora del calore pomeridiano.
Gli ultimi stridori di uccelli si allontanavano oltre l’orizzonte.
Si respirava ancora il sole, rimasto imprigionato nelle foglie e nell’erba: tutto promanava promesse felici…
Sentii il cuore gonfiarsi nel petto, pieno di commozione e gratitudine per il Tutto, mentre l’anima andava sublimando quel paesaggio in nitide immagini immortali…
Volevo solo ringraziare il mondo stupendo che mi circondava dandomi la vita. Ora sì, capivo da dove fosse germinato il mio Spirito: da tutto quello che vedevo e respiravo, armonia felice e fulgida assonanza di accordi taciti. Imperituro e potente Re, il Sole, che sempre tornava a dar vita alla Notte e a rinascere il Tutto…

*Aggettivo usato da Omero nell’Iliade e solo riferito ad Achille: aggettivo che significa ‘colui che ha la vita di breve durata’.
E mentre stupito ed estasiato tentavo invano di trattenere il pianto, compresi anche la verità della vita stessa. Essa è l’armonico respiro dell’Universo…
Vacillai, come se un’onda violenta mi avesse gettato giù dallo scoglio e caddi.
Riverso fra l’erba; gli occhi sbarrati per lo choc di
tutto quel Sapere che la mia mente non riusciva a contenere…
Mi sentivo soffocare dalla rivelazione…
Tutti i miei sensi erano dolorosamente acutizzati e infinitamente recettivi…
Potevo sentire il suono degli insetti; il frusciare dell’erba; il moto delle nubi…il respiro stesso della Terra…
Tutto confluiva in me a fondersi con le mie membra e con il mio spirito. E nello spasimo infinito di contenere quell’insieme panico le mie carni e il mio cuore furono squassati dall’impossibilità di ricevere, essi di natura finita e formale, tutta la Verità Infinita dell’Universo, privo di forma, spazio, confini, materia…
La sensazione era senza fine ed io pensai di morire.
Adesso prendevo coscienza di me, come terra, come acqua, come albero, uccello…erba…
E la fonte di ogni mia esperienza, a conchiudere la mia pluriforme nascita, stava la Grande Madre: la Natura, l’Insieme del Tutto: visione panica e unità plurima…
Da dentro i miei sensi ascoltavo l’Essenza dell’Io primordiale; causa stessa del mio esistere…
Ristetti.
Percepivo il mio respiro che si fondeva con quello del mondo…
Ero pura felicità; avevo colto un attimo infinitesimale della sublimità cosmica…

Ciò che ora più desideravo, era raccontare al Maestro la mia magnifica e trascendente esperienza, ma…dove avrei potuto trovare le parole?
Tentai, tutta via, come meglio potevo…
Il Maestro si illuminò, al mio racconto, di una luce paterna che ravvivò il suo sguardo silente.
“Skỳatos, uomo ancora fanciullo!, tu hai l’animo puro di chi è giusto, per questo ti è stato dato vedere e cogliere un attimo, sia pure infinitesimale, della Verità…
Tu ami profondamente e l’Amore, Skỳatos, purifica lo spirito e ci avvicina alla Madre. Tu sai. E dunque non negare mai più, per il resto della tua esistenza, la realtà di questo mistico sentimento che a Lei ci lega…
Induci sempre gli altri a vivere in esso e con esso…
Noi siamo vivi, perché l’Armonia è intrisa nei nostri corpi; ha imbibito di sé ogni infinitesimale parte di noi; e tutti conserviamo nei nostri cuori, ma senza averne coscienza, la Verità. Essa è da noi misconosciuta, giacché assai difficilmente ci è dato soffermarci ad ascoltare il suo lieve palpito; troppo lontano, per orecchie profane…
Tu, invece, e come te, anche altri del nostro Gruppo, possiedi nell’animo la sensibilità e la recettibilità necessarie per cogliere il Canto del Mondo e del Proprio Io.”
Ciò detto sprofondò volutamente là dove lo portavano le sue stesse parole e, pago della contemplazione, ristette immobile a meditare…

Adesso vivevo con più ardore, perché avevo capito che ero una parte immancabile del Tutto, che era a sua volta, costituito anche! dalla mia essenzialità…

Quando rividi Cleis, dunque, la amavo con più profondo rispetto, perché adesso in lei, amavo anche me stesso e il Tutto…
La ringrazia molto umilmente, giacché era sublime che esistesse e che accettasse di condividere la sua vita con me…
Cleis! Adorata Cleis!
Sorrideva di un sorriso che neppure il Maestro nella sua incommensurabile saggezza possedeva…
La sensibilità di Cleis per la vita, per il quotidiano e per l’Interiorità, era di gran lunga più profonda della mia; per questo capii che avrei imparato grandi verità dal suo cuore…


PARTE TERZA

Il Maestro mi aveva assicurato che tutto avrei imparato dal mio stesso Istinto. Ciò, infatti, era una prova in più della magica e sublime perfezione della Madre: racchiudere, silenti, in ognuno di noi, le verità che servono alla vita e per la vita…
E infatti, quali meraviglie a me del tutto sconosciute!, mi svelò il mio corpo, unendosi a quello di Cleis…
Giacqui con lei sotto la stessa coltre di stelle, sul morbido tappeto rugiadoso dell’agrifoglio, nel chiaro buio della luna…
La notte frusciava intorno mille impercettibili suoni
A me il cuore balzava nel petto, mentre i sensi si svegliavano istruiti dall’Innata Dottrina…
Come le Pietre del Ferro si uniscono chiamate da invisibile forza, e si abbracciano con delicata tenacia, così i nostri corpi; governati dagli invisibili accordi della Madre, che ogni gesto orchestra…
La luna vibrava con raggio diafano sopra di noi…
Scoprimmo insieme, io e Cleis, le tacite note del canto infinito ed eterno; sublimazione dei sensi.
Attraverso esso le nostre anime si unirono, per imparare a trascendersi, poi di nuovo si ricongiunsero, uniformandosi nel Grembo della Madre.
L’esperienza che noi vivemmo, fu totale e perfetta.
Essa fu nuova nascita dell’anima: ragione del corpo; liberazione dei sensi e purificazione dell’intelletto…
Essa fu l’Armonia Generatrice. L’Amore.

Sarebbe stato affatto superfluo spiegare tutto questo al Maestro.
Egli, con occhi eloquenti e onnicomprensivi, mostrava infatti, di conoscere già tutto…
Pur tutta via, volevo ringraziarlo, dacché mi ero reso conto che la sua Scuola era una delle più sublimi, in quanto induceva i discepoli a ricercare se stessi nel proprio intimo.
Lui mi precedette.
“Skỳatos. Tutto si compie immutato a ogni giro dell’esistenza.
Ora tu; prima io, e, prima di me, il mio Maestro…
Tutti abbiamo imparato la coscienza della vita e di noi stessi.
Ama sempre te stesso nella tua compagna e negli altri, così da non offendere mai la vita…
Adesso, il germoglio che eri, si è schiuso in un fiore perfetto.
Potrai nutrirlo da solo, adesso, questo fiore; facendo buon uso dei miei consigli.
Ricorda Skỳatos. L’esistenza è un moto perpetuo, e tutto si ripete ad ogni Giro di Ruota…
Così ha voluto la Natura. Essa vive in simbiosi armonica con il suo Grembo e riconfluisce in se stessa, ogni volta che un giro si compie…”

Si compiva così una tappa del mio cammino, ed essa, chiudendosi, apriva la porta su una strada più grande e misteriosa: la mia vita accanto a Cleis…
Adesso capivo a pieno le parole del Maestro. Il significato della Ciclicità.
Il ricomporsi della Natura in se stessa…
Mi fu chiara la necessità del ripetersi immutato degli eventi, perché in tal modo si mantenevano intatti tra loro i rapporti, pur creando una continua e infinita diversità di essi…
Sapevo che nessuna cosa è uguale ad un’altra, giacché segno peculiare e irripetibile di ogni esperienza, è la sua unicità …
Mi sentivo allo stesso tempo autore della Storia e portatore di essenziali momenti, ma anche caduca immagine senza volto, né nome, votata inderogabilmente alla totale estinzione…
Soggetto mortale ed imperfetto, e pure parte essenziale di un meccanismo immortale e assolutamente privo di imperfezioni: la Natura Creatrice…
Ma sentii un fremito di assoluta impotenza stringermi l’anima…
Perché mai, MAI!, avrei potuto fermare il Ciclo della Madre; lo scorrere del Tempo…
Né avrei mai potuto intervenire tramite una mia volizione, nemmeno per un frammento infinitesimale di Spazio-Tempo…
La frustrazione cogente della consapevolezza indiscussa e totale di ciò, mi fece vacillare violentemente...
Come acqua di un fiume che trascorre le sue rive e mai può arrestarsi nel fluire, ma solamente deve giungere ad ingrossare l’onda che immemore e monotona risacca sul lido marino, sempre uguale e sempre diversa, così scorreva anche la vita mia: inesorabile. Come altre migliaia…
alimentando la Storia dell’Uomo, che ad ogni ciclo si ripete immutata, eppure essenzialmente unica e affatto diversa da tutte le altre…
Dovevo accettare i miei limiti umani e ciò mi riempì di terrore e sgomento. Caddi in un abisso di puro terrore, perché sapere di possedere un intelletto così finito, capace soltanto di contenere una parte infinitesimale di Verità…
Mi costrinse a rendermi conto dell’Infinito e dell’Eterno: concetti trascendenti a tal punto le mie e le umane capacità, che avvertii, prepotente in me, il bisogno di risposte…
che non potevo avere però, a causa delle mie troppo relative e strette capacità intellettive…
Appresi così, senza alternative, i miei limiti….
E li feci miei, adesso, senza più pretendere risposte a ciò che non poteva essere inteso, né da me, né dal mio intelletto…
Accettai.
Seppi dunque, che ci sono risposte le quali non possono appartenerci…
Verità, per noi incommensurabili e ignote.
Realtà che non possono avere nomi…
Noi diamo nomi a ‘cose’ che non conosciamo, né possiamo nemmeno minimamente concepire…
E dando loro nomi, le neghiamo, nel momento stesso in cui facciamo ciò, perché le denotiamo con una caratteristica finita e umana…che esse però non hanno, perché umane non sono, né, tanto meno, pertengono all’intelligibilità di questa razza…
Soltanto a questo punto fui assolutamente conscio del perché gli Uomini abbiano il febbrile bisogno di crearsi divinità da adorare, alle quali rimettere ogni cosa sfugga l’Umano dominio…
Gli individui non riescono ad ammettere la ciclicità, e nemmeno ne hanno una benché minima forma cognitiva, per questo, ad essa si vorrebbero sottrarre…
Essi, tutti, vogliono solo sapere di essere nati per tendere ad un Fine Ultimo e Genitore Primo: la divinità…
È così dunque che gli Uomini sublimano nei propri fantasmi quelle qualità che, di fatto, sono solo ed esclusivamente umane: in nessun modo divine!...
Ovviamente, l’Uomo adorna, ciò che poi chiama Divinità, con le doti più nobili e venerabili che conosce…quelle insite nell’animo umano, e che egli non riesce quasi mai a porre in atto…
Poi, per sfuggire al suo più agghiacciante e terrifico incubo, il Destino di Morte; la Finitezza di ogni vivente, che è, altresì un tratto peculiare e inscindibile, per stessa definizione, di ogni soggetto soggiacente al Divenire: Nascita e Morte…
L’Uomo infonde, nei fantasmi che ha creato, nature immortali e sublimi: trascendenti l’umano…
e che lui neppure può, in realtà, concepire…
…per sentirsi un poco divino esso stesso…
…per sottrarsi alla risacca, che monotona schiuma da sempre la Storia dell’Uomo…
Stolto!
Come anche io ero stato…
Che grande e vana insipienza, è questa della Razza Umana!
Paura.
Soltanto paura.
Paura di accettare la propria essenzialità costitutiva…
la propria peculiarità di vivente: sapere di possedere dei Confini…
…di possedere la Morte…
La Massima Delfica che spesso il Maestro mi ripeteva, il ‘Ghnòthi se aùton’*, ‘Conosci te stesso’, ebbene solo ora capivo…
…Ora un po’ di più capivo me stesso…
Il Motto degli Antichi Misteri, da tanti ripreso e usato, massimamente da Socrate, adesso mi rendevo conto…
Era l’insegnamento di vita più completo e profondo, che mai fosse stato partorito da mente umana…
Un verbo e un soggetto…niente di più…
e pure tutta la verità della vita, racchiusa in quelle poche sillabe!…
Con l’anima piena di gioia tornavo da Cleis, compagna e sorella del mio Intimo e del mio cuore...
La mia serenità interiore riverberava nel paesaggio circostante.
Il laghetto, che tanto bene conoscevo, arrideva, tranquilla dimora di cigni, ai salici, che piangevano i loro lunghi rami a sfiorare le acque, in mille e mille increspature giocose spinte a rincorrersi…
Volli cogliere nello specchio della sua acqua, la mia immagine riflessa.
Subito, il laghetto mi ritornò un’immagine del mio
volto: uno sguardo radioso mi sorrideva, illuminato della stessa luce che avevo vista impreziosire gli occhi di Cleis…
Che grande cosa da lei avevo già imparato!
Avevo imparato a sorridere con l’anima!

* Motto Delfico. Motto Greco degli Antichi Misteri, scritto sul frontone del tempio dell’Oracolo di Delfi a Delfi. Epoca VIII – VII ca.
























PARTE QUARTA

Nella sua lunga vita il Maestro non aveva mai temuto alcun ché e nella sua Ora Estrema, non temette la morte…
Il volto increspato da rughe profonde era ormai un simulacro di se stesso: emblema di inveterata saggezza…
lo spirito defluiva dal suo sguardo, come acqua versata da un calice…
e ormai si faceva sempre più distante…
Le ultime parole, il Maestro, volle riservarle a me, suo discepolo e amico, di una lunga vita passata insieme…
“Skỳatos, la morte è giusta, quanto la vita…
…Giusto è morire, quando ormai tante stagioni appesantiscono le membra…
…Così è…
…Così deve essere…
…Invecchiare è morire ogni giorno…
…La vita è fatta di infinite morti…
…La tua giovinezza appassirà, ma ricorda!, è solamente il corpo che sfiorisce e muore…
…L’Essenza di ognuno è, invece, immortale, giacché è una favilla che la Madre ci ha donato per il Passaggio in questa realtà…
…Ma la Favilla Essenziale che ci dà vita, alla Natura ritorna…
…immutata, perché è pura Energia;
…indistruttibile…
…immortale…
…eterna…”
Fece una lunghissima pausa, tanto lunga che pensai se ne fosse già andato…
Ma non così…
“…Il mio corpo non sostiene più nemmeno se stesso…
…Gli attimi si fanno sempre più pesanti sulle mie palpebre morenti…
…Questo ti dico, Skỳatos. Non temere, quando anche tu giungerai a questo momento…
…Questa mia morte mi fa godere la bellezza di tutta la vita trascorsa…
…Sii pronto in ogni momento e trattieni nella mente queste mie ultime parole.
Morire è bello, quando si è vissuto veramente!”
Di nuovo tacque.
L’affanno scuoteva in mille tremiti le sue piccole spalle di vecchio…
Gli occhi, ormai spenti, non guardavano più le cose di questo mondo…
Sul volto scarno e fiero si dipinse il sorriso del Saggio…
Con l’ultimissimo respiro esalò l’estremo insegnamento, che era per me e per tutti…
Messaggio immortale dal quale imparare saggezza…
“Skỳatos…fanciullo…uomo…vecchio…chiunque tu sia…
…Mai pentirti di aver vissuto!”
Quegli ultimi insegnamenti furono il dono che mi volle lasciare a memento.
La sua morte rimase per me, sempre, emblematico messaggio di pura sapienza…

Benché non avessi provato sconforto alla morte serena del mio Maestro, vi era in me, tutta via, qualche cosa di ineffabile e tanto inafferrabile…
Ero turbato…
Fissavo spesso Cleis, compagna e sorella dell’anima mia…attonito…
Quasi mi aspettassi che da lei giungesse una risposta al mio sconosciuto turbamento…
Ella sentì il mio subliminale stato di sofferta affezione…
Mi invitò ad aprirle il mio cuore…
Ma, con mio grande stupore e altrettanto imbarazzo, non sapevo trovare una motivazione a quel mio stato di indicibile ansia: di affanno interiore…
“Skỳatos, il turbamento di cui non si conosce la causa è un parassita immondo che si nutre delle nostre forze e della nostra anima…
Bisogna assolutamente trovarlo e schiacciarlo senza pietà…
prima che esso si accresca e ci domini tirannicamente da dentro…
Così le risposi.